martedì, Luglio 27

Oman e il rebus della successione field_506ffb1d3dbe2

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L’Oman è un Paese poco citato dai mezzi di informazione. Lo è perché il piccolo sultanato, che occupa l’angolo sudorientale della penisola arabica, non è un attore di grosso calibro sulla scena internazionale, ma anche perché Muscat ha sempre tenuto un profilo basso.

Il piccolo regno arabo preferisce, infatti, non assumere un ruolo di primo piano. Una delle ragioni è la propria posizione geografica: si trova esattamente nel mezzo tra Arabia Saudita e Iran, a cavallo tra mondo sunnita e mondo sciita. Ma in realtà la postura geo-strategica adottata da Muscat è il risultato di una scelta precisa.

L’Oman ha assunto una posizione intermedia tra l’Arabia Saudita e l’Iran. A differenza degli altri Paesi del Golfo, intrattiene buoni rapporti con la Repubblica Islamica, tanto da cooperare in vari settori  -quello energetico, quello economico-commerciale, anche quello militare- e da giocare il ruolo chiave di mediatore ombra.
Un ruolo assunto anche nelle trattative che hanno poi condotto all’accordo sul nucleare e che ha contribuito a rendere realtà il disgelo tra gli Stati Uniti e l’Iran, e il reinserimento di quest’ultimo nella comunità delle Nazioni.
Muscat causa non poche perplessità e qualche diffidenza negli altri Paesi del Gulf Cooperation Council (Gcc) proprio per la sua vicinanza a Teheran.

Giuseppe Dentice, ricercatore presso L’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (Ispi), definisce il sultanato una mina vagante, ma, sottolinea, una mina vagante che fa comodo un po’ a tutti.
L’Oman sfugge al controllo ossessivo-compulsivo dell’Arabia Saudita, frequenta il suo primo e più acerrimo rivale e tende a tenersi in disparte. Ma offre un canale di comunicazione, prezioso e discreto.

Se l’Oman ha scelto, sul piano internazionale, di diversificare le proprie alleanze e assumere il ruolo di ponte tra Paesi le cui divergenze sembrano quasi irriconciliabili, ‘diversificazioneè anche la parola chiave della politica interna omanita e, segnatamente, di quella economica.
Più lungimirante di altri Paesi dell’area, il sultanato ha scelto di sviluppare altri settori oltre a quello degli idrocarburi  -che pure rappresentano tra il 60 e il 70 percento delle esportazioni-  puntando in particolare sul turismo e sulla cultura.

Il sultano Qabus, sul trono da più di quarant’anni, dopo aver spodestato il suo stesso padre in un colpo di Stato incruento nel 1970, ha saputo dare forma all’Oman e modernizzarlo.
Gli si muove l’accusa, non infondata, di ignorare e trascurare i diritti civili e i diritti umani, ed è innegabile che le libertà politiche degli omaniti siano poche e ristrette. Concetti come libertà di stampa e libertà d’assemblea non sono scontati e, eufemisticamente, la dissidenza non è particolarmente apprezzata.
Tuttavia le risposte del sultano sono calibrate e misurate. L’Oman –monarchia assoluta nella quale non esiste separazione dei poteri: il sultano è a capo delle Forze Armate, riveste il ruolo di Ministro degli Esteri, di Ministro della Difesa, di Ministro delle Finanze, e di governatore della Banca Centrale- non è passato indenne dai fermenti della Primavera Araba del 2011.
In particolare, a Salalah, la seconda città del Paese, si sono verificate delle proteste. Proteste che non chiedevano necessariamente la deposizione del sultano, ma che facevano rivendicazioni più concrete rispetto ai bisogni immediati della cittadinanza.
In quell’occasione, Qabus lanciò e finanziò una serie di progetti di sviluppo alternativi che, spiega Dentice, placò e in qualche misura soddisfece i contestatori.

Insomma, l’Oman sembra essere governato da una politica accorta sia sul piano interno che sul piano esterno.

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