martedì, Ottobre 19

Omotransfobia: un ‘limbo’ giuridico, tra etica e politica

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Quali sono i principali apporti della giurisprudenza europea in materia di tutela dell’identità sessuale?

Premesso che ‘identità sessuale’ è un concetto di ampia portata, che oltrepassa – pur comprendendolo – l’oggetto del Ddl, circoscriverò la mia risposta alla rilevanza, per i giudici europei, dell’omotransfobia. Gli ambiti in cui è stata affermata la tutela contro la violenza omofobica sono quello – più ampio – della vita familiare (omosessuale) e, ancora, quello della discriminazione sul lavoro. Per citare un caso particolare, con la sentenza del 29 aprile 2015 (Léger v. Francia) la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha condannato il divieto di donazione di sangue per gli omosessuali, riconoscendo la loro condizione effettiva di soggetti discriminati.

Da parte sua, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo si è espressa condannando i divieti di Pride in diversi Paesi dell’Est europeo, stabiliti per presunta contrarietà al buon costume e all’ordine pubblico. Significativa appare la pronuncia del 9 febbraio 2012 (Vejdeland e altri v. Sweden), relativa a un caso svedese in cui gruppi di estrema destra avevano diffuso opuscoli omofobi in una scuola (con particolare insistenza sulla presunta attitudine degli omosessuali a diffondere gravi malattie a causa del loro «stile di vita promiscuo») ed erano stati condannati dal giudice nazionale per agitazione nei confronti di un gruppo minoritario. Nella vicenda giunta a Strasburgo, lo stato svedese era accusato di avere violato la libertà di espressione (Art. 10 CEDU), libertà che esiste – ha affermato la Corte – «a condizione che ciò non avvenga in modo aggressivo o denigratorio e (…) adducendo prove alle affermazioni che si fanno, soprattutto se si tratta di accuse» rivolte in assenza di qualsiasi confronto con i loro destinatari.

Quali criticità potrebbe implicare, una volta divenuta legge, l’applicazione della nuova normativa?

Il testo approvato dalla Camera, se diventasse legge così com’è, risulterebbe inapplicabile: la definizione del tipo di opinioni sottratte dal citato Emendamento all’applicazione della legge è talmente ampia, che abbasserebbe la soglia di punibilità al di sotto della logica sottesa alla proposta di legge originaria. Peraltro, non dimentichiamo che, nel discorso pubblico il disgusto è enorme. Penso alle recenti affermazioni di Silvana de Mari, psicoterapeuta giunta a negare l’esistenza degli omosessuali, dopo averli classificati come ‘razza’; o alla condanna per discriminazione, confermata in appello due anni or sono, dell’Avv. Taormina, che «non assume gay nel suo studio». La lista è infinita. Ciò che mi preme sottolineare è la pericolosità dei confini attribuiti alla «libera manifestazione di opinioni» politiche: ma possiamo davvero parlare di opinioni? Le nostre vite non sono ‘opinioni’, e le scelte che le rappresentano esprimono la dignità di ciascuno di noi.

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