giovedì, Settembre 23

Oltre Gerusalemme: la nuova strategia geopolitica di Washington Ecco tutti i retroscena della 'questione Gerusalemme'

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Da Bill Clinton in poi, tutti gli ‘inquilini’ che si sono succeduti alla Casa Bianca hanno, prima o poi, rilasciato pubbliche dichiarazioni promettendo un futuro trasferimento dell’Ambasciata statunitense da Telaviv a Gerusalemme. Promessa, come dicevamo, più volte reiterata e, ovviamente, ma mantenuta. D’altro canto vi erano ottime ragioni per promettere ed altre, altrettanto valide, per non mantenere. E questo non tanto per timore delle reazioni delle masse arabe e dell’opinione pubblica internazionale – in fondo nessuno, neppure l’ondivago Obama, si era mai sognato di mettere anche lontanamente in discussione l’alleanza strategica con Israele – quanto, piuttosto, per poter continuare ad avere in mano un asso da poter giocare nelle complesse trattative con il Governo israeliano sull’assetto degli equilibri medio-orientali. E, in seconda istanza, per tenere sul filo del rasoio anche i sempre inquieti, e sovente inaffidabili, alleati arabi. Dunque parole, parole, parole…mai seguite da fatti concreti: Washington ha, con Clinton, Bush, Obama, continuato a mantenere in piedi la pantomima di un’Ambasciata ufficiale a Telaviv, mentre l’Ambasciatore, necessariamente se ne stava (ufficiosamente) in pianta stabile a Gerusalemme, come d’altro fanno tutte le altre Cancellerie del mondo occidentale. Poi è arrivato Donald Trump e le cose sono cambiate. Detto, fatto. In poche ore la Casa Bianca ha ufficialmente riconosciuto Gerusalemme – tutta Gerusalemme – come Capitale di Israele, suscitando l’ira del mondo arabo e la costernazione degli alleati europei, convinti, sino al giorno prima, di poter continuare all’infinito a fare i pesci in barile.

Certo, Trump si è mosso con la delicatezza che lo contraddistingue, quella di un elefante in un negozio di cristallerie. E’ caratteristica della sua personalità, che fa inorridire i ben pensanti liberal dell’Occidente, e al contempo piace alla sua base elettorale. Tuttavia, sarebbe un grave errore pensare che questa decisione – per molti versi destinata a segnare uno spartiacque storico – sia da ricondurre esclusivamente all’intemperante e debordante personalità di ‘The Donald‘. Dietro vi è molto di più. Vi è la decisione di ridisegnare la strategia statunitense in tutto il Medio Oriente. Esigenza prioritaria, soprattutto dopo gli otto anni di indecisione di Barack Obama, che hanno fatto perdere a Washington i punti fermi della sua politica in quella regione critica dello scacchiere mondiale. E vi è, anche, la determinazione della struttura, o se vogliamo dello Stato Profondo, che delinea le strategie di Washington ben al di là di quelle che possono essere le caratteristiche, o lo stile, del Presidente.

Innanzitutto, va rilevato come lo spostamento dell’Ambasciata statunitense a Gerusalemme abbia suscitato nel limitrofo mondo arabo reazioni di intensità e segno molto diverse fra loro. Certo, formalmente tutti i paesi arabi e, più in generale, islamici hanno manifestato sdegno, riprovazione, protesta. Formalmente, però. Perché dietro la facciata è stato subito possibile decifrare atteggiamenti molto diversi fra loro. In particolare da parte dei sauditi, che si sono uniti al coro di pro teste, senza però spendersi più che tanto. E, soprattutto, lasciando intravedere che la decisione di Trump non rappresentava, per loro, una vera e propria sorpresa. Forse sarebbe eccessivo sostenere che tutto era stato preventivamente concordato fra Washington e Riad, ma certo è realistico pensare che i vertici della Casa di Saud sapessero da tempo. E non avessero frapposto più che tanti ostacoli alla decisione americana. E’ noto infatti che il principe Mohammad ben Salman, figlio ed erede designato dell’attuale monarca, intrattiene eccellenti rapporti con l’attuale inquilino della Casa Bianca, soprattutto attraverso il, potente e discusso, genero di Trump, Jiared Kushner. Uomo, per altro, considerato anche molto vicino a Bibi Netanyahu e al Likud al potere a Gerusalemme. Mohammad è, per altro, l’uomo su cui Washington punta per imprimere una svolta epocale all’Arabia Saudita.

