sabato, Settembre 18

Oman: Aladino non abita più qui Disoccupazione, povertà e transizione ritardata verso l'era post-petrolio stanno mettendo in pericolo l'economia del Paese e la tenuta sociale

0

L’Oman non è più il Paese di Aladino. Se le cronache europee ne avessero parlato -almeno come al tempo fecero con quelle che vennero poi chiamate Primavere arabe- sarebbe stato ben evidente lo scorso maggio, quando, dal 23 al 27, un gran numero di giovani omaniti sono scesi in piazza per protestare contro povertà,disoccupazione e prepensionamenti nella pubblica amministrazione -70% degli impiegati statali mandati in prepensionamento. I manifestanti chiedevano opportunità di lavoro e riforme economiche, e, dopo i primi giorni, anche le dimissioni del Ministro dell’Informazione, considerato che i media del Paese ignoravano la manifestazione -i social media, invece, in particolare Twitter, hanno trasmesso in diretta le proteste. Epicentro delle proteste -evento estremamente raro in un Paese come l’Oman- Sohar, città industriale sulla riva del Golfo di Oman, a 200 km a nord di Muscat, la capitale, che ha visto centinaia di giovani in strada al grido di ‘Sohar si sta alzando’, ma le manifestazioni si sono subito allargate ad altre città, tra le quali Bidiyah, Salalah, Ibri, Ibra. La Polizia ha reagito con blindati in strada, uso di lacrimogeni e arresti, per poi, successivamente, pressata dai social, adottare la linea della calma, evitando ogni eccesso di violenza. Il governo, che di fatto malgrado la libertà di stampa sia garantita. controlla tutti i media, sia quelli privati che quelli statali, ha reagito mettendo la sordina alle proteste e annunciandoun piano per rendere immediatamente disponibili 32.000 posti di lavoro come soluzione a breve termine alla crisi occupazionale.

Questa esplosione di proteste e relativo malessere almeno in parte è conseguenza della crisi causata dal Covid-19, la quale non ha fatto altro che esacerbare una situazione economica già compromessa. E’ quanto spiega Fatma al-Arimi, amministratore delegato di The Media Center (TMC).
«
L’inizio della pandemia di Covid-19 ha coinciso con l’inizio del regno di Sultan Haitham Bin Tariq nel gennaio 2020. Nel suo secondo discorso, Sultan Haitham ha sottolineato la necessità di snellire le procedure, combattere la corruzione e migliorare la governance, l’integrità e la responsabilità, nonché ristrutturare l’apparato amministrativo dello Stato e modernizzare la sua legislazione. Il trasferimento del potere è stato visto come un’opportunità per rilanciare l’economia dell’Oman, soprattutto ripristinando l’equilibrio tra governo, settore privato e società civile».

