lunedì, Settembre 27

Olimpiadi Invernali: Torino 2006, un’ edizione molto europea Tra il 10 ed il 26 febbraio del 2006, circa 2.500 atleti provenienti da 80 nazioni si fronteggiano in 84 gare di 15 diverse discipline. Flop clamoroso della Norvegia.

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Ma nelle olimpiadi italiane è proprio sulla squadra azzurra che vogliamo focalizzarci. Per noi quell’Olimpiade fu un insieme di belle vittorie e di occasioni perse. Le belle vittorie furono quelle della staffetta del fondo, che riusciva a rivincere – stavolta senza volata, visto che i norvegesi chiusero quinti – dopo i due argenti di Nagano e Salt Lake City, di Giorgio di Centa che imita la sorella vincendo l’oro nella massacrante 50 Km di sci di fondo, di Zoeggler che si conferma nello slittino, e di Luca Fabris, che in una disciplina come il pattinaggio di velocità che in Italia non contava più di 100 praticanti, conquista due ori – uno in staffetta – ed un bronzo grazie ad una tecnica particolare, che prevede una partenza lenta ed una irresistibile progressione nel finale. Belle sono anche le medaglie di bronzo della staffetta femminile di Short Track, con una giovanissima Arianna Fontana a diventare la più giovane azzurra medaglista, e dello slittino di coppia di Gerhard Plankensteiner e Oswald Haselrieder, che però creano il solito scandalo all’italiana: alla domanda sull’inno, Gerhard risponde: «Non conosco quella canzone, anche se sono fiero di avere vinto la medaglia per l’Italia, per tutti gli italiani, visto che sono italiano anch’io». Apriti cielo: polemiche sull’inno italiano vilipeso e così via. Certe volte siamo una nazione curiosa, attentissima alle forme e molto meno alla sostanza.

Le occasioni perse furono però altrettanto clamorose: da Giorgio Rocca, vincitore degli ultimi cinque Slalom Speciali in Coppa del Mondo e che aveva pronunciato il giuramento Olimpico, ci si attendeva molto: di sicuro non che uscisse di pista dopo pochi secondi, così come dalla portabandiera Carolina Kostner, reginetta del pattinaggio di figura singolo e che a soli 19 anni regge poco la pressione di avere gli occhi addosso e cade subito, concludendo solo ottava.

Ma la delusione maggiore arrivò dalla danza di coppia nel pattinaggio di figura: Barbara Fusar Poli e Maurizio Margaglio, dopo la delusione di quattro anni prima, avevano deciso di provare di nuovo insieme a gareggiare proprio per le Olimpiadi di Torino. Primi a sorpresa dopo gli obbligatori, nella seconda parte della gara Maurizio incespica verso la fine dell’esercizio trascinando Barbara con se. Precipiteranno al settimo posto, per concludere poi sesti. Lo sguardo che i due si scambiarono alla fine di quell’esercizio entrò nella case di tutti grazie alla televisione, con un primo piano alternato sui volti dei due che la regia magicamente trasforma in un racconto: è lo sguardo di chi capisce, in pochi decimi di secondo, che anni di duro lavoro e di rinunce fatte per raggiungere un obiettivo che in quel momento sfuma per sempre, sono stati inutili. Si sente tradita da Maurizio, Barbara, e lui lo sa, e si parlano con gli occhi. Quello sguardo è carico di dispiacere e di tensione e vale, da solo, un intero romanzo. Lei lo incenerisce, lui non sa cosa rispondere. La Fusar Poli parlerà nelle interviste di “sguardo d’amore”, ma è evidente che è lo sguardo di una donna tradita. Si percepiva, nettamente, il tradimento di un amore, anche se solo sportivo.

Quello sguardo segnerà metaforicamente anche la fine del periodo d’oro azzurro alle Olimpiadi invernali. Le ultime due edizioni saranno avarissime di risultati per il tricolore.

[Continua]

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