martedì, Settembre 28

Omicidi a Ain Al Hilweh, in Libano

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Una serie di misteriosi omicidi sta tormentando da più di un mese Ain Al Hilweh, il più grande campo profughi palestinese in Libano, nelle vicinanze di Sidone.

Tutto comincia tra la fine di marzo e gli inizi di aprile con scontri a fuoco tra Fatah e milizie islamiste coinvolte anche nella guerra civile siriana. Negli scontri a fuoco muoiono due membri di Fatah: Abed Qiblawi il 28 marzo e Hussein Othman il 1 aprile. Muore anche un islamista: Hamza al-Natour, ucciso da una milizia islamica rivale. Suo fratello Omar al-Natour è l’assassino di Abed Qiblawi.

Fatah, il partito di Mahmud Abbas, è solo una delle 17 fazioni presenti nel campo profughi palestinese di Ain Al Hilweh, sicuramente la più forte, quella che ha dominato il campo fin dalla sua fondazione nel 1948, ma di certo non l’unica in armi. Un anno fa queste 17 fazioni erano giunte a un difficilissimo accordo di cooperazione e avevano formato una Forza di sicurezza comune palestinese. Una sorta di polizia che avrebbe dovuto mantenere l’ordine nel campo profughi e mettere d’accordo tutte le fazioni armate. Ne avevano affidato il comando a Munir Makdah, uomo forte di Fatah ad Ain Al-Hilweh. Dentro questa milizia, armate le une accanto alle altre, convivevano miracolosamente tutti le fazioni palestinesi in guerra tra loro: uomini di Fatah e miliziani di Hamas, secolaristi del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e gruppi islamisti, palestinesi del partito di Ahmed Jibril fedeli ad Assad e jihadsti palestinesi che militano in Siria nelle file dei ribelli anti-Assad. E, tra una milizia e l’altra, trafficanti di armi e di droga, estremisti religiosi e mercanti di organi umani, reclutatori di mercenari e magnaccia.

In quei giorni di miti consigli ad Ain Al Hilweh, il campo profughi palestinese di Yarmouk in Siria, a sud di Damasco, era appena caduto sotto il controllo dello Stato Islamico che aveva limitato la libertà di azione di tutte le fazioni palestinesi presenti. Il pericolo che questo avvenisse anche nei campi profughi palestinesi in Libano era altissimo.

Nel giro di un mese la Forza di sicurezza comune palestinese sotto la guida di Munir Makdah aveva preso possesso anche del vicino campo profughi di Mieh Mieh, poco lontano da Ain Al Hilweh. A pagare gli stipendi di questa nuova forza di sicurezza e ad addestrarla ci pensava l’Anp (l’Autorità Nazionale Palestinese) a Ramallah guidata dal presidente Mahmud Abbas. La rivale Hamas contribuiva con i suoi uomini.

Il 12 aprile 2016, dopo i primi scontri tra Fatah e islamisti, un ordigno esplosivo fa saltare per aria un’auto nei pressi di Ain Al Hilweh. A bordo c’è Fathi Zaidan, uomo di Fatah, responsabile della sicurezza del campo di Mieh Mieh. Muore sul colpo. Gli scontri continuano anche nei giorni successivi: gli ultimi spari risalgono al 30 aprile e sono stati uditi all’ingresso del campo di Ain Al Hilweh.

È probabile che il recente indebolimento dello Stato Islamico in Siria abbia di nuovo sparigliato le carte tra le fazioni palestinesi dei campi profughi in Libano.

Mahmud Abbas, il leader di Fatah, fin dall’inizio della guerra civile siriana si è prudentemente schierato a favore di Assad. Una mossa dovuta, necessaria a proteggere le centinaia di migliaia di palestinesi in Siria e Libano. Ma anche un passo azzardato, visto che Abbas riceve sostanziosi aiuti finanziari dai Paesi del Golfo, i più ostili ad Assad. Paesi che hanno comunque taciuto sulle mosse di Abbas, forse in ossequio a quella tradizione di zone grigie che in Medio Oriente fanno comodo a tutti gli attori in campo. Nel 2015 Abbas ha fatto un passo storico: ha inviato in Siria una delegazione speciale capeggiata da Abbas Zaki per riallacciare i rapporti diplomatici con il presidente siriano Assad e riaprire gli uffici dell’Olp (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) a Damasco dopo 32 anni di assenza.

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