giovedì, Luglio 29

Ong sotto attacco. La magistratura si divide

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Il «favoreggiamento dell’immigrazione clandestina», reato previsto dall’Art. 12, primo comma, del decreto legislativo n. 286/1998, consiste in «attività dirette a favorire l’ingresso degli stranieri nel territorio dello Stato o» con estensione operata dalla L. n. 189/2002 – «di altro Stato del quale la persona non è cittadina».  Si tratta, come ha confermato la Cassazione, di un «reato di pericolo»: per commetterlo, è sufficiente creare una condizione «connessa al potenziale ingresso illegale dello straniero nel territorio dello Stato, ed indipendentemente dal verificarsi dell’evento» (Cass. n. 28819/2014).

Rispetto le vicende che hanno interessato i salvataggi in mare e, in particolare, l’attività delle Ong, il dispositivo mediatico si è avviato, senza ritardo, in concomitanza con le indagini dei magistrati. La Procura di Catania, sotto la direzione di Carmelo Zuccaro, ha avviato le indagini con il pieno appoggio del Consiglio Superiore della Magistratura, che ha peraltro ribadito la necessità di mantenere, nel rapporto con i media, un profilo rigoroso improntato ai doveri di moderazione e continenza.

Il magistrato, pur negando di avere acquisito elementi probatori in proposito, ha finora qualificato come «ipotesi di lavoro» la possibile collusione (anche finanziaria) tra alcune Ong umanitarie e i trafficanti che operano in Libia, tra terraferma e acque territoriali. Come ha sostenuto nella lunga audizione tenuta lo scorso 3 maggio presso la Commissione Difesa del Senato, le segnalazioni di sconfinamento in acque libiche e contatti radio avvenuti tra presunti trafficanti e Ong provengono da fonti formalmente attendibili: la Marina Militare, la Guardia Costiera, gli ufficiali della Forza navale mediterranea dell’UE («Operazione Sophia») e l’agenzia Frontex, che ha una base operativa regionale proprio a Catania e con la quale Zuccaro intrattiene uno «splendido contatto». Nondimeno, a marzo, in Commissione bicamerale Antimafia il Procuratore aveva sostenuto che l’obiettivo della sua azione non è contrastare le Ong, ma fermare i trafficanti, e che con una maggiore assistenza da parte Stato (ossia, disponendo di ufficiali di polizia giudiziaria a bordo delle navi e idonei strumenti di intercettazione), tale scopo sarebbe già stato raggiunto.

Il 10 maggio scorso, sulla vicenda, sono emerse posizioni significative.  L’allora Procuratore di Trapani Ambrogio Cartosio (attualmente a capo della Procura di Termini Imerese) dichiarava alla Commissione Difesa che «La presenza delle navi delle Ong in un determinato ‘fazzoletto’ di mare, sicuramente costituisce un elemento indiziario forte per dire che, evidentemente, esse sono al corrente del fatto che in quel tratto di mare arriveranno le imbarcazioni. Personalmente, come magistrato, non mi sembra un dato in sé decisivo per incriminare qualcuno per il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina».

Sulla questione degli interventi autonomi rispetto all’autorità nazionale, Cartosio ha evitato semplificazioni:  «Dopo l’intervento da parte delle Ong, è ovvio che è stata avvertita l’autorità italiana: basta dire che i migranti soccorsi, per ciò che a noi compete, sono portati nel porto di Trapani. Da questo punto di vista, posso dire che la collaborazione con la Procura e la Polizia di Stato di Trapani da parte delle Ong è massima.

 Come ho già detto, ci risulta che, in qualche caso, le Ong abbiano effettuato salvataggi senza previamente prendere contatto e informare la Guardia costiera».

