giovedì, Maggio 13

Omofobia di governo

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Da Amato a Veltroni, continua il toto-Quirinale. Giornata politica caratterizzata anche dai toni sempre più accesi, già da campagna elettorale, tra Renzi, Berlusconi e Salvini. Ma la copertina la strappa a furor di popolo l’alfaniano di governo Massimo Cassano, accusato di omofobia da Vendola che ne chiede le dimissioni da sottosegretario al Lavoro. Primarie Pd in Veneto e Puglia: continua la ‘desertificazione’ delle urne. Il premier Renzi bacchetta l’Europa, ma l’Istat lo gela ancora. Prevista in serata la direzione Pd, i precari dell’Isfol assediano la sede del partito a Roma. In parlamento nasce il gruppo unico Ncd-Udc e sparisce ‘Per l’Italia’, ma nessuno se ne accorge.

Nell’Italia bigotta e xenofoba un nuovo caso di omofobia deflagra, non nelle degradate periferie, ma nelle aule parlamentari, addirittura tra i banchi del governo. «Un uomo senza niente nel proprio curriculum che è sottosegretario per grazia ricevuta», ha dichiarato questa mattina Nichi Vendola, «che si permette di esprimere parole così offensive da omofobo, bigotto quale egli finge di essere. Dovrebbe essere cacciato dal governo per ragioni di decoro pubblico». Accuse infamanti e richiesta di dimissioni che il leader di Sel, omosessuale dichiarato, rivolge a Massimo Cassano, sottosegretario al Lavoro del governo Renzi in quota Alfano. L’antefatto dell’amarezza vendoliana risale a sabato, quando a ‘Nichi’ era scappata una battuta, «roba da Stephen King», sulla possibilità di entrare in coalizione con gli alfaniani nelle prossime elezioni pugliesi. Parole a cui Cassano ha risposto con un lungo e livoroso comunicato stampa in cui si è tradito confessando quale sia il suo giudizio sui gay. «Lei Vendola non sa cosa sia il lavoro, non sa cosa sia una famiglia che ti accoglie nei momenti difficili, non immagina minimamente quali siano le gioie e le responsabilità dell’essere padre e marito», scrive Cassano, «la vera differenza tra me e lei sta nelle mani. Le sue sono fresche di continue ripassate dalla manicure, le mie hanno i calli». Logico che, di fronte a offese di tale portata, Vendola non l’abbia presa troppo sportivamente, arrivando a chiedere la cacciata di Cassano. Richiesta a cui si sono aggiunti il senatore Pd Sergio Lo Giudice, tutti i parlamentari di Sel, il portavoce di Gay Center Fabrizio Marrazzo, il presidente di Equality Aurelio Mancuso e anche Pippo Civati. Problema non previsto per il premier.

Il botta e risposta del fine settimana tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi è stato solo un assaggio di una campagna elettorale che sembra sempre più vicina (dimissioni di Giorgio Napolitano ed elezione del nuovo Capo dello Stato permettendo). L’ex Cavaliere, a Milano di fronte ad un centinaio di ‘teste bianche’, ha ricominciato a discettare di «comunisti al governo» (quando tra renziani ed alfaniani non si capisce nemmeno chi sia più di destra) ed ha avvisato chi ancora non se ne fosse accorto che «siamo già in campagna elettorale». L’altro contraente del patto del Nazareno, dal canto suo, ospite del teatrino politico domenicale In Mezz’ora di Lucia Annunziata, ha messo in chiaro le mutate posizioni di forza avvertendo il vecchio Berlusconi che «sta al tavolo (delle trattative per le riforme ndr) ma non dà le carte».

A proposito di Quirinale. Continua lo stillicidio di endorsement dei possibili ‘papabili’. Il solito Berlusconi ha praticamente bruciato Giuliano Amato giudicandolo un buon candidato. Oggi, il politico del momento Matteo Salvini non fa nomi per il Colle («porta sfiga»), ma brucia volentieri quelli di  Romano Prodi e Walter Veltroni e boccia senza appello l’ipotesi ‘dottor sottile’ («mi vengono i capelli dritti»). Tutti nomi ‘di casta’. La pasionaria forzista Daniela Santanchè si rifiuta di tirare fuori il coniglio dal cilindro, ma è convinta che gli accordi siano «inevitabili». Tradotto: il patto del Nazareno deve restare in piedi. Ma per il già citato Vendola vale la regola contraria di un «nome autonomo, estraneo al patto del Nazareno». Sconcertante la dichiarazione della ‘diversamente berlusconiana’ Nunzia De Girolamo per la quale il prossimo presidente dovrà essere ‘made in Italy’ come il presidente Bce Mario Draghi. E perché allora, con la crisi che corre, non ‘made in China’, visto che costerebbe anche di meno? Non smentisce i suoi ideali il grillino Mario Giarrusso che conferma la scelta del M5S di designare il proprio candidato al Quirinale consultando in rete gli iscritti. Uno che ‘beve sempre fuori dal coro’ è, invece, Angelino Alfano che si rivolge a Napolitano con un «Presidente, attenda. C’è da inaugurare l’Expo, c’è il 17 marzo la nostra festa nazionale». Piaggeria allo stato puro.

