lunedì, Settembre 20

ONU a Giappone: stop alla caccia alle balene L’Australia vince la battaglia contro uno dei suoi maggiori partner economici: lo stop dell’Aia

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Sydney – La decisione è di quelle importanti, sia per il tema trattato sia per l’organo che ha espresso il verdetto. Il Giappone, terza economia al mondo e pedina importante nello scacchiere del Pacifico, non potrà più proseguire nella sua attività di caccia alle balene, così è stato deciso da una votazione della Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite. Il principale organo giudiziario dell’ONU, basato all’Aia, in Olanda, ha infatti decretato con 12 voti contro 4 che l’attività giapponese non corrispondeva a nessun criterio di ricerca, come invece affermato dai rappresentanti del Paese del Sol Levante, rendendo dunque tale attività illegale. Illegale in quanto in violazione dell’articolo 8 della Convenzione Internazionale per la Regolamentazione della Caccia alle Balene, un trattato internazionale firmato nel 1946 da 15 nazioni, tra cui Australia e Nuova Zelanda, cui il Giappone aderì per la prima volta nel 1951.

L’Australia, tra i primi firmatari di tale convenzione, porta avanti ormai da molto tempo un’azione di contrasto, politica e diplomatica, contro la caccia alle balene da parte del Giappone. L’Australia ha infatti sempre dichiarato che tale attività, mascherata come ricerca scientifica su larga scala, altro non fosse che un massacro di specie a rischio per fini commerciali, il consumo della carne di balena è infatti tradizionale in Giappone, dove viene considerato una prelibatezza gastronomica. La caccia alle balene, tuttavia, non è una prerogativa del solo Giappone, si tratta infatti di un’attività che si calcola accompagni l’uomo approssimativamente dal 3000 a.C., diffusa in tutto il mondo attraverso l’utilizzo di primitive baleniere o, più frequentemente, attraverso l’uccisione di cetacei spiaggiati. La caccia è divenuta più sistematica a cominciare dal XVII secolo, quando la carne di balena e, soprattutto, il prezioso olio, venivano richiesti in misura sempre maggiore. La caccia indiscriminata di tali cetacei ha portato, fino a poco prima dell’accordo del 1946, ad un elevato grado di diffusione di baleniere/fabbrica, navi attrezzate sia per la caccia che per la lavorazione immediata delle carcasse. Per avere un’idea di cosa questo comportasse nella prima parte del secolo scorso, basti pensare che in media circa 50.000 balene venivano uccise ogni anno negli anni ’30, sconvolgendo il ciclo riproduttivo dei cetacei ed impedendo una loro sufficiente riproduzione.

L’azione di contrasto che ha portato alla sentenza della Corte Internazionale di Giustizia, dunque, venne intrapresa dall’ex Primo Ministro australiano Kevin Rudd il quale, nella campagna elettorale che lo portò ad avere nel 2007 il suo primo mandato, promise di utilizzare ogni tipo di misura per ostacolare l’attività nipponica. Come spesso accade con istanze internazionali, tuttavia, è stato necessario del tempo per vederne il risultato e, di conseguenza, la decisione dell’Aia è arrivata in un momento delicato per le relazioni politico-economiche tra i due Paesi. Australia e Giappone sono infatti in fase di negoziazione, dal 2007, per un accordo di libero scambio (FTA) del valore, per l’Australia, di circa 52,5 miliardi di dollari in esportazioni e di oltre 20 miliardi di dollari in importazioni. I rapporti tra i due Paesi sono più che cordiali, specificati nel “Trattato fondamentale di amicizia e cooperazione” del 1976 e contestualizzati in una cornice di scambi commerciali estremamente sviluppata. Tale vicinanza è risultata evidente dai consistenti aiuti economici australiani in uno dei momenti più bui della storia moderna del Giappone, ovvero il maremoto con epicentro a circa 70 chilometri dalle coste giapponesi il quale, con onde anomale alte fino a 40 metri, ha distrutto gran parte delle infrastrutture della costa orientale del Paese e danneggiato gravemente la centrale nucleare di Fukushima, registrando continue fughe di materiale radioattivo. Gli unici, rilevanti, motivi di attrito nella storia recente riguardano dunque la caccia alle balene e, contestualmente, quella dei delfini e più di rado delle orche, spinti verso riva con barche e motoscafi e conseguentemente uccisi una volta preclusa ogni possibile via di fuga. Tali attività hanno portato a numerose proteste da parte dei governi e delle molte associazioni australiane per i diritti degli animali, tra cui la nota contestazione effettuata da surfisti australiani e statunitensi sulle coste della città giapponese di Taiji.

