sabato, Giugno 19

Olimpiadi Invernali: Squaw Valley, un flop annunciato In un’edizione così in tono minore, sono pochi anche i personaggi degni di nota. Altro che Cortina...

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Che un’edizione dei Giochi Olimpici Invernali si potesse tenere in California era un paradosso cui nessuno avrebbe creduto fino al 1955, quando la sede prescelta per l’ottava edizione dei Giochi Olimpici invernali fu Squaw Valley, ancora oggi la più piccola località ad aver ospitato un’edizione dei giochi.

La storia di tale scelta è complessa, ed insegna anche come le pressioni economiche sulla politica – anche se in questo caso la politica dello sport – portino spesso a risultati che, se sono ottimi per i lobbisti e le consorterie varie interessate, diventano pessimi per i risultati che alla fine producono. Nel 1942, Alex Cushing, un avvocato laureato ad Harvard, visitò il posto chiamato Squaw Valley, un piccolo paradiso alpino tra la California ed il Nevada, ed avendo importanti connessioni politiche a livello statale riuscì ad avere i finanziamenti per costruire una struttura sciistica nel luogo, e con quella cercare di ottenere i giochi Olimpici per l’edizione 1960. Quali promesse e pressioni abbia potuto fare sul CIO possiamo solo immaginarlo: fatto sta che nel 1955 Squaw Valley riuscì a battere la concorrenza di Innsbruck per 32 voti a 30 e vedersi così assegnata l’onore di ospitare gli ottavi Giochi Olimpici Invernali. Alla domanda di parecchi membri del Comitato su dove si trovasse questa Squaw Valley, la risposta di Cushing è degna del Catalano di ‘Quelli della Notte’: ‘In una valle’.

Il fatto che lo scopo principale non fossero proprio i giochi lo si capì subito: Cushing fu rimosso dal comitato organizzatore dopo soli quattro mesi, e l’organizzazione presentava dei buchi mostruosi di bilancio, che portarono, tanto per fare l’esempio più lampante, a dover rinunciare alla disciplina del Bob, ufficialmente per carenza di atleti, in pratica per non dover costruire una pista che avrebbe rappresentato una spesa non indifferente. Anche la logistica era mal organizzata: distante oltre 300 chilometri da San Francisco e da Oakland, e quasi 200 da Sacramento, ci si aspettava un’organizzazione ben diversa sul posto, che invece aveva solo fast food ed un misero villaggio olimpico: 4 casermoni di cui uno riservato alle donne. Erano, spettatori, giornalisti e dirigenti, costretti ogni giorno a faticosi spostamenti in treno, in aereo o in ‘Greyhound’, pullman a lunga percorrenza.

E gli effetti di tale cattiva gestione si videro: solo 664 atleti per 30 nazioni, oltre 250 atleti in meno (e due nazioni) rispetto a quattro anni prima a Cortina. Certo, le cerimonie di apertura e chiusura furono spettacolari, organizzate da Walt Disney e ospitanti famose star, tra cui il nostro Domenico Modugno, e per la prima volta ci furono i tabelloni elettronici dell’IBM ad indicare i risultati. La CBS, uno dei più importanti network televisivi USA, trasmise tutto l’evento in diretta e si ebbe, in questi Giochi, il primo vero uso della moviola: accadde che i giudici non erano sicuri se un atleta avesse inforcato o meno durante lo slalom speciale, e chiesero all’emittente statunitense di poter rivedere i filmati. Fu così che nacque il replay ed il ralentì, come si scriveva allora sui giornali.

In dieci giorni di gare, dal 18 al 28 febbraio 1960, verranno assegnate 27 medaglie d’oro: l’URSS si confermò regina con 7 ori, seguita da Germania unificata e Stati Uniti. Dominio sovietico soprattutto nel pattinaggio di velocità, dove comparvero per la prima volta anche le gare femminili. Sei ori dei sette sovietici arrivarono da qui, mentre gli scandinavi saranno i vincitori di quasi tutte le prove classiche di sci di fondo e salto con gli sci, biathlon incluso, che appariva così per la prima volta ai giochi. Qui vinse uno svedese, Klas Lestander, che fu l’unico a completare la serie di tiri al fucile con tutti centri, pur non arrivando tra i primi in termini di tempo impiegato a percorrere il tracciato. Pochi spettatori per queste gare, così lontane dalle abitudini americane, cosa che farà infuriare ancora di più gli scandinavi, che continuavano a ritenersi i padri dei giochi invernali.

Nell’hockey, gli statunitensi riescono a battere il Canada per 2-1 nel girone finale, assicurandosi così la medaglia più preziosa, mentre nello sci alpino, orfano di Toni Sailer, faranno scalpore i discesisti francesi, primi e terzi all’arrivo, che usarono per la prima volta sci di metallo in discesa libera, oltre a perfezionare la posizione a uovo, creata da Zeno Colò anni addietro. Il vincitore fu Jean Vuarnet, che ritroveremo commissario tecnico della valanga azzurra di Thoeni e Gros dopo una decina d’anni.

In un’edizione così in tono minore, sono pochi anche i personaggi degni di nota: il sovietico Evgenij Grišin, pattinatore di velocità detto l’’uomo nero’ dal colore della sua tuta, riuscirà, anche se solo in prova, a scendere sotto i 40 secondi nella gara dei 500 metri. Arriverà, tra Cortina, Squaw Valley e Innsbruck nel 1964, a vincere 5 medaglie olimpiche, 4 d’oro ed una d’argento. La statunitense Carol Heiss, argento invece a Cortina nel pattinaggio di figura, stavolta vincerà l’oro, a soli 20 anni, dedicando la medaglia alla madre, morta di tumore. Diventerà cognata dell’oro maschile di specialità agli stessi giochi David Jenkins, sposandone il fratello Alan, che era stato oro a Cortina sempre nel pattinaggio artistico.

In tono molto dimesso anche la partecipazione italiana, orfana del Bob dove avrebbe potuto dire la sua in maniera importante: un solo bronzo, quello di Giuliana Minuzzo, che bisserà la medaglia presa otto anni prima ad Oslo in discesa, stavolta nello slalom gigante.

Insomma, gli ottavi giochi Olimpici Invernali non passeranno certo alla storia come i migliori, e sono stati la prima dimostrazione di come gli interessi economici spinti all’estremo non facciano certo il bene dello sport in genere. Lo stesso presidente del CIO, lo statunitense Avery Brundage, non certo un politico di primo pelo e con più di un sospetto di simpatie naziste, deplorò l’assegnazione dei giochi fatta grazie alle trame di Cushing, cercando fino all’ultimo soluzioni alternative alla località californiana.

[Continua]

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