La mattinata di oggi si è aperta con il Pd capace addirittura di esultare per i risultati imbarazzanti delle primarie in Puglia e Veneto. Vada per la Puglia che, con 140mila votanti, ha consentito al candidato vincitore, l’ex sindaco di Bari Michele Emiliano, di cantare vittoria e di proiettarsi verso la campagna elettorale, «quella vera», prevista in primavera. Il caso Veneto, invece, non ha fatto dormire sonni tranquilli alla, se pur vincitrice, Alessandra Moretti e ai vertici del ‘partito della Nazione’, anche se il segretario regionale Roger De Menech ha parlato senza arrossire di «un grandissimo risultato». Il fascino ‘irresistibile’ della Moretti, divenuta viralmente famosa per essersi definita una ladylike che va dall’estetista tutte le settimane, è riuscito a mobilitare la miseria di 40mila simpatizzanti piddini (25mila hanno votato per lei).

Non certo un buon viatico in vista della sfida al presidente uscente Luca Zaia, proprio nel momento in cui la Lega ha ripreso a veleggiare grazie ai blitz anti-rom e ai balli scatenati con Marine Le Pen del segretario Matteo Salvini. Il successore e rottamatore di Umberto Bossi e Roberto Maroni pensa in grande e sta «preparando un progetto di vita e di Governo totalmente alternativo a quello di Renzi». Già pronto il nuovo soggetto politico che dovrà conquistare consensi a sud di ‘Roma ladrona’ e che per il momento si chiama, con poca fantasia per la verità, Lega dei popoli.

Anche la ormai tradizionale ‘annuncite’ di Matteo Renzi si è manifestata di primo mattino, al Senato, durante la 52esima riunione plenaria della Cosac, la Conferenza degli organi parlamentari specializzati negli affari dell’Ue. Il premier si è messo a dare lezioni all’Europa che «deve cambiare verso nella direzione economica se non vuole diventare la Cenerentola del mondo» e ha parlato con preoccupazione della «crescita del movimento antieuropeista». Tutta colpa, a suo parere, delle politiche di austerità applicate dai burocrati europei (anche se Renzi non usa questa espressione per non ferire ‘mister LuxLeaks’, l’amico ritrovato Jean Claude Junker). La soluzione? Inserire una «marcia maggiore» sulle riforme come fatto da lui in Italia. Contro questa visione quantomeno parziale della realtà si fa sentire il neonato direttorio del M5S. «Era il 2011. Berlusconi governava e il Pd faceva finta di stare all’opposizione», scrive su Facebook Alessandro Di Battista, «la disoccupazione giovanile era al 29%. Oggi è al 43,3%, il Pd governa e con quel Berlusconi cambia la Costituzione». Per una delle 5 stelle scelte da Beppe Grillo non si può «ancora credere in questa gente o pensare che questo sistema ci porterà fuori dalla crisi. Che produrre di più ci porterà fuori dalla crisi». Bisogna «ridisegnare», invece, l’economia italiana (cosa produrre e per chi?) ed è vitale puntare sul «reddito di cittadinanza».

Continua la guerra dei numeri tra la presidenza del Consiglio e l’Istat. «Con noi 100mila posti di lavoro in più», è lo slogan che il premier va ripetendo continuamente (come quello degli ‘80 euro’ e del ‘40,8%’ alle elezioni Europee). E, continuamente, tocca all’Istituto di Statistica l’ingrato compito di smentirlo. I conti economici trimestrali pubblicati oggi mettono ancora il segno rosso sul Pil  «diminuito dello 0,1% rispetto al trimestre precedente e dello 0,5% nei confronti del terzo trimestre del 2013».

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