martedì, Settembre 28

Ombre cinesi sul Continente Nero La visita di Li Keqiang rafforza la partnership strategica e ribilancia la presenza cinese in Africa

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Cinquant’anni fa la Cina guardò al Terzo Mondo per cercare di uscire dal suo isolamento diplomatico. Tra il dicembre 1963 e il febbraio 1964, il Premier Zhou Enlai gettò le basi delle relazioni sino-africane con una visita storica nel Continente Nero; primo leader cinese a metter piede su suolo africano dal 1949 con lo scopo conclamato di sostenere i movimenti rivoluzionari di liberazione nazionale e dei giovani governi socialisti usciti dalla decolonizzazione. Nasceva così un’intesa duratura tra il più grande Paese in via di sviluppo e il Continente che oggi ospita i Paesi con i più elevati tassi di crescita economica al mondo.

Fin dal 2000, Pechino si è impegnato a firmare accordi commerciali e a elargire prestiti in cambio di materie prime nell’ambito della ‘go-out policy’, di cui è segno tangibile l’incremento nel volume di scambi tra i due partner, schizzato dagli iniziali 10 miliardi di dollari ai 210 miliardi del 2013. Nel 2009 la Cina ha scavalcato gli Stati Uniti, divenendo il principale partner commerciale del Continente Nero. Oggi oltre 2500 società cinesi operano in Africa con investimenti diretti che lo scorso anno hanno toccato i 25000 milioni di dollari. Ma la convivenza non è sempre stata idilliaca e negli ultimi cinque anni diverse opere infrastrutturali ‘made in China’, dai bacini idrici agli stadi di calcio, sono state bersagliate dal risentimento delle comunità locali

Non sono nemmeno mancati episodi di violenza. Nel 2010, in Zambia, due manager cinesi furono accusati di avere sparato ai minatori per una controversia di lavoro. Scontri successivi causarono la morte di un operaio cinese e il ferimento di altri due. Lo scorso anno, il governo dello Zambia ha sequestrato una miniera di carbone cinese a gestione privata accusando il management di aver trascurato sicurezza, salute dei lavoratori e impatto ambientale, mentre nel mese di marzo lavoratori del petrolio in Chad e Niger hanno incrociato le braccia in segno di protesta per i magri salari retribuiti dalle compagnie cinesi per le quali lavoravano.

Il rischio è che il degenerare della situazione finisca per ostacolare il business di Pechino nell’area. Come fa notare il ‘Wall Street Journal’, dopo una fortunata serie di accordi, sembra che negli ultimi anni la Cina sia diventata più oculata nelle sue spese in Africa, forse risentita per qualche cattivo affare. Risulta infatti che gli investimenti diretti cinesi nel Continente Nero siano calati dalla cifra record di 5,5 miliardi del 2008, ai 3,2 miliardi di dollari del 2011, per poi attestarsi sui 2,5 miliardi dello scorso anno

Negli anni, la Cina ha saputo adulare i leader africani riconoscendo loro pari prestigio in ambito internazionale, a un prezzo che tutt’ora stanno pagando a livello di rapporti con i partiti d’opposizione, ONG e società civile, adirati con le autorità per aver chiuso un occhio davanti alla ‘colonizzazione’ cinese. Pechino ha iniettato decine di milioni di dollari nella costruzione di ospedali, in equipe mediche e altri servizi volti a migliorare le condizioni di vita del popolo africano e la propria immagine nel Continente. Lo ha fatto, tuttavia, alla ‘maniera cinese’, che spesso rasenta o oltrepassa i limiti della legalità. Come fa notare Kathleen McLaughlin su China File’, l’incapacità di fermare l’immigrazione clandestina e l’arrivo di businessmen cinesi ‘loschi’ costituisce uno dei principali autogol insaccati nella rete del Dragone. Carichi di beni contraffatti, dagli innocui cellulari ai più rischiosi farmaci per il trattamento dell’HIV/AIDS, continuano a sbarcare sul Continente Nero. E sebbene non vi siano etichette a certificare la loro provenienza, il lasciar fare di Pechino davanti alla ‘torrenziale’ diaspora cinese è origine di sospetti. «E’ maggiore il danno recato all’immagine cinese da falsi e frodi che il vantaggio recato dai massicci investimenti destinati agli Istituti Confucio, sparsi tra Kigali e Cape Town, per convincere gli africani della superiorità della cultura cinese su quella occidentale»

Fin dagli anni ’50 Pechino ha cominciato a spedire nel Continente i suoi principali media di Stato (‘China Radio International’ e ‘Xinhua’ per primi, due anni fa soltanto ‘CCTV’) in un’operazione di soft power che oggi trae vantaggio dalla progressiva ritirata degli organi d’informazione occidentali dall’Africa orientale. Così, mentre la ‘BBC’ è stata costretta a licenziare molti corrispondenti e ‘France 24’, per contenere i costi, tempo fa ha reso nota la fusione con ‘France Internationale’, il Dragone provvede a colmare quel vuoto e a raccontarsi a modo suo. 

