lunedì, Settembre 20

Olimpico: indietro tutta … verso i Balcani 40

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Passata la sbornia della diretta-fiume, ottima per inchiodare qualche milione di persone alle poltrone casalinghe, la vicenda che ha preceduto la finale di Coppa Italia di calcio, allo stadio Olimpico di Roma, appare per quello che è. Una piccola storia ignobile ambientata in un Paese in rapida via di balcanizzazione.

Non a caso la figura dell’ormai celebre Genny ‘a carogna, al secolo Gennaro Di Tommaso, professione capo di migliaia di tifosi del Napoli, ha ricordato a tutti un altro mammasantissima, il croato Ivan il terribileBogdanov, distintosi qualche anno fa in circostanze analoghe e allora riguardato con un certo sollievo da chi di noi pensò Beh, almeno non siamo a questo punto‘. Beh, ora ci siamo, invece.

Piccola storia, si diceva. Una rissa violenta con tragedia finale sfiorata, l’aggressione armata di un delinquente romano, con precedenti inequivocabili, a un gruppo di napoletani, sulla strada dello stadio. Roba di ordinaria amministrazione, nella società violenta che siamo costretti ad abitare.

I punti degni di attenzione, nella grande kermesse televisiva di un sabato italiano dove il peggio sembra ancora da venire, sono un paio, affatto secondari.

Il primo è la sorprendente, stupefacente attitudine alla leadership di questo Genny, capace di comandare migliaia di persone con un gesto delle braccia. Ciò vuol dire che se i tifosi di tutta Italia fossero un esercito schierato contro lo Stato, sarebbe un grosso guaio. E meno male che nel cosiddetto ‘mondo ultrà’, di cui nessuno sa veramente niente perché nessuno si è mai preso la briga di indagare seriamente se non i sociologi, esistono divisioni profonde, testimoniate proprio dal grave incidente di ieri. Perchè il giorno che queste forze antagoniste allo Stato  –e parlo senza distinzioni di tifo, politica e campanile- si saldassero tra loro, altro che stadio Olimpico, altro che tafferugli!

Le forze dell’ordine queste cose le sanno bene, conoscono il livello di violenza cieca che questi gruppi dai contorni sfuggenti sanno liberare. Basta leggere il bel libro di Carlo Bonini, ‘ACAB‘ (acronimo di All Cops Are Bastards, noto aforisma hooligan) per rendersene conto.

Ed è per questo che, nell’ipocrita sdegno generale, i responsabili di Polizia e Carabinieri, accompagnati dal giocatore-guru intermediario, vanno a parlamentare col generale avversario, nonostante indossi una maglietta che invoca la libertà per l’assassino proprio di uno di loro, l’Ispettore capo Filippo Raciti. Il senso pratico, indispensabile per svolgere un mestiere così teso e pericoloso, gli ha suggerito che la cosa da fare era quella, pena il serissimo rischio di un’ecatombe.

La seconda cosa degna di nota è l’impressionante salva di fischi che ha accompagnato l’esecuzione per voce solista dell’inno italiano. Si sa che i fischi e gli applausi sono virali, nascono e subito si propagano per contagio immediato. Ma l’episodio ha lasciato un senso di smarrimento, sia pure in osservatori che ritengono l’Italia postberlusconiana un Paese a serio rischio balcanizzazione, come ho già detto.

Un Paese che non si ama, che non è riuscito a rimarginare le ferite del dopoguerra, che per fortuna ha avuto ed ha il calcio come terreno di battaglia per sfogare, tutto sommato con danni contenuti, gli odi razziali e politici.

Un Paese tenuto a bada finora dalla scarsa propensione caratteriale del suo popolo (in questo, pienamente identitario) alla pugna e alla rivoluzione, e da governi che hanno rinunciato in partenza a qualsiasi tentativo didattico o educativo, lasciando che fossero i cittadini a dettare le linee e i governi ad attuarle, nel permissivismo più totale. Tanto a rimetterci sono sempre i più deboli, in galera ci vanno in pochi, le riforme che danno fastidio si rimandano, e se l’Europa comincia a presentare i conti, che problema c’è? Si esce. L’importante è sbraitare un po’ a vanvera davanti alla tv. La colpa, l’altro ieri è stata del terremoto, ieri dell’Alta Velocità, oggi del calcio.

Domani, chissà.            

 

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