domenica, Agosto 1

Ombra di schiavitù sulla Coppa del Mondo 2022 field_506ffb1d3dbe2

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La comunità internazionale, questa settimana, ha rilanciato l’allarme sullo svolgimento dei lavori per gli impianti della Coppa del Mondo di calcio 2022, in Qatar. La preparazione dell’evento, che per la prima volta nella storia sarà ospitato in Medioriente, ha ricevuto una forte attenzione mediatica sin dal 2010, quando la Fifa annunciò ufficialmente la location. Secondo quanto emerso sui media indiani lunedì scorso, sarebbero più di 450 i lavoratori indiani immigrati in Qatar, che hanno perso la vita lavorando alla costruzione degli impianti e delle strutture per la Coppa del Mondo. Un dato allarmante, che va ad aggiungersi ad una stima di almeno altrettanti lavoratori di nazionalità nepalese, anch’essi deceduti solo durante l’estate scorsa.

Sebbene le autorità indiane non abbiano fornito una versione ufficiale sulle cause della morte di più di 400 suoi cittadini, rifiutando di aprire ai media la documentazione sugli accordi che intercorrono fra i due paesi circa il trattamento dei lavoratori migranti, sono molte le organizzazioni a tutela dei diritti umani che hanno denunciato gli abusi del Qatar sul lavoro degli immigrati. Il Qatar, una delle realtà economiche più dinamiche sul panorama internazionale, ha il più alto tasso di crescita demografica al mondo. Solo una parte piccolissima della popolazione è di nazionalità qatarina, appena il 15 %, la restante parte è una compagine di lavoratori migranti provenienti per lo più dal sud-est asiatico.

Si stima una consistente presenza indiana, quasi il 26% della popolazione. Tutti lavoratori impiegati per lo più nel fiorente settore degli idrocarburi o nell’edilizia, area in dominante espansione nel paese. L’ambasciata indiana in Qatar condanna duramente le modalità di sfruttamento dei lavoratori stranieri nel paese, e chiede alle autorità dell’Emirato di prendere delle misure concrete per fermare una pratica che si avvicina pericolosamente alla schiavitù.

In particolare, si è posto sotto accusa il sistema della ‘Kafala’, antica tradizione che è diventata legge sulla regolamentazione dei lavoratori migranti. Lo scorso 11 febbraio, le autorità del Qatar hanno definito delle linee guida per la tutela della consistente comunità di lavoratori immigrati nel paese, a fronte delle critiche e delle minacce di spostare la location del campionato mondiale di calcio.

Tuttavia, il sistema della ‘Kafala’ esiste, e permane come base legislativa per la gestione del lavoro dei migranti nel territorio del Qatar. Il sistema, in uso in praticamente tutti i Paesi del Golfo, ha delle radici storico-culturali che appartengono a tutto il mondo arabo. Secondo la tradizione, le popolazioni Beduine erano solite fornire protezione agli stranieri che, viaggiando nel deserto, si imbattevano in uno dei clan stanziati lungo il percorso. Sarebbe stato un disonore, non prendersene cura, non nutrire lui e i suoi animali, e non fornirgli protezione e riparo per il periodo desiderato dall’avventore.

Il moderno sistema della ‘Kafala’, benchè affondi le sue radici in questa nobile tradizione, di fatto ammette che ai migranti in ingresso nel Paese venga confiscato il passaporto, consegnandoli nelle mani dei datori di lavoro. Il sistema, chiamato anche ‘sponsorship’, nega ai migranti il diritto di mobilità. Una volta posti ‘sotto la protezione’ di un datore di lavoro, i lavoratori ne restano completamente dipendenti. Finchè il datore di lavoro non acconsente al cambio di professione, o al rientro in patria del lavoratore, questo resta indissolubilmente legato al posto di lavoro che ha.

È evidente come, una pratica di questo tipo, possa portare a condizioni di abuso e sfruttamento. In questo modo, una volta posti sotto il controllo di un datore di lavoro, questo può liberamente disporre dello straniero, cambiando i termini contrattuali originari, per esempio. Oppure, caso ancor più grave, impedendogli di uscire dal Paese. Sono noti i casi di sfruttamento oltre l’orario di lavoro inizialmente pattuito, in condizioni disagiate, sotto il sole cocente e senz’acqua. Talvolta, fino alla morte.

Come spiega l’organizzazione umanitaria Migrants Rights, i lavoratori che cercano di sfuggire a questa condizione di abuso vengono considerati alla stregua clandestini, senza un permesso di uscita posso essere detenuti o deportati. Coloro che non riescono a riottenere il passaporto, oppure a pagare il biglietto di uscita, possono rimanere all’interno di uno dei Paesi del Golfo per anni. Recentemente, il Ministro del Lavoro del Qatar, Abdallah Saleh Al Khulaifi, ha dichiarato che le autorità si sarebbero impegnate per impiegare più ispettori nel controllo degli abusi sulla forza lavoro di origine straniera. Perché, allora, il sistema della Kafala è così difficile da eradicare?

Il punto risiede nell’ingente investimento iniziale sostenuto dagli ‘sponsor’, singolo datore di lavoro o azienda che sia. Confiscando i documenti dei propri lavoratori, si tutelano dal rischio di fuga o di passaggio ad un concorrente. Spesso, avvengono situazioni che ricalcano le pratiche della compravendita di forza lavoro. Il datore A, se lo ritiene opportuno, può vendere il lavoratore ad una somma maggiorata al datore B. In questo passaggio, però, il lavoratore può andare a perdere le tutele definite nel primo ingaggio, e rischiare di finire in mano a società che fanno dello sfruttamento sotto pagato la loro fonte primaria di guadagno.

Una delle forme di tutela, adottata già da diversi anni, è l’intermediazione di ‘agenzie di collocamento’, che dovrebbero curare la posizione del lavoratore del migrante dal suo ingresso nel Paese del Golfo. Come evidenziato in un caso riportato sul sito di Migrant Rights, spesso però ad avere la meglio continua a essere il datore di lavoro, soprattutto se molto ricco e molto influente. Un lavoratore, venduto ad un secondo, rivoltosi alla sua agenzia non è stato aiutato, al contrario gli è stato consigliato di rientrare dal nuovo ‘sponsor’ perché più ricco e perché la sua ambasciata non sarebbe mai intervenuta.

Una risoluzione del Parlamento Europeo di novembre, così come i ripetuti appelli delle Nazioni Unite e dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, hanno portato la questione sul tavolo internazionale. Il sistema della Kafala è noto, non solo nel mondo arabo. La Fifa è stata chiamata a rivalutare la location per la Coppa del Mondo 2022, qualora le condizioni di sfruttamento nei cantieri degli impianti dovessero continuare a essere confermate. Le autorità qatarine sostengono che a dover essere fermate, sono le attività criminali legate al sistema. È l’integrita umana dei lavoratori migranti, che deve essere tutelata attraverso delle riforme. Il Qatar, insomma, si impegna a intensificare i controlli e a condannare chi abusa del sistema, ma non il sistema in sé.

 

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