venerdì, Aprile 23

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La Norvegia ha una lunga tradizione d’impegno civile da parte della propria popolazione.  Le organizzazioni di volontariato, che a volte dipendono da organizzazioni non governative o da enti no profit, sono una parte molto importante della società norvegese. Esse giocano un ruolo cruciale nella vita politica del Paese e nello sviluppo sociale di questo. Questo ruolo, che ogni giorno diventa più importante, è stato assunto dalle prime organizzazioni nate a metà del 19esimo secolo. Queste, avevano le loro radici nei movimenti laburisti dell’epoca oppure nascevano da circoli culturali la cui mission era l’abbattimento della povertà. Ad ogni modo, tutte queste organizzazioni nascevano dal basso e vivevano grazie alle donazioni dei privati e alle quote degli associati.

All’inizio del Ventesimo secolo molte organizzazioni iniziarono a porre la propria attenzione sulla salute, l’assistenza sociale e a tutto ciò che poteva ruotare attorno al concetto di assistenza umanitaria. Se ciò fu dovuto in parte dai fermenti di rilancio della società civile di quel periodo, molto è da accreditare alle conseguenze della Seconda Guerra Mondiale, i cui orrori contribuirono all’aumento esponenziale delle organizzazioni di volontariato. E’ proprio in questo momento che molte organizzazioni decisero che era fondamentale per il futuro del Paese un’influenza più forte sulle politiche pubbliche, in particolare sul concetto di welfare state. Questo si rese necessario in quanto lo sviluppo dello stato sociale portò ad un cambiamento nelle relazioni tra lo Stato e le organizzazioni: per la prima volta, lo Stato s’interessava proprio a quelle aree, come salute, infanzia, cultura, sport, che erano storicamente gestite dalle associazioni di volontariato. L’evoluzione dei tempi era rapida e richiedeva un altrettanto rapida capacità di adattamento da parte delle organizzazioni. Per questo le Ong norvegesi iniziarono ad abbandonare le proprie missioni onnicomprensive per la tutela della società civile e decisero di dedicarsi a temi particolari, creando campagne ad hoc che potessero mobilitare per il periodo richiesto molte più persone di quante sino ad ora si coinvolgevano per collaborare con un associazione a vita.

Nonostante un mondo sempre più globalizzato e una società tacciata d’individualismo sfrenato, in Norvegia il tempo dedicato al volontariato è rimasto costante dal secolo scorso, anche perché l’avvento di internet e dei social network ha potuto portare a nuove forme di contributi e dunque a nuovi tipi di volontari e volontarie. Oggi ad Oslo sono registrate ben 115.000 ONG o enti non-profit, specializzate per la maggior parte (circa il 43%) nel settore della cultura. Esattamente come ai loro esordi la maggior parte dei fondi proviene dalle quote associative e dalle donazioni dei privati, ma certe organizzazioni dipendono molto dal sostegno del governo. Se si guarda nello specifico ci si accorge che questi enti sono spesso molto piccoli, con meno di 50 membri ed entrate annuali minori di 7.000 euro, ma nel complesso i numeri norvegesi sono impressionanti: circa l’80% della popolazione fa parte di una o più organizzazioni, la metà della popolazione partecipa attivamente alle attività di volontariato per un monte ore annuo pari a quello di 115.000 impiegati full time. 

Visti questi numeri e capito quanto tali enti sono centrali nella vita della Norvegia è dunque lecito chiedersi per quale motivo, di recente, la coalizione progressista-conservatrice, di cui fa parte l’attuale Primo Ministro Erna Solberg (già leader dei conservatori), ha deciso di tagliare i fondi statali a 50 organizzazioni. Il taglio sarà di circa 100.000 euro, il che può sembrare un fatto insignificante, ma va a colpire per lo più organizzazioni che si occupano di alimentare il dibattito pubblico, cosa che ha subito destato allarme. Infatti molti, soprattutto tra quelli legati al mondo della cultura, si sono chiesti “se non facciamo nulla ora per fermare questi tagli, cosa impedirà al governo di fare lo stesso con le sovvenzioni ai media, ai giornali e al resto degli enti culturali?”. Il pensiero non è affatto irrilevante, anzi. Secondo le intenzioni del governo le organizzazioni che si occupano d’informazione e contribuiscono ad influenzare le decisioni politiche non dovrebbero dipendere dal denaro pubblico ma solo dalle donazioni private. Il problema che si apre in questo caso però è il fatto che, in una nazione di 5 milioni di persone, i pochi fondi sostanziosi dipenderebbero dalle industrie e dunque andrebbero a chi ha una visione in linea con esse, tagliando di fatto le possibilità delle voci più progressiste e critiche del sistema norvegese.

Ad occuparsi dei tagli sarà Jan Arild Snoen, un esponente del Partito Conservatore che ha più volte dichiarato di non poter accettare un sistema dove «lo Stato da alle organizzazioni i mezzi per contrastarlo». Snoen ha poi aggiunto, a conferma del suo pensiero e delle sue intenzioni, che «queste organizzazioni sono uno spreco di energie e non dovrebbero esistere». Ma saranno significativi questi tagli? Le 50 organizzazioni prese in considerazione assorbono l’1% del budget totale assegnato al settore. Inoltre, dei 100 mila euro considerati, quasi tre vanno interamente alla FN-Sambandet (UNA Norway), che si occupa d’informare gli studenti norvegesi sulle politiche delle Nazioni Unite. Per far capire come questa manovra sia più una presa di posizione nei confronti delle organizzazioni che sviluppano temi spinosi per il governo che una vera e propria lotta agli sprechi, basti pensare che in un anno la Norvegia spende circa 40.000€ per il mantenimento degli impianti sciistici dell’ Olympians. E a differenza dell’equipaggiamento sciistico molte Ong norvegesi negli ultimi anni hanno ottenuto successi enormi in tema di politica estera. Per esempio FORUM, Kirkens nødhjelp (Norwegian Church Aid), Fredslaget (Norwegian Peace Association) e Changemaker sono leader nel progetto di costituzione dell’Arms Trade Treaty, che vorrebbe regolare la proliferazione delle armi letali nel mercato internazionale.

Oltre a questi pregevoli traguardi, infine, queste organizzazioni si sono spesso comportate da cani da guardia della democrazia e del rispetto delle regole del gioco politico, informando la popolazione norvegese sui tagli allo sviluppo, il non rispetto dei diritti umani o la presenza di iniziative che possano mettere in discussione il concetto di democrazia. Tagliare i fondi a queste organizzazioni dunque non significa solo determinarne l’ineluttabile morte, ma anche mettere a tacere le voci dissonanti interne alla Norvegia.

 

 

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