La discriminante per tale verdetto della Corte Internazionale di Giustizia, dunque, è stata la vasta scala in base alla quale sono state effettuate le operazioni di presunta ricerca da parte del Giappone, Paese che ha cacciato ed ucciso oltre 10.000 balene dal 1986 ad oggi nei mari dell’Antartide, regione della quale l’Australia rivendica la maggiore porzione di territorio al mondo, sin dal 1933. L’accusa con la quale l’Australia si presentò all’Aia nel 2007 era quella di «coprire una caccia alle balene dal carattere puramente commerciale con il manto della ricerca scientifica», considerazione infine accettata dai giudici della Corte, in base ai quali «si evince che i permessi speciali concessi dal Giappone per la caccia alle balene non rientrano nella fattispecie della ricerca scientifica». Il portavoce di Greenpeace, John Frizell, ha dichiarato a tal riguardo: «Spero e confido che ora il Giappone rinunci a questa attività, soprattutto considerando che è stato un verdetto devastante diretto contro di loro. Dobbiamo congratularci con l’Australia per questo risultato estremamente positivo, anche perché sono bene a conoscenza di come gli Australiani abbiano tentato ogni possibile alternativa prima di ricorrere alla Corte di Giustizia».

Il Primo Ministro giapponese Shinzo Abe ha invece affermato «Sono dispiaciuto per tale decisione, è un vero peccato e sono profondamente amareggiato. Ad ogni modo, ci adatteremo e rispetteremo la decisione della Corte». D’altro canto il Primo Ministro australiano, il conservatore Tony Abbott, ha dichiarato che non solleverà l’argomento durante gli incontri che si terranno oggi, lunedì 7 aprile, per velocizzare l’attuazione del trattato di libero scambio tra i due Paesi, asserendo come «il sottoscritto prenda molto seriamente in considerazione questo problema, tuttavia sarebbe inutile ribadire le nostre posizione ai Giapponesi, dal momento che le conoscono perfettamente». Se da gran parte dell’opposizione arrivano proteste per l’atteggiamento troppo morbido del Premier riguardo quella che è stata un’importante vittoria della diplomazia australiana, dall’altro è evidente come si stia tentando di non mandare a monte il fondamentale accordo di libero scambio tra Australia e Giappone, considerando che, ad ogni modo, la decisione dell’Aia è definitiva e non è possibile farvi ricorso in alcun modo.

Questa vicenda ha dimostrato come, in presenza di tempo e di soverchianti vantaggi economici, sia possibile mantenere un percorso di crescita economica attraverso un sempre maggiore flusso commerciale con diversi paesi, pur mantenendo fede alla tradizione australiana di rispetto per le norme internazionali e per l’ambiente. Ciò non stupisce, se analizzato alla luce del fatto che l’Australia presenta uno degli ecosistemi più peculiari e fragili del pianeta, fonte di importanti introiti derivanti dal turismo e protetto da alcune tra le leggi ambientali più severe del mondo. Basti pensare che l’84% dei mammiferi, l’85% delle piante con fiore, l’89% dei pesci costieri e d’acqua dolce e oltre il 45% di tutti i volatili sono specie uniche, presenti solo in Australia. In quella che è stata una non comune battaglia giudiziaria internazionale tra Stati, poi, l’Australia è stata supportata dalla Nuova Zelanda, Paese con caratteristiche ambientali e culturali simili.

L’importante decisione presa dalle Corte di Giustizia Internazionale non può tuttavia impedire la caccia alle balene in altre parti del mondo, attività ancora praticata da Canada, Isole Faroe, Groenlandia, Islanda, alcune comunità tradizionali in Indonesia, Norvegia, Filippine, Russia, Saint Vincent e Grenadine, Corea del Sud e da alcune comunità tradizionali in Alaska, Stati Uniti. Stesso discorso per la caccia ai delfini, ancora largamente diffusa nelle Isole Faroe, Giappone, Perù, Isole Salomone. Nonostante questo, il verdetto dei giudici dell’Aia dimostra come si possa intervenire in modo deciso contro chi viola le norme internazionali e mette a rischio la riproduzione di specie a rischio, riaffermando il ruolo che Paesi storicamente attenti a tali questioni, come l’Australia, possono ricoprire in tal senso nel contesto internazionale.

 

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