sabato, Settembre 25

Omero: verba manent Un nuovo ritrovamento archeologico riporta all'attenzione la potenza del mito, la cui memoria sopravvive ai documenti scritti

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Lo scorso 11 luglio, nei pressi dei resti dell’antico Santuario di Zeus ad Olimpia, in Grecia, è stato trovato un nuovo reperto archeologico di grande importanza. Si tratta di una tavoletta di argilla che riporta incisi tredici versi tratti dal Libro XIV dell’Odissea: in un primo momento, il Ministero della Cultura greco aveva diffuso la notizia secondo cui si sarebbe potuto trattare della più antica testimonianza scritta del celebre poema epico. In realtà, un’analisi più approfondita da parte degli esperti ha ridimensionato l’entusiasmo, datando il reperto tra il II ed il III secolo d.C.: non si tratta dunque della testimonianza più antica in assoluto, bensì della più antica testimonianza su argilla. Le testimonianze più antiche del poema, quindi, restano i papiri greco-alessandrini ritrovati in Egitto e risalenti al III secolo a.C.

Se si osservano le datazioni dei reperti in questione, però, c’è subito qualche cosa che colpisce l’attenzione: la tavoletta del Tempio di Zeus ad Olimpia risale al II o III secolo d.C. (alla fine dell’era antica), i papiri egizi risalgono al III secolo a.C. (in piena epoca ellenistica); la composizione dell’Odissea è datata attorno al IX secolo a.C.

Si potrebbe pensare che i testi originali siano andati perduti e a noi non sia giunte che delle copie posteriori, ma la situazione è più complessa e apre a considerazioni più profonde su uno alcuni dei testi più importanti della Storia del Mediterraneo e, probabilmente, dell’intera Umanità. Il lavoro dei filologi, infatti, ha da lungo tempo dimostrato come Iliade e Odissea siano state scritte in un arco di tempo molto lungo (si parla di almeno un paio di secoli): la lingua utilizzata nei vari Libri dei poemi epici presenta caratteristiche molto differenti che si spiegano solo con l’evoluzione il passare dei secoli.

Come avrebbe fatto, dunque, Omero, a scrivere quei due testi in un arco di tempo tanto lungo? Già in antichità, gli studiosi avevano notato alcune di queste discrepanze linguistiche: la caccia alle interpolazioni spurie nei testi omerici, dunque, non è una moderna innovazione. Studi recenti, però, sono andati oltre dando nuovo slancio alla cosiddetta Questione Omerica.

La Questione Omerica, che cominciò a porsi già quando, nel VI secolo a.C., Pisistrato di Atene ordinò la stesura di una versione ufficiale dei due poemi omerici ed ebbe alcune fasi di forte dibattito, ad esempio in epoca ellenistica o nel XVII e XVIII secolo. Con il XIX e XX secolo, l’adozione di metodologie di analisi del testo più scientifiche ha portato a risultati impensabili fino ad allora.

Se gli studiosi più conservatori continuavano a considerare Iliade e Odissea come opere letterarie di Omero, la maggior parte della comunità dei filologi, alla luce delle differenze linguistiche tra i due poemi, sostenne che le due opere fossero certamente frutto del lavoro di due diversi autori. Gli studi successivi sono andati oltre e hanno dimostrato come le differenze linguistiche siano presenti anche all’interno dei singoli poemi.

Negli anni ’30 del XX secolo, grazie all’apporto dell’etnografia, in particolare degli studi sulla poesia orale, i filologi statunitensi Milman Parry ed Albert Lord elaborarono una teoria che oggi è una delle più condivise: Iliade e Odissea, come gli altri poemi del Ciclo Troiano (oggi perduti), sarebbero nati come poesia orale e, solo in un secondo momento, sarebbero stati fissati per iscritto. L’utilizzo della metrica, che fornisce un ritmo uniforme (forse adatto al canto) alla recitazione ed il ricorso continuo ad epiteti ben codificati (“Odisseo dai molteplici ingegni”, “Atena dagli occhi lucenti”, “l’Aurora dalle dite di rosa”), ad esempio, sono elementi che facilitano la memorizzazione e addirittura l’improvvisazione di un testo: si tratta, infatti, di espedienti utilizzati dai cantori popolari di tutti i tempi e di tutti i luoghi.