Per il rilancio, che alla base significa ripensamento e riorganizzazione, il Paese ha adottato l’Oman Vision 2040, «un piano strategico a lungo termine con obiettivi economici e sociali». Per poter effettivamente mettere in pista la nuova strategia economica, serviva però un ponte, «il governo aveva bisogno di un piano finanziario di emergenza a medio termine per alleviare le attuali questioni fiscali e aprire la strada all’attuazione della visione». Così, nel settembre 2019, il governo ha iniziato a lavorare su un piano fiscale per affrontare le sfide economiche dell’Oman. Il problema chiave che questo piano-ponte doveva risolvere era l’importante espansione dell’apparato amministrativo durante gli ultimi anni del regno del defunto Sultan Qaboos, che ha prodotto una Pubblica Amministrazione elefantiaca. «La prima bozza del Piano di bilancio a medio termine (MTFP), denominato Tawazon(‘Equilibrio’), è stata presentata a Sultan Haitham nel febbraio 2020. Gli effetti della pandemia non si sono fatti sentire fino alla fine del primo trimestre del 2020, quindi il piano non includeva alcuna misura per affrontare le relative emergenze economiche». Solo dopo il primo trimestre 2020 il piano è stato implementato per tenere conto dell’impatto finanziario della pandemia. Tuttavia, «il governo non è stato in grado di mitigare gli effetti della pandemia sull’economia. Gli impatti si sono infiltrati nell’economia e hanno drenato liquidità dal settore privato, hanno abbassato il morale del settore pubblico ed eliminato posti di lavoro per i locali. Il governo ha sospeso i privilegi degli alti funzionari statali, ha ritirato il 70% dei suoi dipendenti di ruolo, ha abolito o fuso diversi consigli e ministeri e ha rivisto i contratti governativi. Tali misure, che sottopongono la spesa pubblica a una dieta rigida, hanno influito negativamente sul flusso di capitali verso l’economia guidata dal governo e si sono svolte nel settore privato. Gli effetti si sono visti maggiormente a livello delle piccole e medie imprese a causa di diversi blocchi e della sospensione o cancellazione di progetti governativi».
Così,
i tentativi del governo di mitigare gli effetti della pandemia hanno peggiorato la situazione economica. «Da un lato, il governo deve continuare a ridurre la spesa pubblica e aumentare le entrate se vuole raggiungere gli obiettivi fissati nel piano fiscale e nell’Oman Vision 2040. Dall’altro, ha bisogno di rafforzare e ampliare il sistema di sicurezza sociale mitigare l’aumento del tasso di disoccupazione nonché gli effetti sulla popolazione della graduale revoca dei sussidi per l’elettricità e l’acqua e l’introduzione dell’imposta sul valore aggiunto (IVA) entrata in vigore quest’anno».
Nel marzo 2021 è stato annunciato un nuovo piano di stimolo economico, ma le sfide legate all’occupazione rimangono inalterate. «Le promesse del governo di occupazione, formazione professionale e opportunità di lavoro hanno chiaramente fatto ben poco per aiutare, poiché i dati ufficiali mostrano una disoccupazione elevata e continua, indicatore di un rallentamento economico». Il tasso di persone in cerca di lavoro è aumentato dal 2,1% di maggio 2020 al 4,9% di maggio 2021. Il numero di beneficiari di job security è raddoppiato tra novembre 2020 e marzo 2021. «Poiché il governo mira a snellire la struttura amministrativa, il numero di omaniti nel settore pubblico è in calo. I disordini civili del maggio 2021 hanno portato a ordini reali per aumentare le opportunità di lavoro nei settori pubblico e privato. Tuttavia, sembra che il governo intenda solo sostituire i dipendenti essenziali del settore pubblico, facendo affidamento sul settore privato per creare la maggior parte dei posti di lavoro.
Non solo
questi cambiamenti richiederanno tempo per produrre risultati positivi, ma la trasformazione dell’economia dell’Oman non sarà completa fino a quando il rapporto tra governo, settore privato e società civile non sarà riequilibrato. L’attuale relazione non è favorevole a spingere l’economia dell’Oman verso il successo previsto. Di fronte a un disperato bisogno di maggiori investimenti e occupazione nel settore privato, il governo è sotto pressione per migliorare le sue relazioni con il settore privato e fornire incentivi alla collaborazione. Il settore privato si aspetta che il governo metta un ‘guinzaglio’ sul numero crescente di imprese statali (SOE) che sono state istituiti negli ultimi dieci anni. Inoltre, il settore privato chiede che il suo contributo si rifletta nelle decisioni del governo».

Insomma, l’Oman sta pagando il prezzo dei fasti e degli errori nelle scelte economiche del passato,o forse, più semplicemente, questo è il costo di una transizione economica epocale. Lo dice chiaramente Sebastian Castelier, freelance di ‘OrientXXI‘.
«Un tempo un sultanato fuori mano di aspetto medievale sulla punta orientale della penisola araba. L’Oman, dagli anni ’70, ha capitalizzato la vendita dei suoi idrocarburioggi il 70% del bilancio dello Stato– per costruire moderne infrastrutture pubbliche e un’amministrazione civile che paghi lauti salari in cambio di un’assoluta fedeltà al potere. Secondo un rapporto del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP), l’Oman è il Paese al mondo in cui l’indice di sviluppo umano ha registrato i maggiori progressi tra il 1970 e il 2010. Le lunghe ore di lavoro per un settore privato sul supporto vitale del petrodollaro sono delegati a lavoratori stranieri privi di tutele sindacali, la maggior parte dei quali provenienti dall’Asia e dall’Africa. Tuttavia, un alto tasso di fecondità (oltre 7 figli per donna fino al 1990) e la probabilità di un calo della supremazia del petrolio sui mercati energetici hanno rovinato un modello sociale su cui il sultano Qabous ha costruito la sua leggenda e che ora è alla fine».

