domenica, Maggio 16

Onde gravitazionali: un racconto italiano

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«Alle prime ore del mattino del 14 settembre scorso, il giovane ricercatore di Padova Marco Drago è stato il primo a vedere le onde di Albert Einstein». Lo ha raccontato non senza un lampo di emozione lo scienziato di fama mondiale Fulvio Ricci, docente alle università di Pisa e Roma La Sapienza, che, da portavoce del progetto VIRGO, ha tenuto una conferenza sulle onde gravitazionali ad una platea particolarmente affollata del CESMA, il think tank dell’Associazione Arma Aeronautica.

«Si apre un nuovo capitolo dell’astronomia», aveva affermato Fulvio Ricci nel corso della conferenza stampa dello scorso 11 febbraio durante la quale era stata annunciata al mondo la scoperta. A distanza di meno di un mese, al CESMA, presentato dall’attuale Presidente del think tank, Nazareno Cardinali, e dal past President, Giancarlo Naldi, alla presenza del generale di squadra Giovanni Sciandra, Presidente dell’Associazione dell’Arma Azzurra, Ricci, in poco più di un’ora di conversazione con un pubblico eterogeneo e diversamente informato sull’argomento, ha ricostruito la scoperta da Nobel.

Torniamo a Marco Drago, che presso il Max Planck Institute for Gravitational Physics di Hanover -dove vengono analizzati i dati- rileva l’evento, grazie alla strumentazione presente nel laboratorio tedesco segnala un grande evento. «Non si aspettava così distinto», ha detto Ricci, «tant’è che sono state necessarie molte verifiche per evitare ogni dubbio alla comunità scientifica perché il rischio che vengano rivelati falsi segnali (blind injection) non è del tutto lontano e poi all’intero pubblico che avrebbe letto la cosa». Cosa sia accaduto a qualche migliaia e migliaia di anni luce dalla nostra piccola Terra probabilmente per l’alta fisica può essere molto più chiaro che per chi cerca di raccontare quanto compreso. Di certo si sa che l’impatto di due buchi neri ha generato un segnale -adeguatamente captato e decriptato- che dovrebbe rappresentare l’accumulo di tanta energia quanta ne emetterebbero cinquanta del nostro Sole messi in fila! Il numero- sinceramente- è troppo complicato da scrivere!
Fortunatamente la distanza è tale per cui non sembrerebbero concreti gli effetti rilevanti sulla nostra esistenza, ma il focus di tutto lo studio sperimentale è la dimostrazione che tutto quanto è stato formulato da Albert Einstein un secolo fa è puntualmente vero e rigorosamente esatto.
Questa dovrebbe essere la grandezza di quanto riportato dai lavori scientifici appena pubblicati e per altro srotola un filo conduttore assai spesso che passa dalla ricerca italiana. Per validare questa affermazione occorre lanciare lo sguardo in un passato più o meno recente. A metà del millennio lasciato 16 anni fa, l’Europa è stata la culla di pensatori di uno spessore difficilmente misurabile.

