sabato, Ottobre 23

Olio di palma, la UE interviene: informazioni, non reclame dell’assenza

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Nel 2014 con l’applicazione del regolamento UE n.1169/2011 relativo alla fornitura di informazioni sugli alimenti, è diventato obbligatorio specificare il tipo e la quantità di oli vegetali presenti nei prodotti. Questo novità ha fatto balzare agli occhi di tutti la presenza massiccia dell’ingrediente olio di palma in molti prodotti.

La maggior parte delle aziende alimentari ha così riformulato gli ingredienti e indica sulla confezione dei loro prodotti  l’assenza di olio di palma tra gli ingredienti, anche se il suo potenziale rischio di essere cancerogeno non è ancora stato dimostrato. Al momento gli organi competenti -l’Efsa (Europea Food Safety Authority), l’Eufic ( European Food Information Council) e lIstituto Superiore della Sanità-, consigliano solo di non consumarne dosi eccessive (come avviene per tutti gli alimenti ricchi di grassi, zuccheri e sale).

Nella linea dei biscotti”, ci spiega Flavia Marè, responsabile Qualità e CSR Carrefour Italia, “si sta procedendo gradualmente a una sostituzione con una miscela di burro e olio di girasole o olio di mais”. “Il tutto per noi comincia dal 2013”, afferma Roberto Ciati, direttore scientifico Barilla Groupprogressivamente nei nostri prodotti, in particolare nei prodotti da forno abbiamo ridotto la quantità di grassi saturi utilizzando miscele o sostituendo direttamente i grassi utilizzati con oli avendo un profilo nutrizionale migliore”. “Per questi prodotti Coop accelererà il processo di sostituzione dell’olio di palma”, ci spiega Silvia Mastagni, responsabile dell’Ufficio Stampa Coop , “privilegiando l’impiego di olio extravergine di oliva o oli mono semi e ricorrendo a ricette e formulazioni nutrizionalmente più equilibrate”.

Il fenomeno di evidenziare sulle confezionisenza olio di palmacome fosse uno slogan,  legato a questioni di immagine, marketing e comunicazione, può suscitare dei dubbi. “Non credo che le aziende abbiano grande responsabilità”, afferma Maura Frachi, docente di sociologia dei consumi presso Università di Parma, “la loro mission è ovviamente il profitto, ma non utilizzano una comunicazione ingannevole; sono trainate dalle tendenze, dalle aspirazioni, dai sentimenti delle persone, a scegliere alcuni claim piuttosto per altri”, continua Maura Franchi, “non penso che i brand strumentalizzino, penso che i brand facciano molta fatica ad adeguarsi alle tendenze piuttosto che ad orientarle, ovviamente le cavalcano”.

La questione del togliere l’olio di palma, riformulando gli ingredienti, è una procedura non semplice, infatti “cambiare ricettazione ha richiesto una verifica tecnologica sugli impianti”, ci spiega Flavia Marè, “un lungo lavoro con i fornitori per affinare e revisionare le ricette e indagini sui consumatori per verificare la qualità percepita che doveva essere almeno uguale a quella precedente”.

Cambiare il profilo nutrizionale”, ci spiega Roberto Ciati, “per ridurre la quantità di grassi saturi presenti nei nostri prodotti lo si può fare in due modi: riducendo i grassi totali del prodotto oppure sostituendo gli oli e i grassi presenti nei prodotti che hanno una determinata composizione di acidi  grassi saturi e insaturi con altri oli che ovviamente hanno una quantità di saturo più bassa”.

Le implicazioni dovute alla riformulazione degli ingredienti e gli investimenti per le campagne pubblicitarie ‘senza olio di palma’, nelle quali si evidenzia una negatività come strumento promozionale, hanno prodotto  profitti? Sarebbe stato interessante visionare i dati relativi ai profitti (che non sono stati resi disponibili dalle aziende interpellate), prima e dopo la scelta delle aziende, di inserire la dicitura ‘senza olio di palma’ sulle confezioni e nei messaggi pubblicitari; questo avrebbe aiutato a capire quanto è stato incisivo l’impatto comunicativo di questa negatività, rispetto alle scelte dei consumatori.

L’utilizzo di questo particolare tipo di comunicazione, in cui si evidenzia l’assenza di un ingrediente, l’olio di palma’, è un esigenza del mercato che risponde alle richieste dei consumatori; “pubblicizzando ed evidenziando l’assenza di olio di palma, si comunica una negatività che rende effettivamente più competitivo il prodotto”, ci spiega Maura Franchi, “diresenza qualcosa’, è uno dei trucchi delle etichette perché non dico che cosa c’è”. Continua Maura Franchi:“sono messaggi di orientamento pesanti, sono tutte etichette evocative, comparative, ma non vogliono dire nulla; non c’è nessun elemento di tipo razionale”. “Senza è qualcosa di negativocontinua Maura Franchi, “se non scrivisenzail prodotto diventa qualcosa che fa male”.

Una parte importante spetta sempre al consumatore che oggi è “certamente è più attento”, prosegue  Franchi, “in un tempo in cui ci sentiamo così espropriati per la grande parte delle decisioni che riguardano il mondo intorno a noi, matura l’illusione che possiamo decidere almeno su che cosa va bene per noi, le piccole decisioni ci sembrano possibili e soprattutto ci sembrano le uniche che ancorano la nostra volontà”. “Che cosa ci fa bene, cosa va bene per noi, assume una valenza straordinaria nella testa delle persone”, prosegue Maura Franchi, “è una questione che attraversa la vita di molti; “molto più di quanto non fosse in passato, dove comunque eravamo più distratti”.

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