«“Venticinque anni fa, il governo sapeva già che la disoccupazione sarebbe stata un problema. Lo sapevano e non hanno fatto nulla. Se la mia famiglia me lo permettesse, sarei in strada a protestare”», afferma Castelier, riferendo una protesta di una giovane di Sohar. E’ l’accusa coredella vicenda, è il problema di fondo di una contingenza che il Covid-19 semplicemente ha fatto scoppiare.
La Polizia dell’Irlanda del Nord (PSNI) da fine 2014 e fino al febbraio 2021 ha condotto attività di formazione sull’ordine pubblico alla Polizia reale dell’Oman con l’obiettivo che la polizia dell’Oman «imparasse a trattare con i manifestanti». Il Ministro della Difesa britannico, James Heappey, ha detto al Parlamento che ci sono circa 230 militari britannici con sede in Oman e che hanno «contatti regolari con le autorità dell’Oman… per condividere idee ed esperienze su tutti gli aspetti della sicurezza, compresa la risposta alle proteste». Due prove a dimostrazione del fatto che il Sultanato era da tempo perfettamente consapevole che avrebbe dovuto affrontare disordini pubblici legati a unasituazione socio-economica in progressivo deterioramento.
Ma «
le élite al potere hanno preferito rimandare a domani la complessità di dare forma a un’era post-petrolio, lasciando a un pugno di famiglie benestanti il dominio sull’economia locale».
Le parole di un cablogramma diplomatico del 2009 dell’ambasciata statunitense a Muscat -“
il settore privato in Oman è descritto come un’oligarchia”-, sono rivelatrici che già in quegli anni si stava affermando «un sentimento di ingiustizia per l’ineguale distribuzione delle entrate petrolifere, la consapevolezza nei giovani di essere una generazione sacrificata, il terrore della trappola della povertà tra i ceti medi che offende la loro dignità e minaccia il loro bilancio, questi sono tanti segni di un disagio di fondo che le persone trovano sempre più difficile nascondere», commenta Castelier. E in tutto ciò, nel 2020 le spese militari del Sultanato, soprattutto per l’acquisto di armi britanniche, sono state pari all’11% del suo PIL, la percentuale più alta al mondo.

Un PIL prodotto in larga parte dal petrolio. Muscat ha bisogno che i prezzi si aggirino intorno agli 82 dollari al barile per un budget di pareggio, che non è neanche lontanamente vicino all’attuale prezzo, l’Oman, infatti, si caratterizza per un alto prezzo al barile per il raggiungimento della soglia di pareggio. Inoltre, la grave contrazione nell’economia cinese derivante dal COVID-19 è destinata ad avere un impatto sulle finanze del Paese. E, ancora più grave, il Paese ha scarse riserve accertate, che dovrebbero durare solo 25-30 anni ai livelli di produzione del 2019.
Infine, sempre causa Covid-19, anche il turismo è crollato.

Il debito pubblico rispetto al PIL è passato dal 4,9% all’inizio del crollo petrolifero nel 2014 al 60% nel 2019 e all’80% nel 2020, e un ulteriore peggioramento è previsto quando saranno contabilizzate le ricadute economiche da COVID-19.
«L’oro nero è stato una benedizione per i petro-Stati il il Golfo Persico… ma probabilmente si rivelerà essere arma doppio taglio»

Il sultano Haitham bin Tariq al-Said si è recato in visita ufficiale in Arabia Saudita lo scorso 11 luglio, primo viaggio all’estero da quando è diventato sultano dell’Oman, l’11 gennaio 2020. La visita ha coinciso con l’apertura della prima rotta terrestre diretta tra Ibri in Oman e al-Ahsa in Arabia Sauditache copre 800 km attraverso l’Empty Quarter, invece di un percorso tortuoso di 1640 km attraverso gli Emirati Arabi Uniti. La nuova strada è significativa per il commercio, il turismo e la connettività omanita-saudita.
La tempistica di questa visita non è un caso. Nell’ultimo periodo si erano accumulate tensioni tra l’Arabia Saudita e l’Oman che riguardavano il rapporto di Muscat con l’Iran, la condotta saudita in alcune parti dello Yemen (principalmente al-Mahra, situata lungo il confine yemenita con l’Oman), le
preoccupazioni dell’Oman alla fine del regno del sultano Qaboos con Riyadh accusata di essersi intromessa nel processo di successione del Sultanato, il vertice dell’OPEC sulle quote OPEC+ post-2022, le regole commerciali aggiornate del regno sulle importazioni da altri Stati del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC). Nel corso della visita i due Paesi hanno firmato numerosi accordi in materia di trasporto, cultura e commercio. Il sultano Haitham spera che gli accordi firmati con il regno durante la sua visita aiutino ad alleviare alcune delle sfide economiche che l’Oman deve affrontare.

