domenica, Maggio 9

Olimpiadi Invernali: Salt Lake City 2002, i giochi degli scandali Tra una serie di squalifiche prima e dopo le gare per doping e lo 'skategate', uno scambio di favori per far vincere la coppia russa nella gara di doppio e quella francese nella gara di danza

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Fortunatamente, a Salt Lake City ci sono state anche belle storie di sport: a partire da quella di Ole Einar Bjørndalen, che vince tutte le gare del biathlon, portando quattro delle dodici medaglie d’oro complessive alla Norvegia, che alla fine vincerà il medagliere. Intervistato, Bjørndalen dirà “si poteva fare meglio”, lasciando sbigottiti i giornalisti. In effetti, aveva partecipato anche alla 30 Km di fondo, arrivando quinto, come “allenamento”…

E poi c’è Daniela Ceccarelli da Frascati, in provincia di Roma. Formatasi sulle nevi “mediterranee” di Campo Catino, aveva ottenuto in gare di Coppa del Mondo al massimo un secondo posto. In SuperG indovina la gara della vita, vincendo l’oro per soli 5 centesimi contro la vera protagonista dello sci alpino di quei giochi, la Croata Kostelic, che tornerà a casa con tre ori (Speciale, Gigante, e combinata) e quell’argento. Per Daniela sarà l’unica vittoria in carriera a livello mondiale. Il bronzo, nella stessa gara, di Karen Putzer e l’argento in discesa di Isolde Kostner, portabandiera italiana, saranno le uniche medaglie azzurre dello sci alpino, in netto calo rispetto ai tempi d’oro di Tomba e della Compagnoni di qualche anno prima.

Ma ci sono due storie che ci fanno realmente ritrovare lo spirito olimpico, a dispetto di tutti i clamori negativi di questa competizione. La prima viene dallo Skeleton, che proprio a Salt Lake City riappare come disciplina, ed ha come protagonista lo statunitense Jim Shea jr. Il nonno Jack fu olimpionico di pattinaggio di velocità nel 1932 a Lake Placid, il padre Jim Sr partecipò alla combinata nordica ad Innsbruck nel 1964, e lui voleva continuare la tradizione. Investì i suoi risparmi in quello strano attrezzo dove ci si lancia in discesa a perdifiato a testa in giù, ed ottenne discreti risultati. Pochi giorni prima delle Olimpiadi, riceve però una notizia che lo distrugge. Il nonno Jack a 91 anni muore nella maniera più tragica e banale possibile: investito da un’auto guidata da un ubriaco.

Jim scende con dentro al casco la foto del nonno e la cartolina che ne annunciava il decesso, e vincerà. “I’m a Shea, I’m an olympic” dirà tra le lacrime dopo la vittoria.

Storia molto americana, quella di Shea, a differenza di Steven Bradbury, australiano del nuovo Galles del Sud, che gareggia nello Short Track, sui 1.000 metri. Su YouTube è ancora disponibile il video del suo oro, commentato dalla Gialappa’s in tono ironico, e chi l’ha vista quella gara qualche risata se l’è fatta di sicuro. Ma la storia, in realtà, è molto più tragica. Bradbury, prima dei Giochi, ebbe due interventi gravissimi. Nel primo una lama di un pattino gli recise l’arteria femorale facendogli perdere quattro litri di sangue e quasi uccidendolo, mentre nel secondo una caduta gli ruppe due vertebre cervicali rischiando di paralizzarlo. Per lui, essere presente ai giochi era già una vittoria. Ma il caso, stavolta, gioca solo ed esclusivamente a favore suo. Tra eliminatorie, semifinali e finali, pur andando molto più lentamente degli altri, una serie di cadute e squalifiche degli avversari lo porta ad un oro che è forse il più inaspettato, ed olimpico, della storia delle Olimpiadi tutte, edizioni estive comprese.

Chiudiamo con gli italiani: 13 medaglie di cui quattro ori (oltre alla Belmondo ed alla Ceccarelli, vinse la Paruzzi nella 30 Km di fondo e Armin Zoeggler nello slittino, finalmente primo dopo il bronzo di Albertville e l’argento di Nagano). A Torino le medaglie saranno di meno, ma con un oro in più.

[Continua]

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