domenica, Aprile 18

Oltre il confine L’ex Ambasciatore Arturo Sarukhán ci spiega i rapporti fra Messico e USA in tema di migrazioni

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migranti-messicani

Sono volate scintille, negli ultimi giorni, tra Messico e Stati Uniti, e l’attrito che le ha generate ha origine proprio dove i due Paesi si toccano fisicamente, vale a dire al confine. Quello della frontiera è, in effetti, un problema annoso nelle relazioni fra i due Paesi, che pure collaborando strettamente in molti ambiti, primo fra tutti il Trattato di Libero Commercio dell’America del Nord (TLCAN), ed avrebbero perciò svariati motivi per convergere sulle modalità di gestire la linea immaginaria che, al contempo, li separa e li unisce. Li unisce, perché è fonte dei medesimi problemi per entrambi, flussi migratori e narcotraffico in primis. Li separa, perché le strategie per gestire questi fenomeni spesso divergono, non fosse altro che per un semplice motivo: in un Paese questi hanno origine o, comunque, assumono consistenza, nell’altro hanno la propria meta principale.

Non è quindi sorprendente che, la scorsa settimana, alcuni esponenti Repubblicani del Congresso degli Stati Uniti abbiano approfittato della presenza davanti al Comitato di Sicurezza della Camera dei Rappresentanti del Segretario per la Sicurezza Interna, Jeh Johnson, per addossare al Governo messicano le responsabilità per i flussi migratori che interessano regolarmente il confine. Una «crisi umanitaria» che coinvolge in particolar modo minorenni e che, per la sua gravità, ha portato alcuni dei contestatori a richiedere la revisione degli accordi di libero commercio. Così sollecitato, Johnson ha risposto dichiarando di voler coinvolgere le autorità messicane sino al livello presidenziale, dal momento che la «chiave» per affrontare il fenomeno, che riguarda circa 52.000 bambini ed ha luogo soprattutto al limite meridionale del Texas, «è sapere ciò che il Governo del Messico può fare».

Dal versante meridionale del confine, però, i dati non sono certo incoraggianti. Certo, dal lato politico, quegli stessi rappresentanti repubblicani che oggi lasciano ricadere ogni responsabilità su Città del Messico continuano ad ostacolare proprio una delle convergenze fra i due Governi, ossia la riforma della Legge Migratoria sollecitata ormai più di un anno fa dal Presidente Barack Obama, che regolarizzerebbe undicimila migranti e destinerebbe importanti risorse ai controlli di frontiera. Dal versante esecutivo, però, è purtroppo nota la scarsa affidabilità delle forze dell’ordine messicane nel gestire la situazione dei migranti rispettandone i diritti umani. Ad un quadro già abbastanza desolante, si è aggiunto in questi stessi giorni l’annuncio delle indagini avviate proprio dal Dipartimento per la Sicurezza Interna statunitense su duemila dei propri agenti, sospetti di aver agevolato le attività dei cartelli messicani del narcotraffico. Attività fra le quali rientra, appunto, la gestione dei flussi migratori ‘irregolari’ e che spinge sempre più di frequente gli stessi migranti a denunciare la loro situazione disumana causata da un livello di violenza «sempre più fuori controllo».

Nonostante le carenze dell’amministrazione messicana, sembra però diventare sempre più chiaro che la risposta ai problemi dei migranti va cercata anche e soprattutto oltre il confine. È questa, ad esempio, l’opinione di Arturo Sarukhán, già Ambasciatore messicano a Washington dal 2007 al 2013. «Non è tanto facile assegnare responsabilità politiche per la mancanza di avanzamenti nella riforma migratoria», ha scritto in un recente editoriale, aggiungendo però che «in questa congiuntura e in quest’anno, il grande colpevole… è la leadership repubblicana alla Camera, che non ha osato confrontarsi con l’ala conservatrice del proprio partito». Per meglio comprendere la situazione, ci siamo rivolti proprio a Sarukhán.

 

Dottor Sarukhán, in questi giorni il Congresso degli Stati Uniti ha lanciato accuse al Messico per le consistenti migrazioni che coinvolgono molti minori. Come si è sviluppata questa situazione negli anni? Può darci il suo punto di vista, specialmente in riferimento al suo mandato come ambasciatore negli USA?
Innanzitutto, non credo che i commenti di uno o due legislatori statunitensi equivalgano a tutto il Congresso degli Stati Uniti. Fortunatamente, un gruppo importante di congressisti ha una lettura più informata di ciò che è andato creando questi flussi di minori migranti non accompagnati, la gran parte di essi centroamericani, fino alla frontiera statunitense. Si tratta di un fenomeno recente. Sebbene siano sempre esistiti minori che provano ad attraversare la frontiera per riunirsi con familiari o conoscenti, con tutte le sfide che ciò comporta per entrambi i Governi, questo incremento brusco si è registrato negli ultimi mesi.