A questo punto, le differenze linguistiche ritrovate all’interno dei testi omerici si spiegano piuttosto facilmente: in un dato momento della storia del popolo ellenico, dopo il periodo di caos seguito alla caduta degli Achei e alle invasioni dei Dori, si cominciò a sentire il bisogno di fissare quei testi che, fino ad allora, erano stati cantati da aedi e rapsodi: si trattava, più che di opere letterarie, di supporti mnemonici che venivano utilizzati come canovacci per la recitazione e l’improvvisazione; un sistema che è stato definito ‘aurale’, ovvero che prevede la scrittura, ma solo come supporto alla recitazione, anziché finalizzata alla lettura privata. Questa fase di scrittura è probabilmente durata diversi secoli, ad opera di diversi autori, e si può considerare pressoché conclusa con la versione di Pisistrato del VI secolo a.C.: quale è, dunque, il ruolo di Omero in tutto questo?

Alla luce della ‘teoria dell’oralità’, l’ipotesi più concreta è che Omero non sia una persona, bensì molte persone: una sintesi di molte figure che, tra il IX e il VI secolo a.C., contribuirono a fissare in forma scritta un importante patrimonio orale. La cecità, tradizionalmente attribuita ad Omero, è da un lato un elemento simbolico (nella cultura ellenica, colui che non vede con gli occhi sviluppa una sensibilità superiore, una sorta di risarcimento da parte degli Dèi: si pensi, nell’Odissea, al cantore Demodoco o al veggente Tiresia) ma, dall’altro, una caratteristica tipica di quegli aedi che, menomati nel corpo e menomati al lavoro e alla guerra, adempivano al ruolo sociale di vettori di memoria e cultura.

Oltre ad Iliade e Odissea, attribuite ad Omero, infatti, il Ciclo Troiano comprendeva atri poemi ed altri nomi di poeti semi-leggendari: i Cypria (attribuiti a Stasino o allo stesso Omero), l’Iliade, l’Etiopide (attribuita a Arctino), la Piccola Iliade (attribuita a Lesche o a Cinetone), Iliou Persis o la Caduta di Troia (Arctino), i Nostoi o i Ritorni (attribuito ad Agia), l’Odissea e, infine, la Telegonia (attribuita a Eugammone o a Museo). La Storia, soprattutto quella antica e medievale, abbonda di personaggi semi-leggendari: si tratta di personaggi di sintesi che racchiudono una memoria popolare collettiva.

Anche se ha tradito gli entusiasmi che aveva suscitato al momento del proprio ritrovamento, la tavoletta di Olimpia ha il merito di riportare sotto i riflettori un poema che rappresenta uno dei cardini della nostra cultura. Il fatto che Omero sia esistito o sia un personaggio leggendario, il fatto che abbia effettivamente composto i versi di Iliade e Odissea, di uno solo dei poemi, o anche di nessuno dei due, in fin dei conti non è rilevante. In un’epoca di recrudescenze di conflitti identitari e di voglia di confini, anzi, la figura semi-leggendaria del cieco cantore ci fa riflettere su quanto le radici culturali siano una questione complessa, articolata, difficile da imbrigliare in parole d’ordine se non a costo di snaturarla e renderla sterile. I miti sviluppati da una cultura lontana e tramandati oralmente, lentamente passati in forma scritta, sopravvissuti a guerre e saccheggi, ad incendi ed oblii, infiltrati nella cultura popolare che li ha rielaborati riportandoli ad una forma orale, rappresentano un substrato culturale in continua evoluzione che è impossibile chiudere dentro dei confini.

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