giovedì, Settembre 23

Olimpiadi Invernali: Nagano ’98, l’edizione in salsa giapponese L’assistere ai Giochi diventa più una questione di fruizione di dati tramite computer che non un vivere l’esperienza sui campi e sulle piste

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I giornalisti Luca e Fabio Masotto, nel loro libro sulla storia delle Olimpiadi Invernali, hanno definito l’esperienza dei XVIII Giochi Olimpici Invernali tenutisi a Nagano in Giappone dal 7 al 22 febbraio 1998 come «il giapponese che va in vacanza, filma tutto e non vede nulla. Poi quando torna a casa e riversa in cassetta, scopre quello che ha visto con il suo binocolo telematico». La sensazione principale di questi giochi è stata esattamente questa. Tra la tecnologia emergente e l’avvento di Internet che per la condivisione istantanea delle informazioni, l’assistere ai Giochi diventava più una questione di fruizione di dati tramite computer che non un vivere l’esperienza sui campi e sulle piste.

Eppure, la manifestazione prometteva di essere la migliore di tutte: Nagano, in Giappone, riuscì nel 1991 ad ottenere l’organizzazione dei giochi battendo la statunitense Salt Lake City al ballottaggio, con il voto decisivo di Samaranch, e gli iscritti risultarono oltre 2.000 da più di 70 nazioni, un record. Ma, come tutti gli eventi invernali che si sono organizzati in Giappone, il problema della neve esisteva: si arrivò addirittura ad organizzare manifestazioni ‘pro-neve’ davanti al locale tempo di Buddha. Tutto abbastanza inutile: le gare di sci alpino saranno funestate dalla mancanza di neve.

Fortunatamente, ci sono stati gli atleti partecipanti che hanno pensato a raccontare favolose storie in questa Olimpiade tramite le loro imprese ed i loro drammi. Delle 71 medaglie d’oro in palio, a vincerne di più fu questa volta la Germania (12), seguita da Norvegia (10) e Russia (9). Le tre superpotenze della neve si confermavano. Ma a farla da padrone, almeno per i primi giorni, non furono le imprese olimpiche ma i sospetti forti di doping. Già il giorno dopo la cerimonia di apertura, ci fu la prima polemica: il canadese Rebagliati vincerà l’oro nello slalom gigante di snowboard battendo di due soli centesimi di secondo l’italiano Prugger, ma verrà squalificato per aver assunto marijuana. La scusa dell’atleta nordamericano, avallata dal medico, fu che aveva assunto la sostanza ‘in forma passiva’. Il CIO, abbastanza incredibilmente, gli restituì la medaglia tre giorni dopo, in quanto la marijuana non era tra le sostanza proibite. La ‘canna’ sarà dichiarata illegale dal CIO in aprile, due mesi dopo, ma non in maniera retroattiva, beffando così l’azzurro. Del resto, il CONI stesso non aveva la coscienza pulita: era ancora vivo il ricordo dello scandalo doping del laboratori di Ferrara, che gettava ombre pesanti sul Comitato Olimpico Italiano, nel migliore dei casi ignaro di ciò che si stava facendo, e nel peggiore dei casi connivente. Una storia che non è ancora chiarissima, nonostante la chiusura dell’inchiesta per amnistia.

Comunque, tornando alle gare, si rivede il curling, tornato competizione ufficiale sia in campo maschile sia femminile. E la prima protagonista di questi giochi arriva proprio da qui: la canadese Sandra Schmirler trascina la sua squadra alla vittoria, prima di morire due anni dopo, a soli 36 anni, di tumore. Ogni trofeo vinto dalla squadra nordamericana è da allora dedicato a lei.

Nell’hockey su ghiaccio per la prima volta viene dato il via libera ai professionisti USA dell’NHL, e ci si aspetta un facile trionfo, come accaduto alle olimpiadi estive nel basket con i giganti dell’NBA. Ma la grossa sorpresa – e la bella storia di sport collegata – è in agguato: nel quarto di finale contro la repubblica Ceca, gli USA si vedono parare 38 dei 39 tiri scagliati da un portiere che nella NHL giocava, e con ottimi risultati: Dominic Hasek. Si ripeterà in semifinale con il Canada, dove parerà tutti e cinque gli shoot out di spareggio, ed in finale, dove lascerà a zero la Russia. Repubblica Ceca, Russia e Finlandia, terza alla fine, erano le squadre con meno professionisti in rosa. Quasi un ‘miracle on ice’, come avvenuto nel 1980, ma al contrario. Gli USA si rifaranno nel torneo femminile, che esordiva proprio a Nagano alle Olimpiadi.

Ad entusiasmare la folla sarà, nello sci di fondo, il norvegese Bjorn Daehlie. Vincerà tre ori ed un argento a Nagano, portando il suo bottino complessivo a 12 medaglie olimpiche (otto d’oro). Da notare la vittoria in staffetta, dove lascia l’ultima frazione al più veloce compagno Alsgaard, che battendo l’Italiano Fauner di due soli decimi si prende la rivincita sullo smacco subito quattro anni prima in casa, e la 10 Km dove Daelhie, vincitore, si ferma per oltre 30 minuti ad aspettare il novantaduesimo ed ultimo arrivato, il keniota Philip Boit, primo atleta di colore nello sci di fondo, che stava gareggiando solo per volontà di uno sponsor. Dove si vede che, se troppo dilettantismo priva lo sport di manifestazioni spettacolari, troppo professionismo rende le stesse manifestazioni quasi irreali.

L’equivalente femminile del fortissimo norvegese sarà la russa Larissa Lazutina, capace di andare a medaglia in ogni gara dello sci di fondo, con tre ori un argento ed un bronzo. Nella disciplina si rivede Stefania Belmondo, che con un argento ed un bronzo in staffetta (assieme alla ‘nemica’ Di Centa) ritorna ad essere realmente competitiva.

Alberto Tomba chiuderà mestamente con due ritiri la sua carriera olimpica, nell’edizione dove l’austriaco Hermann Maier, dopo una paurosa caduta in discesa che lo vede scivolare per 70 metri a folle velocità fermandosi solo alla terza rete di protezione, si rialza come nulla fosse e nei giorni seguenti trionfa in Gigante ed in SuperG. Il soprannome che gli affibbiarono, ‘Herminator’ gli calzava alla perfezione.

Per l’Italia il bottino è di 10 medaglie, di cui due d’oro. Nel bob a 2 si sale sul gradino più alto del podio a pari merito con i canadesi, ma è nello slalom gigante che emerge la nostra azzurra più famosa: Deborah Compagnoni stravince lo Slalom Gigante, dando quasi due secondi alla medaglia d’argento, e rinunciando al SuperG, che l’aveva vista vincitrice sei anni prima ad Albertville, lotta nello slalom Speciale arrivando argento a soli 6 centesimi dall’oro. La più grande sciatrice azzurra di tutti i tempi. Nel 2002, a Salt Lake City, per l’Italia andrà meglio di così, anche se non si arriverà ai livelli di Lillehammer.

[Continua]

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