venerdì, dicembre 14

Olimpiadi: l’importante è (non) partecipare? Il ritiro di Calgary apre una riflessione. Per il mondo occidentale, le Olimpiadi sono diventate più onere che onore. Come mai?

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Il barone Pierre de Coubertin, ideatore dei primi Giochi Olimpici moderni di Atene nel 1896, coniò il celebre motto: ‘L’importante è partecipare’. È la frase simbolo di questa manifestazione (non solo) sportiva e racchiude in sé il proverbiale spirito olimpico che la caratterizza rispetto ad altri eventi di questo genere. Eppure, da qualche tempo a questa parte, per quanto riguarda l’organizzazione delle Olimpiadi, ‘partecipare’ non solo non sembra più importante, ma pare che sia diventato un peso, un fastidio, un onere più che un onore. Il recentissimo caso del referendum tenutosi a Calgary per i Giochi del 2026 (conclusosi con la vittoria dei No con il 54% dei voti) o le polemiche per le famose Olimpiadi di Roma 2024 sembrano confermare questa tendenza. Come mai questo cambio di attitudine?

Prima di rispondere a questa domanda, bisogna analizzare il problema più a fondo. C’è da fare una grandissima distinzione, fra quelli che qui verranno indicati come mondo occidentale e i cosiddetti Paesi emergenti. Infatti, questi due gruppi hanno un atteggiamento diverso rispetto alla questione inerente l’organizzazione delle Olimpiadi. Se i primi hanno assunto nel corso degli ultimi anni una visione piuttosto rinunciataria, quando non apertamente contraria all’idea di ospitare i Giochi in casa propria, i secondi non solo si dimostrano particolarmente disponibili, ma investono tutte le proprie energie per far sì che la manifestazione si svolga nei propri confini, cercando di renderla – una volta ottenuta – l’edizione migliore della storia.

La data spartiacque in questo senso è il 2000, con i Giochi Olimpici di Sydney, i XXVII dell’era moderna. Quelli australiani sono stati, a detta di molti, le Olimpiadi più spettacolari di sempre e – dettaglio non di poco conto – non fra le più costose (5,026 miliardi di dollari, se non consideriamo i costi per le infrastrutture non sportive). Il modello australiano è quindi diventato paradigma di successo. Lo stesso Juan Antonio Samaranch, Presidente del Comitato Olimpico Internazionale di allora, espresse la sua più viva ed entusiastica soddisfazione nel corso della cerimonia di chiusura di Sydney 2000. Quello in cui la città australiana non ha eccelso è stata la previsione del budget da impiegare nei lavori: lo sforamento ha toccato il 90% rispetto alla cifra inizialmente considerata.

Dal 2000 in poi, tuttavia, la tendenza è stata quella di puntare sulle Olimpiadi cosiddette green, a basso impatto ambientale e a costi relativamente contenuti. La scelta di Salt Lake City 2002, per l’edizione invernale, e di Atene del 2004 sembravano andare in questa direzione: 2,52 miliardi di dollari, sforamento del 24% per gli Stati Uniti, e 2,94 miliardi, con sforamento del 49% per la Grecia. Dopodiché Torino 2006, con un investimento del 4,37 (e un grave sforamento dell’80%), prima delle Olimpiadi di Pechino 2008, dove vennero investiti ben 6, 81 miliardi di dollari: era fino ad allora, la cifra più alta investita nel nuovo millennio, ma i cinesi furono bravi a contenere lo sforamento, limitato al solo 2%. Altrettanto diligente è stata Vancouver nel 2010, con un investimento di soli 2,54 miliardi e uno sforamento del 13%. Fino ad arrivare a Londra 2012, eccezione di questa tendenza al risparmio e al contenimento dei costi: con quasi 15 miliardi di euro di spesa e sforamento de 76%, sono ad oggi le Olimpiadi estive più costose di sempre.

Soči è stata negli ultimi anni la peggiore, da questo punto di vista, con un investimento di 21,89 miliardi di euro e lo sforamento monstre del 289%. Molto meglio Rio 2016, che ha sforato del 50% e ha speso circa 4,6 miliardi di euro. La carrellata si conclude con Pyeongchang, con le spese finali che corrispondono a circa il doppio di quanto inizialmente previsto: 11 miliardi di dollari – ma dettagli più precisi devono ancora uscire, essendosi questa disputata quest’anno.

Oltre ai costi per le questioni più specificamente sportive, non vanno dimenticate le spese inerenti a tutto ciò che circonda l’evento sportivo. Si sta parlando, in questo caso, di treni, strade, strutture abitative e servizi, che dovranno essere poi, eventualmente, rifunzionalizzati una volta che il circus ha lasciato la città. Ed è qui che il problema si fa più duro. Si prenda, ancora una volta, il caso di Soči: la Federazione Russa ha investito complessivamente 51 miliardi di euro per rendere una piccola città sulle coste del Mar Caspio un centro sportivo e culturale all’avanguardia. Non è un caso che sulla scia delle Olimpiadi del 2014, Soči sia diventata anche sede di una delle gare di Formula Uno e avrebbe dovuto ospitare il G8, a poche settimane dalla fine dei Giochi Olimpici – summit in seguito annullato a causa dell’invasione russa in Crimea. E non si sottovaluti la Cina: Pechino ha speso ‘solo’ quasi 7 miliardi, che diventano 45 quando consideriamo gli altri costi (e uno sforamento complessivo del 4%, comunque molto lodevole). Per non parlare di Londra, che, nell’importo complessivo, ha sforato per circa il 286%…

Il punto è proprio qui. Le enormi spese per sostenere i costi delle Olimpiadi, oggigiorno, sembrano voler essere sostenute solo dai Paesi che vogliono mettersi in concorrenza con l’establishment occidentale. I Giochi Olimpici diventano l’occasione per affermare al mondo checi siamo anche noi”: uno strumento di soft power che viene abilmente utilizzato per mostrare agli altri che un’alternativa allo status quo occidentale è non solo possibile, ma quasi inevitabile.

In Occidente, invece, si è più freddi riguardo a queste dinamiche e più attenti, per le diverse contingenze economico-politiche, alle ricadute negative che comporta una spesa di tale importo. A Calgary e a Roma ha vinto la narrazione opposta, che considera quelle per le Olimpiadi come spese non solo inutili, ma persino dannose a lungo termine. Probabilmente, in Canada ricordano ancora le Olimpiadi di Montreal del 1976, in cui un clamoroso errore di valutazione fece in modo che lo sforamento del budget inizialmente previsto fosse del 720%. E la questione è seria: è dimostrato che, con l’unica eccezione di Los Angeles 1984 (spesa di 0,8 miliardi di dollari), i guadagni non superano mai i costi, la città rimane seriamente indebitata per gli anni successivi (le casse di Torino registrarono 3 miliardi di debito nel post 2006) e, in più di un’occasione, le strutture costruite per l’evento vengono lasciate in stato di semiabbandono.

Le prossime Olimpiadi si terranno a Tokyo nel 2020. Si proseguirà sul trend occidentale di contenimento dei costi o si utilizzerà l’evento olimpico per rilanciare la grandezza imperiale nipponica?

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