mercoledì, Maggio 25

Oltre mezzo secolo fa, una ‘partita’ a golf sulla Luna 51 anni fa, il 5 febbraio 1971, Alan Shepard, astronauta statunitense, fece un paio di tiri a golf sulla Luna durante la missione Apollo 14

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Diciamo la verità. Ogni tanto le cose dovrebbero essere prese con leggerezza. E se non ci riesce sulla Terra, perché non andare sulla Luna?

51 anni fa, il 5 febbraio 1971 Alan Shepard, astronauta statunitense, fece un paio di tiri a golf sulla Luna durante la missione Apollo 14; con un ferro 6 artigianale scagliò la prima pallina che, dopo un tragitto lineare, si arrestò a 22 metri, vicino a un cratere di 80 km. di diametro situato a nordest del Mare Cognitum e a sudest del Mare Insularum, individuato da Fra Mauro, monaco e cartografo veneziano del XV secolo, autore dell’omonimo mappamondo e afferente alla congregazione dei camaldolesi.

Dopo un istante di delusione, l’astronauta fece il secondo lancio, che viaggiò un po’ di più. Circa 36 metri. «La pallina ha percorso miglia e miglia» si era vantato il comandante della missione al suo ritorno mentre, anni dopo lo specialista di imaging britannico Andy Saunders ha fornito un resoconto più accurato degli eventi, localizzando a suo dire entrambe le palline. Probabilmente su questa straordinaria scoperta ci scriverà un libro e qualcuno si pregerà di averlo nei propri scaffali. Gli Stati Uniti sono un Paese dove quello sport è molto seguito, subito dopo football, basket e baseball e rimasero esterrefatti e divertiti.

Era stato il comico Bob Hope ad avergli dato l’idea: i comici in America sono anche intelligenti e Shepard aveva convenuto che sarebbe stato un ottimo modo per mostrare agli spettatori della missione la differenza della gravità lunare.

Certo, nonostante gli allenamenti, il nostro Alan non esibì grandi capacità al riguardo, dal momento che sulla Terra un colpo di golf arriva fino a 200 metri.

L’effetto del colpo in ridotta gravità e in assenza della resistenza atmosferica avrebbero potuto rendere assai leggero l’esito ma l’impaccio della tuta e dei guanti deve aver governato ogni movimento dell’uomo, ma fu dato pur scontato, un risultato scientifico ed empirico che fece parlare molto sui giornali. Alan Shepard era un grande appassionato di golf: lui stesso aveva costruito una mazza con un bastone pieghevole, che sarebbe servito per raccogliere campioni di roccia sul nostro satellite naturale, il tutto ricoperto da un calzino, forse per nasconderne la testa o per rendere la sporgenza meno evidente. La stessa NASA, nella sua ortodossia, si era opposta all’idea di Shepard che l’evento fosse ripreso e trasmesso sulla Terra. In un’intervista, Shepard raccontò di aver detto a Bob Gilruth, direttore del Manned Spaceflight Center che era contrario alla proposta, queste parole: «Non sarò così frivolo. Voglio aspettare la fine della missione, mettermi davanti alla telecamera, dare una botta a queste palline con questo bastone improvvisato, ripiegarlo, mettermelo in tasca, risalire la scaletta, chiudere la porta e andare».

Una passione irrefrenabile, come si è detto poi, o un bisogno di mostrare che anche nella grande solennità del momento che si possono compiere gesti di vita quotidiana anche su un altro mondo. Nonostante l’entusiasmo del momento, la situazione non era facile. Le priorità degli Stati Uniti incalzavano sotto una pressione insostenibile dell’opinione pubblica e di ragionieri federali: le misure sociali messe in atto dal Presidente Lyndon Johnson nel contrasto alla povertà spingevano la stampa e i politici di Washington a dire che l’obiettivo era stato centrato. Gli americani erano stati più bravi dei nemici sovietici e così avrebbero dovuto dedicarsi in santa pace ai combattimenti in Vietnam.

Apollo 14 poi era l’ottava missione lunare con equipaggio; la prima ad allunare sugli altopiani lunari. Ma subì dei posticipi a causa delle indagini a seguito del fallimento dell’Apollo 13 e del conseguente bisogno di modificare la navicella.

Shepard e Edgar Mitchell, il pilota del modulo lunare, durante le due camminate sulla superficie, raccolsero 42 chilogrammi di rocce lunari, ma nessuno dei due era un geologo e i reperti non ebbero una grande validità scientifica. Una leggerezza che solo nelle missioni seguenti trovò una sua ragione di essere.

Shepard aveva da parte sua avuto un ben po’ di problemi: in precedenza era stato dichiarato inabile al volo a causa di una malattia collegata alla pressione nell’orecchio. Un miracolato, insomma. Lui era stato il primo astronauta statunitense a volare nello spazio nell’ambito del programma Mercury, a bordo della navicella Freedom 7, il 5 maggio 1961 con razzo Redstone in una traiettoria di volo a circa 186 km. E poi fece il suo secondo volo sulla Luna.

È un dolce amaro ricordarlo solo per la sua bravata. Per altro, come ha raccontato recentemente Antonio Lo Campo su ‘La Stampa’, la figlia del leggendario astronauta americano è salita fino a 100 km d’altezza con il razzo New Shepard, che Jeff Bezos, capo della New Origin, ha dedicato proprio a suo padre, per avere un assaggio delle condizioni di zero gravità.

Alan è morto nel 1998 a causa della leucemia a 74 anni. Non si sa se fu una sua predisposizione o l’esposizione alle radiazioni cosmiche, che a quei tempi venivano controllate assai meno di adesso.

Quelle palline sono ancora là e forse presto saranno proclamate un monumento alla razza umana!

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