Mikołaj Kopernik, ovvero Copernico, nativo della Slesia, teorizzò che il Sole fosse al centro delle orbite degli altri pianeti e ne diede una accurata descrizione nel libro ‘De revolutionibus orbium coelestium‘, pubblicato proprio l’anno della sua morte, nel 1473. Un’ipotesi che se pur immaginava delle orbite circolari piuttosto che ellittiche, rappresentò un punto di vista focale per lo studio dell’ambiente sovrastante il nostro pianeta.
Un po’ più avanti nel tempo, Isaac Newton, suddito inglese del Lincolnshire, fu il primo a dimostrare che le leggi della natura governano il movimento della Terra e degli altri corpi celesti, contribuendo alla rivoluzione scientifica nella deduzione matematicamente delle soluzioni delle forze di gravità attraverso le osservazioni della dinamica.
Ma intanto l’astronomo tedesco Johannes von Kepler, Keplero, nel ‘Mysterium cosmographicum‘, indicò le leggi della struttura del cosmo attraverso la designazione delle orbite dei pianeti nelle varie figure solide, a partire dalla Terra che ne è l’unità di misura.
Tutte personalità gigantesche -‘giganti sulle spalle di giganti’, le ha definite Ricci- pur con qualche limite dovuto alla mancanza di conoscenze più globali e dall’assenza di macchine e strumentazioni in grado di verificarne le opportune veridicità.
Ma accanto a queste figure ne capeggia un’altra  -che non senza orgoglio diciamo essere nativa della nostra Penisola- ed è Galileo Galilei, il quale nella sua osservazione strumentata ha rinnovato completamente la discliplina della scienza che emblematicamente può essere sintetizzata in una sua affermazione: «La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi». Galileo, cioè, portò sui banchi della ricerca la visualizzazione dei fenomeni che è la certificazione materiale che unisce le teorie con la realtà, partendo dalla lettura del contesto per spiegarne le leggi che governano l’universo.
Una visione di dimensioni così grandi che non potevano essere accettate dai dottori del tempo e che gli comportò una vita assai dura, ma che oggi continua a rappresentare la soglia reale della conoscenza e la modalità di studio e di apprendimento adottate in Italia.
E più vicino temporalmente a noi, il nome di Albert Einstein sta tornando prepotentemente alle luci della cronaca da quando gli astronomi hanno reso pubblico di essere a caccia delle onde gravitazionali di bassa frequenza, prodotte dalle coppie di buchi neri giganteschi mentre orbitano l’uno intorno all’altro «vicini abbastanza per produrre onde gravitazionali ma non troppo da fondersi», come fanno sapere i nostri scienziati dell’Inaf.

Sono indubbiamente termini che mettono molta ansia a chi non è dotato ‘almeno’ di un titolo accademico che lo qualifichi scienziato di fama. Ma in realtà su quanto sia importante per ciascuno di noi avere un po’ di informazioni sull’argomento, ne dovrebbe essere fuori di dubbio l’importanza in quanto siamo convinti -sempre più- che qualunque cosa accada nell’universo può in qualche modo influenzare il nostro comportamento, così come è stato parte del nostro passato e costituirà elemento del divenire dell’umanità.
E così, il grande vecchio della scienza del XX secolo torna di grande attualità con la dimostrazione della sua arci citata (ma quanto nota?) teoria della relatività, rivelata scientificamente e per la prima volta da un interferometro.
Le onde gravitazionali -comincia ad esserci più chiaro- sono vibrazioni provocate da fenomeni molto violenti che creano increspature dello spazio-tempo e possono essere lette come una deformazione della curvatura che si propaga a modo di onde, invisibili senza delle sofisticate apparecchiature ma rese note solo grazie alla tenacia e all’abilità di chi vi lavora.

Quello che ci resta da capire è come viene influenzato il tempo che impiega a raggiungere la Terra e, rappresentando una realtà molto più vicina di quello che possa apparire, quali possono essere le conseguenze tangibili. Si tratta, indubbiamente, di una ricerca costosa di cui non si può far carico una singola Nazione o un unico continente e questo ci compare come uno dei punti più felici perché impone la collaborazione e il dialogo tra le menti maggiormente elette del pianeta. Inoltre, come ha illustrato Fulvio Ricci al forum organizzato dal CESMA, per l’individuazione di questi effetti cosmici sono stati realizzati impianti e officine di estrema sofisticazione. E’ un procedimento assai utile che serve al travaso tecnologico e anche al dialogo interdisciplinare. Una crescita culturale di cui un futuro più o meno prossimo potrà essere patrimonio industriale, quindi portatore di lavoro e di ricchezza.

Attualmente il progetto VIRGO, con l’utilizzo di raggi laser riflessi, opera per individuare le interferenze e la tecnologia dell’ultra alto vuoto nell’ambito di un laboratorio appositamente costituito a livello internazionale e poi l’esperimento spaziale LISA Pathfinder è precursore della missione progettata dall’Agenzia Spaziale Europea e dalla NASA il cui lancio è avvenuto con successo il 3 dicembre 2015 a mezzo da un razzo costruito in Italia.

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