Secondo Robert Mason, membro del progetto Sectarianism, Proxies and De-settarization presso la Lancaster University e membro dell’Arab Gulf States Institute di Washington, «I legami più stretti tra Arabia Saudita e Oman contribuiranno a consolidare le conquiste saudite ad al-Mahrah nello Yemen, compresa la pianificazione e la sicurezza del dopoguerra al confine con l’Oman. Ciò si adatta bene agli interessi degli Stati Uniti in Oman, incluso un accordo firmato nel 2019 che regola l’accesso degli Stati Uniti ai porti di Duqm e Salalah per promuovere ‘obiettivi di sicurezza reciproci’.Duqm è abbastanza grande da ospitare una portaerei ed è nella posizione ideale per proiettare la forza nel Mar Arabico. Pertanto, l’Arabia Saudita, l’Oman e gli Stati Uniti continueranno a rafforzare le loro misure di sicurezza regionali e a stabilire una sfera di influenza più forte per combattere il terrorismo e la pirateria».

«L’Oman continuerà a sostenere la diplomazia per porre fine al conflitto in Yemen e facilitare i contatti tra l’Arabia Saudita e l’Iran, sfruttando un alto livello di fiducia costruito con l’Iran nel corso di diversi decenni. Il sultano Haitham cercherà di mantenere l’indipendenza dell’Oman stabilita dal sultano Qaboos nei decenni precedenti. Ad esempio, quando l’Arabia Saudita, il Bahrain, gli Emirati Arabi Uniti e altri hanno interrotto le relazioni diplomatiche con l’Iran nel 2016 dopo che alcuni iraniani hanno preso d’assalto l’ambasciata saudita a Teheran in seguito all’esecuzione dell’importante esponente religioso sciita saudita, Nimr al-Nimr, Muscat ha mantenuto relazioni diplomatiche. Tuttavia, ha condannato la violenza. L’Oman è stato l’unico Stato a mantenere relazioni diplomatiche con la Siria dopo il 2011 e ha cercato di contribuire ai negoziati di pace in Siria, dove l’allora Ministro degli Esteri dell’Oman Yusuf bin Alawi bin Abdullah ha incontrato il presidente Bashar al-Assad nel 2015, 2019 e 2020. Altri tentativi di diplomazia sono stati fatti a Mascate nel 2015. L’Oman potrebbe continuare a svolgere un ruolo di ponte nella diplomazia USA-Iran dopo il ritorno dell’Amministrazione Biden ai negoziati sul Piano d’azione congiunto globale.

Sultan Haitham cercherà di massimizzare gli investimenti interni continuando a sfruttare la posizione geostrategica dell’Oman per garantirne la sicurezza e superare il suo peso negli affari regionali e internazionali. Ma affrontare contemporaneamente sfide interne ed esterne ridurrà le opzioni di politica economica ed estera a sua disposizione e del suo governo mentre cerca di accelerare il ritmo della diversificazione.

Le sfide economiche che l’Oman deve affrontare contribuiscono anche al consolidamento di una migliore relazione tra Muscat e Riyadh, annotano Giorgio Cafiero, CEO e fondatore di Gulf State Analytics, e Kristian Coates Ulrichsen, membro del Baker Institute per il Medio Oriente. «La burocrazia a Muscat ha da tempo capito che la disoccupazione giovanile è la sfida interna più seria a lungo termine per il Paese. Oggi quella cifra supera il dieci per cento. Comprensibilmente, molti giovani dell’Oman sono pessimisti sul loro futuro economico, come evidenziato dalle proteste di maggio». Rivolgersi alla più grande economia del GCC, quella di Riyadh, «per l’assistenza finanziaria e maggiori investimenti può aiutare l’Oman ad affrontare le sue sfide economiche.Riyadh, da parte sua, non vuole vedere instabilità in Oman o in qualsiasi altro Stato del GCC. Quindi, i sauditi hanno le loro ragioni per aiutare il Sultanato in questo periodo di difficoltà economiche».

Sebbene l’Arabia Saudita e l’Oman siano tipi estremamente diversi di monarchie arabe, «i due Paesi affrontano molti degli stessi problemi in termini di raggiungimento della diversificazione economica prima che finisca il petrolio. Con economie che rimangono fortemente dipendenti dalle risorse di idrocarburi, la leadership sia di Riyadh che di Muscat comprende come la costruzione di settori privati vivaci e la crescita di economie basate sulla conoscenza siano fondamentali per la stabilità a lungo termine in tutto il GCC.
Poiché gli omaniti credono da tempo in un GCC forte in grado di promuovere l’integrazione economica regionale, i funzionari di Muscat accolgono con favore le opportunità per attirare maggiori investimenti dall’Arabia Saudita e aumentare il commercio bilaterale. Una maggiore integrazione economica con l’Arabia Saudita aiuterà l’Oman a sfruttare la sua posizione geografica nell’angolo sud-orientale della penisola arabica quando si tratta di far crescere i settori della logistica, dei porti e delle infrastrutture del Sultanato in un momento in cui i problemi economici dell’Oman hanno un disperato bisogno di essere alleviati».

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->