Come collaborano i Governi di Messico e Stati Uniti in materia di migrazione? Quali sono i maggiori rischi per i bambini migranti nella strada verso e dopo la frontiera?
Con qualche eccezione, Messico e Stati Uniti hanno lavorato in modo costruttivo da parecchi anni per seguire l’impatto dei flussi frontalieri nella regione del confine. Il fatto che già da diversi anni la migrazione di messicani verso gli USA abbia raggiunto un tasso a zero -vale a dire che il numero di coloro che ritornano in Messico è uguale al numero di coloro che emigrano- come risultato di un’economia messicana che è migliorata, di un’economia statunitense (in special modo in ambito edilizio e dei servizi) che ancora non recupera tutto il suo dinamismo e di un crimine organizzato che si è viepiù appropriato degli affari legati al traffico di migranti, era giunto a cambiare in maniera sostanziale il modo in cui entrambi i Governi lavorano congiuntamente lungo la frontiera. Una delle sfide persistenti su cui il Messico ha continuato ad insistere da tempo è il numero di morti che avvengono nei passaggi non documentati, ed in particolar modo nel persistente uso sproporzionato della forza da parte di alcuni agenti della ‘Border Patrol’, che ha causato grande costernazione e rifiuto, al punto che il Dipartimento di Sicurezza Interno (DHS) si è visto obbligato ad avviare indagini ed a cercare di modificare i protocolli che regolano le modalità in cui opera la ‘Border Patrol‘ lungo la linea di confine col Messico.

È possibile, secondo lei, che la riforma della Legge Migratoria negli USA sia approvata entro la fine dell’anno?
Ne dubito. Si era creato un paio di finestre di opportunità molto ridotte quest’anno, una durante la primavera e l’altra appena passate le elezioni legislative di novembre. Questa crisi umanitaria alla frontiera non ha solamente invertito la lettura cruciale di questi ultimi anni di una migrazione netta con tasso zero di messicani diretti verso gli USA, ma giunge anche in un momento in cui la percezione all’interno del Partito Repubblicano, ed in particolare della sua ala più conservatrice, è che la riforma migratoria non è profittevole in termini politici e può comportare sfide elettorali di repubblicani ancor più conservatori, che si oppongono alla riforma migratoria. Spero di sbagliarmi, ma mi sembra che ogni opzione per una riforma integrale per quest’anno -o nel futuro immediato- si sia, purtroppo, dissipata.

Lei crede possibile che i Repubblicani ottengano una revisione del TLCAN in seguito alle accuse di cui parlavamo? In ogni caso, perché i conservatori statunitensi richiedono di rivedere il trattato?
No, non credo che avranno fortuna. Vincolare il fenomeno migratorio con temi commerciali è, come si dice in Messico, confundir la gimnasia con la magnesia [prendere lucciole per lanterne, ndr]. Ci sono abbastanza legislatori repubblicani che conoscono alla perfezione l’impatto che il TLCAN esercita sull’economia statunitense: 6 milioni di impieghi direttamente vincolati con il commercio col Messico, 26 Stati dell’Unione Americana che hanno nel Messico il proprio principale mercato di esportazione, ed una relazione commerciale bilaterale che scambia in entrambi i sensi beni e servizi equivalenti a 1,4 miliardi di dollari al giorno.

Che ruolo giocano i cartelli messicani nella situazione dei migranti oltre la frontiera?
È evidente che il crimine organizzato transnazionale è collegato a questo incremento sostanziale nel flusso di minori non accompagnati. È da molti anni che continuo a dire che il crimine organizzato che opera  da entrambi i lati della frontiera tra il Messico e gli USA lo fa come qualsiasi impresa: se non possono ottenere risorse dal traffico di droga per i crescenti sforzi del Messico nel prevenire che il Paese sia una zona di transito di cocaina sudamericana, questi gruppi si dedicheranno a fusioni ed acquisizioni e ad altre attività delittuose per generare le proprie entrate: armi, traffico sessuale, DVD ‘piratati’, estorsione e sequestri, e, chiaramente, il traffico di migranti. Oltre alle voci di corridoio e ai passaparola riguardo ad una possibile azione esecutiva da parte del Governo statunitense per risolvere alcuni aspetti della situazione generata dall’impasse nella riforma migratoria nel Congresso statunitense, che potrebbero esser dietro a questo incremento nel flusso di minori del Centroamerica lungo il territorio messicano e verso gli USA, è un fatto che gli stessi gruppi criminali stanno diffondendo e spargendo queste voci e riscuotendo quote elevate per trasportare questi minori verso il territorio statunitense.

 

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