lunedì, Settembre 20

ONU: in Burundi il genocidio è reale Via libera alla CPI. Sotto accusa i vertici di Stato, servizi segreti, Esercito e Polizia e direttamente il Presidente Nkurunziza

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La commissione dell’Onu, diretta dal giurista algerino Fatsah Ouguergouz, non ha ricevuto alcuna collaborazione dal governo del Burundi per svolgere l’indagine negandole l’ingresso nel Paese. Per questo motivo, i commissari hanno viaggiato in Uganda, Repubblica Democratica del Congo, Ruanda e Tanzania per incontrare i rifugiati del Burundi, stabilendo alcuni contatti anche a distanza; ciò ha permesso di intervistare più di 500 vittime e testimoni di atrocità, oltre a varie fonti.

In relazione ai crimini di guerra, la Commissione elenca nella relazione una serie di attacchi contro la popolazione in maggioranza composta da oppositori di Governo o da persone ritenute tali. Tra i responsabili, vengono nominati membri del «più alto livello dello Stato, ufficiali superiori e agenti del servizio nazionale di Intelligence, della polizia, dell’esercito e degli Imbonerakure».

Insieme al rapporto, i commissari hanno stilato una lista dei presunti responsabili di crimini contro l’umanità, accompagnata da informazioni dettagliate dei casi ai quali avevano preso parte. Tuttavia, sull’identità dei coinvolti si mantiene il riserbo per rispetto del principio della presunzione di innocenza.

Il rapporto sottolinea il fatto che il servizio nazionale di intelligence, uno degli apparati statali con più responsabilità, dipenda direttamente dall’autorità del Presidente. Analogamente, si stabilisce che alcuni membri di alto livello del servizio nazionale di intelligence abbiano partecipato a esecuzioni sommarie, arresti e detenzioni arbitrarie; anche alla brigata antisommossa della polizia si attribuiscono gravi crimini. Sul ruolo di Nkurunziza, si sottolinea che le grandi decisioni, incluse quelle che innescano gravi violazioni dei diritti umani, non sono prese dal Governo ma dal Presidente della Repubblica, attorniato da un ristretto gruppo di generali. Tra quei generali, sarebbero presenti il Ministro della Sicurezza pubblica, l’amministratore generale del servizio nazionale di intelligence, il responsabile di gabinetto a capo della Polizia presidenziale, il responsabile del gabinetto civile, il segretario generale del partito di Governo.

Che si stesse preparando un genocidio era già evidente nell’aprile 2015: prove e  rivelazioni indicano che il regime del Presidente Pierre Nkurunziza sta da un anno pianificando un genocidio contro la minoranza tutsi nel Paese. Dovrebbe essere la sua arma in caso di sconfitta elettorale o politica. Ma mettere in pratica il criminale disegno non risulta facile, scrivevamo al tempo. Da un anno, ovvero da quella maledetta domenica 7 settembre 2014, quando 3 suore italiane vennero uccise – a giorni l’anniversario- perchè, secondo fonti locali non verificate nè verificabili almeno fin tanto che Nkurunziza sarà al potere, avevano scoperto proprio questi piani genocidari ed erano intenzionate a far uscire l’informazione fuori dal Paese, riferire e fornire le prove agli organismi internazionali.

A inizio settembre 2015 era già mattanza a Bujumbura – e un mese dopo iniziano i riti satanici. A metà ottobre, l’imperativo era : sterminare tutti i tutsi e gli oppositori hutu assieme alle loro famiglie; i massacri erano già iniziati nella capitale, Bujumbura, ad opera dei terroristi FDLR e dei miliziani burundesi Imbonerakure. Le frontiere con Congo, Rwanda e Tanzania erano controllate dalle milizie genocidarie per impedire ogni fuga.

Tra gli inizi di novembre e fine anno, si delineano molto chiaramente i termini del genocidio – e che di genocidio, appunto, si stratta, come certifica ora l’ONU con due anni di ritardo – e soprattutto il quadro politico e gli attori della ‘Soluzione finale’ burundese, altresì appare chiaro che nel mirino all’interno del Paese sono i tutsi e in genere l’opposizione, ma vi è anche un obiettivo esterno e per nulla secondario, ovvero l’annientamento del Rwanda. Il genocidio non procede come previsto, vi è l’opposizione della popolazione, in particolare quella di provincia, ma le prime fosse comuni a novembre sono già raccontate e fotografate – a gennaio appariranno anche foto satellitari scattate dai servizi di Intelligence americani che confermano l’esistenza di immensi fosse comuni nella zona di Buringa a pochi chilometri dalla capitale Bujumbura, mentre l’ONU prova inutilmente a mediare tra il Presidente e l’opposizione.

Nel corso del 2016 si palesa il ruolo delle potenze regionali e internazionali : a partire da Francia – che puntava a creare un baluardo francese nel cuore dell’Africa Orientale sotto influenza anglofona e gettare le basi per la riconquista del Rwanda che, nella visione coloniale di Parigi, deve ritornare alle ‘passate glorie’ HutuPower -, Russia – in cooperazione con la Francia, contro Stati Uniti e Belgio, fermamente intenzionati a far uscire di scena il Presidente, e sia Parigi che Mosca ritireranno formalmente il loro appoggio nel giro di qualche mese, sostituiti, questi due partner occidentali da Pechino, la Cina infatti fino ad ora è stato l’alleato che ha garantito la sopravvivenza a Nkurunziza.

Il rapporto ONU di ieri rappresenta una svolta, nelle prossime settimane si capirà se la più volte annunciata liberazione del Burundi, attraverso l’intervento di una forza africana a supporto della debole e mal organizzata opposizione, potrà concretizzarsi o meno. Il Burundi, infatti, oramai è un problema per l’intera regione, il rischio è quello di una guerra regionale, magari a bassa intensità, tra Burundi, Congo, Tanzania, Rwanda e Uganda. I piani che alcuni osservatori sostengono circolare a Bujumbura sono quelli di un vasto progetto genocidario organizzato dalla FDLR e supportato dai Presidenti Pierre Nkurunziza e Joseph Kabila. Entrambi i presidenti vogliono, a tutti i costi, mantenersi a vita alla Presidenza contro le proprie Costituzioni e contro la volontà popolare, e l’alleanza Kinshasa-Bujumbura si è rafforzata nel 2016, in chiave anti-ruandese e anti-tutsi. La crisi burundese sarebbe ora in grado di far scoppiare una guerra etnica regionale.

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