venerdì, Settembre 24

Ong: superare la frattura

0
1 2 3 4


In proposito, all’ Articolo 19, secondo comma, della Carta si legge: «Nessuno può essere allontanato, espulso o estradato verso uno Stato in cui esiste un rischio serio di essere sottoposto alla pena di morte, alla tortura o ad altre pene o trattamenti inumani o degradanti».

Questa normativa, benché tuttora non abbia il rango di Trattato, ha un peso . E ciò, soprattutto, se pensiamo che nel 2000 fu proprio l’Italia – come si può leggere nelle Conclusioni (Punto 7, p. 127) alla Relazione presentata alla Camera dei Deputati – a rilevare che  «La configurazione della Carta come documento giuridicamente vincolante e come fonte di diritto comunitario primario rappresenterebbe, nel processo di integrazione europea, un evento storico di portata eccezionale sia dal punto di vista politico sia dal punto di vista più propriamente tecnico-giuridico». Con ciò si auspicava un passaggio dalla dimensione economico-monetaria a un’Europa che,  inserendo la Carta nei Trattati, si porrebbe come «soggetto politico (…) portatore di una tavola di valori condivisi (…) di cittadinanza e di civiltà».

Sul piano giuridico, poi,  si renderebbe «più efficace il sistema di protezione dei diritti fondamentali dell’Unione, attualmente caratterizzato da forme di tutela di esclusiva matrice giurisprudenziale, che hanno condotto all’enucleazione di princìpi generali del diritto comunitario ampiamente riconosciuti, ma privi di immediato riscontro positivo».

Se, da un lato, possiamo capire che il governo italiano registri un momento di grandi tensioni e intenda diminuirle accogliendo meglio le persone (e ha tutto il diritto di farlo), ciò potrà avvenire indifferentemente rispetto alla vita e alla morte delle persone in mare o rispetto alle conseguenze che vivranno a terra?

Il 14 luglio è stata approvata la Legge sulla tortura (L. n. 110/2017). All’Articolo 3 leggiamo che  nessuno può essere respinto, espulso o estradato in uno Stato «qualora esistano fondati motivi di ritenere che essa rischi di essere sottoposta a tortura». La delega alla Guardia Costiera libica dell’atto di riportare i salvati in paesi dove si pratica la tortura è, né più né meno, un espediente al quale l’Italia ha fatto ricorso e costituisce , giuridicamente, una violazione della legge appena approvata in Parlamento.  Questi sono gfli aspetti che non va bene alle Ong umanitarie, tra cui cui quelle rappresentate dalla rete Link 2007 .

Questo aspetto solleva lo spinoso problema sanzionatorio, non solo in ambito europeo…

Infatti, la legge appena passata è una legge statale. Ci troviamo in una specie di visione nevrastenica, che vede azioni politiche contrastanti susseguirsi nel giro di pochi giorni.  Allora, c’è un problema in Italia di tenuta sociale? CI sono grosse tensioni a causa dell’immigrazione? Il governo vuole ridurre l’impatto dei flussi? La prima cosa da fare era organizzare dei campi di accoglienza, e di transito in Libia, in modo tale che si potessero individuare, sullo stesso territorio libico, chi ha diritto immediato a vedersi riconosciuta la protezione internazionale (ad esempio, il rifugiato politico) ed essere accolto in uno dei Paesi europei, e chi invece no. Intanto, si sarebbe assolto al dovere internazionale di  sottrarli a una situazione di grave sfruttamento , di ricatto. ‘Se vuoi che io ti liberi, devi telefonare alla tua famiglia, che dovrà mandarci dei dollari’ Questa è l’intimazione corrente da parte dei veri ‘controllori’ e gestori dei flussi. Se non succede, queste persone sono percosse, le donne subiscono abusi sessuali e violenze di ogni tipo. Tutto questo poteva essere evitato se posto come oggetto di priorità assoluta, anzitutto attraverso le organizzazioni internazionali, l’UNHCR e l’OIM, coadiuvate dalle Ong, come succede ovunque nel mondo. Faccio presente che organizzare campi del genere è un’operazione che spesso questi soggetti compiono nel giro di 15 giorni. Certo, in Libia c’è un problema di sicurezza, però è possibile valutare – visto che il governo transitorio libico che intende, almeno secondo le ultime dichiarazioni, occuparsi del problema dei migranti e tutelarli – la disponibilità di zone garantite di sicurezza in cui poter realizzare questi campi. Comunque dovranno essere fatti. In veste di prima Iniziativa, avrebbero potuto essere organizzati alcuni mesi fa, prima cioè di prendere tutte le altre iniziative, ma ha prevalso l’emergenza del ‘blocco’, a prescindere da morti e torture. Si è incominciato sul ‘blocchiamo’. Ritengo, e non sono il solo, che si tratta un crimine nascosto perché chiaramente non è diretto: non lo fai tu, lo fai fare ai libici.