Appare, infatti, evidente come l’attuale re Salman sia destinato ad essere l’ultimo dei figli di Abd al-‘Aziz ben Saud, il fondatore, a salire al trono. I pochi dei numerosissimi fratelli ancora viventi appaiono troppo vecchi ed inetti a rivestire il ruolo di monarchi; quindi, inevitabile che la successione passi, finalmente, alla nuova generazione, ad uno dei nipoti di Abd al-Aziz, che sono un vero e proprio esercito che occupa tutte le posizioni di potere politico ed economico del regno, divisi, per altro, in fazioni tra loro ostili. Fazioni che traggono, in genere, origine dalle diverse ascendenze claniche delle molte mogli del fondatore. Il brillante ed ambizioso principe Mohammed, appena trentatreenne, è l’attuale principe ereditario designato, nonché vice Primo Ministro e Ministro della Difesa; al di là, però, degli incarichi ufficiali, è il vero uomo forte dietro le spalle dell’anziano e malato re Salman, che sta approfittando del ruolo per procedere ad una sistematica epurazione di zii e cugini suoi rivali reali e/o potenziali. E che ha saldato un rapporto privilegiato con la Casa Bianca di Trump, presentandosi da un lato come (cauto) riformatore, dall’altro come guardiano dei nuovi equilibri nell’area del Golfo in chiave decisamente anti-iraniana. Tant’è vero che è stato e resta il principale fautore dell’intervento militare saudita in Yemen contro i ribelli Houthi appoggiati da Teheran. Evidente, dunque, come la strategia saudita tenda a convergere con gli interessi di Israele, che vede nell’Iran – sostenitore di Hezbollah in Libano e di settori di Hamas in Palestina – la principale minaccia alla sua sicurezza. E, quindi, appare altrettanto scontato che la mossa di Trump, lo spostamento dell’Ambasciata a Gerusalemme, non possa essere stata posta in atto senza aver prima preavvertito l’amico Mohammad a Riad.

La reazione saudita, dunque, si è rivelata alquanto tiepida e puramente di facciata. Un obbligo deprecare e protestare, ma nulla più. Ed ha, di conseguenza, dettato la linea anche ad altri paesi del mondo arabo sunnita, in primis la Giordania, ben poco disposta, in questo momento, a rischiare tensioni col potente vicino israeliano. Al contrario, virulenta è stata la presa di posizione di Erdogan. E non tanto perché per Ankara il riconoscimento statunitense di Gerusalemme come capitale di Israele rappresenti un problema in sé e per sé, quanto piuttosto perché il Presidente turco sta sempre più sentendosi isolato dalla strategia di Washington, che, evidentemente, ancora una volta sembra preferire puntare sull’alleanza con i sauditi. Sauditi che in tutto il Medio Oriente, dalla Siria all’Egitto, hanno sistematicamente contrastato, in questi anni, l’obiettivo di Erdogan di assumere una sorta di leadership del mondo sunnita. Obiettivo perseguito nella speranza di un appoggio statunitense, che, però, mai si è realizzato. Anzi, con Obama nello Studio Ovale i rapporti erano completamente degenerati, anche e soprattutto in seguito al, fumoso, tentato golpe del luglio 2016, dietro al quale al governo di Ankara era sembrato di intravvedere l’ombra di Washington. Certo, con l’arrivo di Trump, Erdogan aveva sperato in una svolta radicale della strategia statunitense, tant’è vero che era stato il primo leader di un Paese a maggioranza islamica a congratularsi calorosamente con il vincitore. Ma poi, evidentemente, le cose hanno preso tutt’altra piega. Trump sembra sempre più deciso a puntare le sue carte su Riad, ed Erdogan, quindi, non può far altro che riavvicinarsi, da un lato, a Mosca e Teheran, dall’altro, cercare di captare la collera degli arabi per la decisione sulla delicata questione di Gerusalemme.

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