In questo contesto si innerva il debutto di Li Keqiang, alla sua prima missione africana da Premier in Etiopia, Nigeria, Angola e Kenya. Una brillante operazione di marketing oltre che commerciale. Non a caso la scorsa settimana, alla vigilia della partenza -prima ancora di strappare assegni- Li ha tenuto un discorso per smentire le mire ‘neocolonialiste’ di Pechino e invitare le compagnie cinesi ad attenersi alle leggi e ai regolamenti locali: «In passato la Cina ha sofferto a causa delle invasioni straniere e dei regimi coloniali, e una nostra antica credenza è che non bisogna fare agli altri ciò che non si vuole venga fatto a sé stessi», ha dichiarato, scoccando una frecciatina alle potenze occidentali che invasero il Celeste Impero nel secolo XIX.

Per dissipare ogni timore sull’aggressività cinese, Pechino ha snocciolato un’invitante serie di numeri, a cominciare dall’annuncio dell’aumento delle linee di credito all’Africa di 10 miliardi di dollari e un incremento del fondo di sviluppo Cina-Africa di altri 2 miliardi, portandolo a un totale di 5. Secondo le promesse del Premier cinese, entro il 2020 il commercio bilaterale raddoppierà raggiungendo i 400 miliardi di dollari, mentre gli investimenti diretti cinesi nello stesso periodo dovrebbero toccare i 100 miliardi, quattro volte il valore attuale. E poi i trasporti, zoccolo duro della diplomazia cinese in Africa: Pechino vorrebbe farsi promotore di «uno sviluppo pan-africano» attraverso la costruzione di linee ferroviarie ad alta velocità per collegare tutte le capitali del Continente. Un sogno di Li Keqiang che, per il momento, si è concretizzato nell’accordo formale per una mega-ferrovia negli Stati orientali, che congiungerà Mombasa a Nairobi, e dovrebbe essere estesa al Ruanda e al Sud Sudan attraverso l’Uganda. La Cina ha promesso di coprire il 90% dei costi della prima fase di costruzione, stimati attorno ai 3,8 miliardi di dollari. In contemporanea con l’arrivo di Li in Nigeria, seconda tappa del viaggio, la China Civil Engineering Construction Corporation, ramo di CRCC (China Railway Construction Corporation), ha firmato un contratto quadro del valore provvisorio di 13,12 miliardi dollari con il ministero nigeriano dei Trasporti per la costruzione di una ferrovia costiera di 1385 chilometri. 

Pechino ci tiene al benessere africano, ma questo non vuol dire necessariamente che stia cercando di dettare le sue regole o esportare il proprio paradigma di sviluppo. Il Primo Ministro cinese ha velatamente fatto cenno alle lacune della crescita africana proprio mentre era in Nigeria, uno dei Paesi locomotiva del Continente, in cui, tuttavia, il gap tra ricchissimi e poverissimi è sempre più ampio. Nell’arco di alcuni decenni, la Repubblica popolare ha sollevata dalla povertà estrema 600 milioni di persone con un modello di crescita ibrido, in cui l’onnipotente macchina statalista ha progressivamente accettato di scendere a compromessi con il libero mercato. Un modello nato dal proverbiale pragmatismo cinese, che in barba agli ideologismi, punta piuttosto ad ottenere risultati concreti. Per dirla con le parole di Deng Xiaoping: «Non importa che il gatto sia bianco o nero, l’importante è che prenda i topi». Durante le ultime due decadi il miracolo cinese ha esercitato un notevole fascino sui Paesi in via di sviluppo, apparendo come una valida alternativa alle direttive di politica economica racchiuse nel Washington Consensus. Ma Zhong Jianhua, rappresentate speciale del Governo cinese nel Continente Nero, sostiene che il miracolo riesce una volta sola e che ogni Nazione debba trovare una sua strada adatta alle proprie caratteristiche culturali e le proprie tradizioni. Una teoria che Pechino ripropone ogni qualvolta l’Occidente intima al Dragone di allinearsi ai principi della democrazia nostrana come fossero verità universali. 
 
«Ho visitato l’Africa trent’anni fa e posso notare le differenze», ha dichiarato Zhong a Forbes’, «trent’anni anni fa andavi in un mercato locale e potevi trovare i prodotti portati dal villaggio, coltivati nei campi vicini o trasportati dalle coste. Nulla era industrializzato o prodotto in fabbrica». Oggi i mercati dell’Africa subsahariana sono invasi dal ‘made in China’. Per anni materie prime hanno lasciato il Continente Nero verso l’ex Celeste Impero per tornarvi sotto forma di prodotti industriali in un circolo vizioso che ha ancorato la crescita africana alle esportazioni. Al momento oltre l’80% dell’import cinese dall’Africa consiste in risorse naturali, mentre più della metà degli investimenti diretti del Dragone nel Continente Nero vanno a finire nell’industria del petrolio. L’Angola, terza fermata del tour del Premier cinese, costituisce il secondo principale fornitore di petrolio del Dragone dopo l’Arabia Saudita, con consegne che nei primi tre mesi del 2014 hanno raggiunto le 10,66 milioni di tonnellate di petrolio. La prospettiva futura è, tuttavia, quella di una sempre minore dipendenza di Pechino dai vecchi partner energetici. Secondo un recente rapporto del think-tank britannico ODI (Overseas Development Institute), lo sfruttamento di risorse energetiche non convenzionali come lo shale gas -di cui la Cina ha abbondanti riserve- metteranno in crisi i mercati tradizionali tra i quali proprio Medio Oriente, Russia e Paesi OPEC, tra i quali rientrano Algeria, Angola, Libia e Nigeria. 