Il Senatore Paolo Arrigoni (Lega Nord) poneva, poi, una serie di questioni inerenti alla presenza delle organizzazioni sul limite delle acque territoriali libiche e alla ripartizione delle operazioni, al 50% coordinate dal ‘Maritime Rescue Coordination Centre‘ (MRCC) di Roma e, per l’altra netà, compiute di propria iniziativa (come confermato da Sea Eye e Jugend Rettet). «Esiste», domandava Arrigoni, «un coordinamento tra queste Ong? L’impressione, come ha sostenuto anche il Procuratore Zuccaro, è quella di soggetti privati che, di fatto, si sostituiscono allo Stato per favorire un ‘corridoio umanitario’ capace di trasferire migranti dal Nordafrica al nostro Paese».  Cartosio, in termini asciutti, ribatteva che le indagini aperte dalla Procura di Trapani coinvolgono «non le Ong in quanto tali, ma persone fisiche appartenenti alle Ong», potenzialmente imputabili del reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Inoltre, circa i limiti di intervento delle Ong, «non posso che rispondere sul piano del tecnicismo giuridico penale. Lei mi pone domande relative alla conformità dell’azione delle Ong a regole e principi internazionali. Come magistrato della Repubblica italiana, ritengo che la soluzione del problema, come molti giudici ci insegnano quotidianamente, va ravvisata nell’Art. 54 del Codice Penale»: è una causa di giustificazione prevista dalla nostra legge. Prosegue Cartosio: «Per intenderci: se una nave di una Ong, una nave mercantile, una nave della Marina militare, un peschereccio, una privata imbarcazione è messa al corrente del fatto che c’è un’imbarcazione nella quale alcune persone rischiano concretamente l’annegamento, questa imbarcazione può e deve essere soccorsa. In quale punto si trovi non ha alcuna importanza. E questo principio travolge tutto: se sono violate le regole internazionali e i principi sanciti da Carte solenni e fondamentali, per la legislazione italiana questo non ha importanza. In altre parole: è commesso il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, ma non è punibile perché commesso al fine di salvare una vita umana».

L’esistenza di questa norma agirà da scrimine per individuare la colpevolezza di alcuni membrifinora ignotidell’equipaggio della «Juventa» (nave sequestrata alla Ong tedesca Jugend Rettet): laddove abbiano agito al di fuori di un effettivo stato di necessità, in base a 3 episodi di contatto (che riguardano un trasbordo, la non-distruzione e la riconsegna di imbarcazioni utilizzate dai trafficanti, con i quali sarebbe avvenuto l’incontro in acque internazionali) recentemente segnalati da Cartosio in conferenza stampa, potrebbero incorrere in un reato strutturato nei termini di un’ampia applicabilità. Quanto alle loro motivazioni ad agire, anche in caso di imputazione, la Procura trapanese ha chiarito che esse restano di natura essenzialmente umanitaria.

Tenendo presente la definizione dell’Art. 12 sopra citato, nella stessa seduta il Sostituto Procuratore Andrea Tarondo affermava: «Siamo consapevoli del fatto che Trapani è il confine dell’Europa (…). Ci siamo trovati in difficoltà – ormai la giurisprudenza è arrivata a conclusioni positive da questo punto di vista – anche a configurare il reato. Abbiamo appena concluso un processo inerente a due scafisti. La costruzione giuridica è, sostanzialmente, questa: i trafficanti e le organizzazioni criminali creano una situazione di pericolo, costringendo i soggetti che si trovano nelle zone interessate a soccorrere – grazie al meccanismo dell’autore mediato del reato – le persone trasportate». Rispondendo a una domanda sull’incidenza delle telefonate effettuate direttamente da terra, il magistrato ha avvertito che «Non è questo il metodo attraverso il quale si realizzano i contatti. La situazione è più complessa e richiede adeguati approfondimenti».