In Libia esistono realtà diffuse e stabili di sfruttamento di stranieri senza un minimo status di protezione?

Le persone sono torturate per avere soldi: in Libia non c’è denaro e per procurarselo si può, in alcune zone, ricorrere a queste pratiche. I ricchi, quelli che grazie al petrolio hanno aumentato il loro reddito, sono pochi. Per il resto, gli introiti provengono in gran parte dalla malvivenza. Il rischio è che si sta rovinando un Paese perché i giovani che non trovano altro lavoro si abituano a questo tipo di attività, cioè il traffico di esseri umani, soprattutto esseri umani. Questo diventa poi la normalità per avere qualche soldo: i giovani sono disponibili a qualsiasi manovalanza compresa quella che serve ai trafficanti. Non voglio coinvolgere nessuno, si tratta di un pensiero mio, ma è abbastanza diffuso. Uno spazio sicuro in Libia permetterebbe non solo di valutare le domande di rifugio e la possibilità di ingresso in Europa, ma di garantire le persone che hanno deciso di ritornare perché hanno vissuto direttamente una situazione terribile. Sarebbero pronti a ritornare, ma non possono farlo perché i trafficanti, attraverso i telefonini, chiedono alle famiglie altri soldi. Questo sistema non permette soluzioni se non attraverso la costituzione di questi centri, partendo dalle persone da tutelare, non dall’esigenza di bloccare il flusso e basta.

 Come sono presenti in Libia in questo momento l’UNHCR e l’OIM?

Sono presenti attraverso personale libico, però non è sufficiente. Alcuni di loro sono persone capaci e stanno lavorando al massimo in quelle condizioni, però i soli operatori libici non bastano in quanto, comunque, risentono dei legami clanici e della pressione locale da parte delle varie affiliazioni di area. Occorre altro personale, che subisca meno influenze di questo tipo.  La Libia oggi è al massimo dell’insicurezza, perciò si comprende bene la prudenza nell’inviare personale internazionale. Comunque, oggi non possiamo più aspettare. Bisognerà superare ogni difficoltà e insicurezza, ma le Ong sono abituate a operare nei contesti di crisi e difficoltà. L’ONU non opererà da sola: è necessario trovarsi in una situazione istituzionale internazionale tale da potersi coordinare nei vari settori specializzati (chi nella sanità, chi nella protezione, chi nei diritti dei minori – c’è un problema di minorenni abbandonati a se stessi enorme). Perciò è importante che ci siano varie organizzazioni non governative, nondimeno coordinate sotto chi, a livello organizzativo internazionale, ha il mandato delle Nazioni Unite per farlo. In tal modo, questo processo diventerebbe anche un mezzo per fare leva sul governo libico, affermando quella zona come «safe», una «zona sicura».

Esistono aree in cui ciò sarebbe realizzabile?

Ci sono zone sicure lungo la costa dove è possibile oggi organizzarsi. Occorre però che ci sia, da parte del governo transitorio, da parte dei rappresentanti locali dei vari distretti e dei vari sindaci della zona costiera, un accordo consensuale per farlo. Tutto sommato, anche per la Libia è un beneficio, perché queste persone dovranno essere assistite, perciò i commercianti libici potranno contribuire al sistema fornendo beni di prima necessità, in primo luogo alimenti e vestiti. Una piccola economia libica potrebbe costituirsi in alternativa a quella che ruota intorno al traffico e alimenta in modo crescente una modalità perversa di ‘sviluppo’ del Paese.

Un intervento umanitario così concertato a livello territoriale sarebbe un punto da cui ripartire, capace di agire da fattore di riunificazione per un Paese smembrato come la Libia?

Pensare un simile effetto è forse troppo, ma è possibile concretizzare lo sforzo, perché è una strada alternativa a quella dei trafficanti di morte. Sorge, inoltre, la necessità di organizzare un sistema sicuro di trasporto in caso di rimpatri assistiti e consensuali  per chi deciderà di tornare a casa, nei propri paesi di provenienza. Anche qui i libici beneficeranno – perché i trasporti saranno pagati ai vettori – del servizio prestato a queste persone. Si tratta, a ben vedere, di una piccola ma variegata realtà economia in movimento e che ha a che vedere con un sistema di tutela basato su quel principio di umanità che, proprio in Libia, deve essere messo al primo posto.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.
End Comment -->