Prima o poi, la fame di materie prime del Dragone potrebbe essere appagata in proporzione maggiore dalle risorse nazionali. In questa prospettiva la partnership con i Paesi africani deve trovare nuovi sbocchi, e pare averlo già fatto. Salari in aumento, una popolazione sempre più vecchia e la necessita di ribilanciare il proprio modello di sviluppo verso i consumi domestici stanno spingendo le società cinesi alla ricerca di nuovi mercati emergenti. Niente di nuovo, a dire il vero; è una storia già sentita in Asia. Come molti Paesi -tra i quali Singapore e Giappone- hanno beneficiato della liberalizzazione economica lanciata da Deng Xiaoping negli anni ’80, delocalizzando le proprie fabbriche oltre la Muraglia, così ora è giunto il momento per la Cina di fare lo stesso. Il Dragone ha molto da guadagnare dalla crescita africana. «Quando in Africa chiedono case migliori, questo fa sì che quello dei materiali da costruzione diventi un grande mercato. Quando vogliono comprare una macchina il settore automobilistico diventa un potenziale grande mercato. La gente qui vuole migliorare le proprie condizioni di vita e questo vuol dire poter contare su una domanda immensa, da ben 1 miliardo di persone», spiega Zhong. Ragione per la quale Pechino adesso punta ad esportare prodotti a basso costo e a trasferire in Africa alcune delle sue industrie low-end nel settore delle calzature e dell’abbigliamento.

Ma nel rafforzare i rapporti bilaterali occorre rimanere al proprio posto. Il Continente non deve diventare terra di conquiste, avverte Zhong. «l’Africa è Africa, l’America è l’America e la Cina è la Cina. Non puoi pretendere di competere con qualcuno in casa di qualcun’altro. Lì sei soltanto un ospite». Il riferimento è al rinnovato antagonismo nella regione tra le due maggiori economie del mondo. Nonostante l’ex Segretario di Stato statunitense, Hillary Clinton, non abbia lesinato gli sforzi per rinvigorire gli interessi a stelle e strisce in Africa, l’amministrazione Obama è stata accusata di aver ereditato la linea del Governo Bush a base di aiuti umanitari e molta sicurezza. Il supporto all’intervento francese in Mali e l’impegno americano nella caccia al leader del Lord’s Resistence Army in Uganda, continuano a suggerire all’esterno la volontà di Washington di proporsi come il gendarme del Continente Nero. 

Proprio sul diverso approccio adottato in Africa dall’Aquila e dal Dragone si è soffermato l’International Finance News’, edito dall’ufficialissimo ‘Quotidiano del popolo’. Pesando le parole riportate nei documenti ufficiali, il settimanale ha evidenziato da parte americana la ricorrenza di espressioni quali  ‘maggiore supporto’ e ‘aiuto’, mentre i leader cinesi preferiscono parlare di ‘mutuo beneficio’ e ‘cooperazione’. E c’è chi, come Zhou Zunnan, professore della China Foreign Affairs University, scorge una punta d’invidia dalle parti della Casa Bianca per il crescente appeal esercitato dai leader Pechino sui colleghi africani. Per il ‘Global Times’, la visita di Li dimostra  «la natura multidimensionale della politica estera cinese», così come la volontà di intavolare una competizione pacifica in «un Continente con incredibili potenzialità», diventato «arena di confronto tra le tradizionali potenze guidate da Stati Uniti e alleati e le economie emergenti, specialmente la Cina»

Di recente, un terzo incomodo si è inserito prepotentemente nel risiko africano. Lo scorso gennaio la visita del Premier nipponico Shinzo Abe nel Continente è stata mal digerita da Pechino, che col Sol Levante è già ai ferri corti per questioni di sovranità nel Mar Cinese Orientale, oltre che per i noti conflitti storici. Durante la sua trasferta, Abe non ha mancato di mostrare la propria solidarietà ai Governi vessati da conflitti e disastri naturali, annunciando aiuti per circa 320 milioni di dollari. Un protagonismo che gli è valso le critiche della stampa e della diplomazia cinese, venendo bollato come «la maggiore fonte di guai in Africa».

Già due anni fa Tokyo si era impegnato, insieme al Brasile e alle autorità locali, a convertire quattordici milioni di ettari di terreno nel nord del Mozambico alla produzione di grano, soia, mais e altri prodotti agricoli, che verranno esportati dalle società giapponesi nell’ambito del progetto ProSavana. Forse solo una coincidenza che nel 2011 in Monzambico fossero stati scoperti alcuni tra i principali giacimenti di gas al mondo, con riserve equivalenti a venti anni di consumo energetico giapponese

 

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