Riguardo ai soggetti che operano in territorio libico, Tarondo ha citato ad esempio un caso riportato direttamente dalle persone trasportate: «La partenza dalle coste libiche è avvenuta con l’ausilio di un gommone armato e di soggetti con impressa sulle spalle la scritta ‘Polizia’. Il gommone ha scortato un barcone carico di persone in mare aperto ed è stato intercettato da una nave, che i migranti descrivono come ‘Guardia Costiera’ o ‘Marina Militare’ libica. Un soggetto armato è salito a bordo e ha sparato in aria. Intervenuto il gommone della ‘Polizia’, hanno iniziato a discutere. Gli intercettatori hanno avanzato una richiesta di denaro per consentire la prosecuzione del viaggio… In questo scenario, gli attori aumentano: alcuni operano a fini di lucro, altri soggetti appaiono come appartenenti alle Forze dell’Ordine, sono corrotti e commettono concussione, condotte sulle quali noi non siamo assolutamente competenti. Per quanto ci interessa, da questi resoconti si riscontra l’esistenza di un’attività criminale in loco del tutto scollegata da quella che è l’attività di soccorso». Pertanto, nel corso dell’audizione, si è esclusa l’ipotesi di un contatto collaterale tra Ong e trafficanti sulla rotta del Mediterraneo centrale che collega l’Italia alla Libia.

Intanto, il 2 agosto, dopo l’ ‘invito’ alle Ong a firmare l’insieme di misure amministrative denominato ‘Codice di condotta’, è stato disposto dalla stessa Procura il sequestro preventivo della Juventa, indagando su possibili «consegne controllate» e interventi concordati con gli scafisti. Jugend Rettet è una delle organizzazioni che non hanno apposto la propria firma al ‘Codice’. L’ipotesi di reato è la stessa: favoreggiamento aggravato, in quanto l’ingresso illegale coinvolge più di 5 persone (Art. 12, comma 3, D. lgs 286/1998).

Staccandosi fermamente dal clima ‘prudente’ e securitario con il quale, mentre proseguono le indagini, si affronta pubblicamente la questione delle responsabilità relative ai soccorsi e ai loro effetti, è emersa la voce, appartenente alla stessa categoria professionale, di Maria Rosaria Guglielmi, Segretario Generale di «Magistratura Democratica». In un intervento pubblicato ieri, mercoledì 23 agosto, tra le Lettere di «La Repubblica», leggiamo, a proposito dell’attività svolta in materia delle Procure, che:

«A prescindere dagli sbocchi giudiziari di queste indagini, è evidente la pericolosa semplificazione, operata nel dibattito mediatico, delle problematiche con le quali si devono confrontare l’interpretazione e l’applicazione delle norme penali nel contesto di attività di soccorso delle quali è riconosciuta la finalità umanitaria e dove attori privati devono sopperire alle carenze degli Stati operando in situazioni molto complesse, dove l’inazione o anche la sola prudenza può comportare la perdita di numerose vite umane». Il magistrato parla di «un più ampio progetto» che mira a «portare in secondo piano le gravi responsabilità dell’Europa e dei Paesi europei per non avere saputo e voluto sino ad oggi elaborare una politica di gestione del fenomeno migratorio all’altezza delle sfide del nuovo ordine mondiale». Questo processo opera, secondo Guglielmi, a diretto detrimento delle attività umanitarie di soccorso e di accoglienza, ma anche dei valori europei di «solidarietà» e «pari dignità delle persone», portando l’opinione pubblica a un’idea di presunta ‘legittimità’ dei limiti al dovere comune di intervenire.

D’altronde, gli interessi sovrani dei singoli Stati hanno, anche in questa vicenda, indiscussa priorità: se all’Italia interessa bloccare o ridurre gli arrivi, la Libia ha campo libero in mare, e persegue finalità che sono proprie alla sua storia e alla sua attuale posizione geopolitica: trattenere le persone in transito, non solo come forza-lavoro da impiegare – a costo zero – nella ricostruzione del Paese, ma come leva per ricattare l’Europa e i suoi attori, chiedendo maggiori risorse e aiuti finanziari.

Resta, poi, il problema dell’assenza di canali legali di ingresso: non si rilasciano visti umanitari, perciò i richiedenti asilo raggiungono l’Europa come «irregolari», attraverso canali illegali. È un sistema che si autoalimenta, colpendo chi aiuta le persone ad entrare anche a fini umanitari e senza alcuno scopo di lucro.

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