giovedì, Aprile 22

Olio di oliva dalla Tunisia (senza dazi) per battere l'IS

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La Tunisia è instabile, questo un fatto. Aumentano le manifestazioni di protesta, indicatrici di un malcontento diffuso e generazionale (e i giovani sono quelli maggiormente colpiti dalla crisi che il paese sta attraversando). Il tasso di disoccupazione è al 15,2 percento; il più alto si registra nel governatorato di Tataouine con il 30 percento, seguito dalle aree del sud ovest del Paese. Il numero di disoccupati è di 605.100 persone, su una popolazione attiva stimata in 3,9 milioni di persone, tra essi 222.900 sono laureati. E ancora, il livello di corruzione percepita è aumentato, portando il Paese al non invidiabile 73esimo posto su 168 (l’Italia è al 61esimo).

Il fenomeno del ‘nuovo ‘terrorismo insurrezionale che minaccia la Tunisia dalla Libia è un altro fatto, confermato dai recenti attacchi, al confine tra i due Paesi, che hanno visto il tentativo da parte dello Stato Islamico (IS/Daesh) di penetrare le linee di sicurezza tunisine ingaggiando il combattimento con armi da guerra e tecniche di combattimento avanzate. Ma un fatto ancora più importante è che la Tunisia è una bomba sociale a orologeria: la popolazione ha un’età media di circa trent’anni, e poco meno del 40% è sotto i 24 anni. E questo IS/Daesh lo ha ben compreso e gioca sul forte malcontento conseguente all’elevato tasso di disoccupazione per penetrare proprio le fasce generazionali più giovani; anzi è causa della stessa disoccupazione poiché attraverso la diffusione del terrore (conseguente agli attacchi di natura terroristica) allontana presenze ed investimenti stranieri, e dunque opportunità lavorative e di riscatto sociale.

Stando così e cose, e considerato che la Tunisia è l’ultimo baluardo democratico all’espansione di IS/Daesh, è palesemente evidente che lo stato tunisino, e il suo popolo, devono essere sostenuti dall’Unione Europea in questo grande sforzo di resistenza. E la decisione di aiutare la Tunisia in questo difficile momento fu presa proprio all’indomani dell’attacco al museo del Bardo di Tunisi e quello sulla spiaggia di Sousse nel 2015, a causa dei quali il settore del turismo straniero in Tunisia ebbe un tracollo con significative ripercussioni a livello sociale, a causa del conseguente aumento della disoccupazione. Molte parole furono spese e l’opinione pubblica, in primis quella italiana a causa dei propri concittadini uccisi a Tunisi, condivise la necessità di aiutare la Tunisia. E aiutare vuol dire fare qualcosa di concreto. Dunque, dalle parole ai fatti.

A un anno di distanza da quei tragici eventi, il 10 marzo scorso il parlamento europeo ha adottato una nuova misura a favore dell’economia tunisina autorizzando l’importazione (in Europa e non nella sola Italia) di ulteriori 35mila tonnellate di olio in più l’anno che, sommandosi alle circa 55mila tonnellate già previste dall’accordo tra UE e Tunisia, portano il totale delle importazioni di olio d’oliva tunisino (senza dazio) a 90mila tonnellate annue (di queste oltre 21mila con certificazione biologica europea). A oggi, la Tunisia è il più grande esportatore mondiale di olio di oliva, nonché il Paese nordafricano più avanzato in termini di crescita dell’agricoltura biologica (con standard imposti dall’Unione Europea) e molti produttori italiani vi possiedono aree dedicate alla produzione olivicola in cui producono olio – che noi consumiamo in abbondanza – da anni commercializzato in Italia (e in molti altri Paesi) sotto la dicitura ‘olii mediterranei’. E, cosa più importante, con l’olio tunisino ci lavorano (e vivono) circa un milione di persone (un quarto della popolazione attiva). È quindi ragionevole che incoraggiare l’esportazione e la vendita di olio tunisino aprirebbe a ulteriori opportunità lavorative per una generazione di giovani tunisini, in parte già rassegnata, che lotta contro la disoccupazione e che in questo momento è pronta a scendere in piazza contro un governo considerato non adeguato o, peggio, a prendere la armi in mano e arruolarsi nelle fila di IS/Daesh sostenendone la causa e agevolandone l’espansione territoriale. Ma c’è ora un’alternativa che avrebbe effetti diretti già nell’immediato poiché le opportunità d’investimento nel settore potrebbero essere interessanti non solo per gli investitori locali, ma anche per quelli stranieri, come dimostrato dai numerosi marchi italiani che proprio in Tunisia hanno investito.

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