martedì, Agosto 3

Oltre la magia: le Olimpiadi con gli occhi di un atleta

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Con una tradizione storica solida alle spalle, le Olimpiadi sono vecchie quanto il desiderio dell’uomo di confrontarsi, mettersi in gioco, sancire la sua libertà insieme alla libertà altrui. Nelle Olimpiadi, l’uomo ha edificato il valore dello sport, il suo impatto educativo, la sua ricchezza, la sua capacità di unire popoli e mischiarli, in una magia che dimentica le guerre e che fa delle differenze una risorsa preziosa, un motivo per capire l’altro, per essere curiosi delle culture ignote. Insomma, le Olimpiadi conservano un po’ il lato più bello e sano della nostra umanità, quello che vuole incontrare l’altro, che si prepara con impegno per mostrarsi all’altro.

Certamente, non è tutto oro quel che luccica: le Nazioni, spesso, si trovano impreparate ad affrontare l’enorme carico di ‘doveri’ che i Giochi Olimpici portano con sé.
Il Brasile, a pochi mesi dall’inizio dei giochi, sembra stia goffamente raccogliendo le forze per stare al passo con le necessità dell’evento. D’altro canto, il contesto in cui vivono e si allenano gli atleti non è un mondo fatato in cui i sogni si avverano e le nazioni si complimentano a vicenda per le ottime performance. L’evento conserva sia aspetti positivi che meccanismi schiaccianti e opprimenti, capaci di oscurare, talvolta, la magia dei giochi. Sicuramente, agli occhi di un atleta, tutto è diverso. La magia è amplificata, così come tutte le aspettative che gravano sulla sua esperienza, sul suo modo di vivere le Olimpiadi, perfino sulla sua salute.

Abbiamo chiesto quali le emozioni, le paure, i segni sulla pelle di un atleta, a Emanuela Pierantozzi, judoka italiana, tedofora nel 2004 ad Atene e, precedentemente, vincitrice olimpica della medaglia d’argento nei 66 kg (1992, Barcellona), del bronzo nei 78 kg (2000, Sydney); vincitrice di due medaglie d’oro (1989 e 1991) e un bronzo (1997) ai Campionati Mondiali; e vincitrice di  due ori (1989 e 1992), tre argenti (1988, 1995 e 1996) e due bronzi (1991 e 1993) ai Campionati Europei. Ci sono cose che non vengono dette e che, in un certo senso, sono più reali della magia. Ecco le emozioni e le (im)pressioni di chi vive le Olimpiadi da dietro le quinte, dove tutto appare più chiaro; dove è difficile, ma non impossibile, conservare e tenere intatta la magia dei Giochi, nonostante la morsa delle aspettative risucchi l’entusiasmo di chi ne prende parte.

 

Com’è stata la sua esperienza da tedofora? Quali sensazioni ha provato e cosa le è rimasto?

La mia esperienza risale alle Olimpiadi del 2004 ed è stata molto bella, perché le Olimpiadi le ho avute sempre nel cuore ed essere stata una tedofora è anche il coronamento di un sogno che avevo sin da bambina. Ho provato un mix di emozioni bellissime. Tuttavia, essendo molto tradizionalista, quando ho visto che l’evento è legato fin troppo al consumismo e al business, sono rimasta molto delusa da tutto questo baraccone commerciale e pubblicitario. Adesso non so come funziona, perché parlo di dodici anni fa. Allora, però, c’era una presenza eccessiva di interessi commerciali e questo mi ha deluso moltissimo.

Tra pressioni, competitività e soddisfazioni, visto che ha vissuto le Olimpiadi anche da atleta, non solo da tedofora, com’è viverle in prima persona? Che atmosfera ha vissuto?

Le ultimi Olimpiadi del 2000, a Sidney, durante le quali ho vinto la medaglia di bronzo, sono state bellissime: gli Australiani sono bravissimi nell’organizzazione e nel farti sentire la bellezza di esserci al di là del risultato, che non è una cosa scontata. Nel 1996, per esempio, ho notato che gli Americani non sono affatto così: c’è una pressione eccessiva sul risultato e, dunque, l’atleta non riesce a rendere, soprattutto se è debole e subisce le aspettative esagerate. Bisogna stare attenti alle aspettative perché queste hanno un peso enorme sull’atleta, ci vuole un certo equilibrio che io ho imparato sulla mia pelle soltanto alla fine della mia carriera, quando mi sono goduta maggiormente la bellezza di una cosa così magica come le Olimpiadi. Diciamo che ho potuto godere appieno l’atmosfera dei Giochi Olimpici più da tedofora che da atleta. All’inizio si subisce troppo la pressione delle aspettative per godersi la magia dell’evento. La durezza delle Olimpiadi sta nel fatto che queste assumono spesso l’aspetto di una battaglia a suon di medaglie e perciò è difficile godersi serenamente la magia dell’evento. Ci sono nazioni che non hanno affatto rispetto per l’atleta, né per la sua salute e puntano solamente al risultato. Pochi atleti sono soggetti, molti sono oggetti dell’evento ed essendo giovani sembra quasi normale, per loro, che sia così.

Quest’anno i Giochi Olimpici sono fortemente compromessi dall’attuale situazione di crisi in Brasile, a livello politico, economico e sanitario. Ultimamente ci sono molti problemi, anche nella costruzione delle strutture olimpiche. Cosa pensa a riguardo?

Penso che non è una novità. Ricordo che nel 2004 ad Atene fu uguale, per via della crisi economica. Il punto è che le Olimpiadi fanno luce su aspetti del Paese che le ospita, dunque vengono fuori i nodi al pettine. Forse l’Australia nel 2000 è stata una parentesi, forse altri Paesi sono più preparati di altri. Sicuramente il Brasile ha tanto da migliorare, però non mi sembra una novità. Più si va avanti più si tende a ingrandire l’evento ed è difficile stare al passo.

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