lunedì, Dicembre 6

Olimpiadi Invernali: Lillehammer ’94, i Giochi ‘perfetti’ Si tornò al concetto dei 'simple games' senza mastodontiche costruzioni, ma si pensò soprattutto all’impatto ambientale

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Che i XVII Giochi Olimpici Invernali, i primi sfalsati di due anni rispetto a quelli estivi, siano stati i più belli di sempre è opinione comune. Non solo in Italia, che proprio in quelle Olimpiadi avrebbe realizzato il record di medaglie d’oro (sette) e complessive (venti) di sempre, ma in tutto il mondo. Ci sono tante storie sportive ed umane da raccontare, oltre ad un’organizzazione perfetta.

Che i giochi Invernali venissero disputati negli anni pari alternati a quelli estivi fu una decisione presa dal CIO nel 1986, quando si scelse Albertville come sede dei giochi 1992. Due anni dopo, nel 1988, toccò alla norvegese Lillehammer l’onore di organizzare l’edizione del 1994. Le Olimpiadi tornavano così in Norvegia 42 anni dopo Oslo, e come allora i norvegesi si diedero da fare per organizzare un’edizione perfetta. E lo fu, sia dal punto di vista delle strutture, dove si tornò al concetto dei ‘simple games’ senza mastodontiche costruzioni, sia dal punto di vista dell’impatto ambientale, dove per dirne una vennero recuperate persino le pallottole sparate nel Biathlon per evitare l’avvelenamento delle specie volatili che erano in zona. Se a questo aggiungiamo panorami mozzafiato, un tempo perfetto per le gare (il giorno prima dell’inaugurazione ci fu la più grande nevicata del XX secolo, con 132 cm di neve scesi su Lillehammer) ed un tifo accesissimo, visto che in Norvegia queste discipline sono seguite più del calcio, abbiamo l’Olimpiade migliore di sempre.

Si gareggiò dal 12 al 27 febbraio del 1994, le gare furono 61, e la Russia, che si presentava per la prima volta con questo nome, tornò ad aggiudicarsi il medagliere con 11 ori, seguita a ruota dalla padrona di casa Norvegia con 10, dalla Germania con 9 e dagli azzurri con 7. Ma dell’Italia parleremo in seguito. Le prime due storie che vogliamo raccontare sono belle – e tragiche – vicende che solo lo sport può rendere così poetiche.

La prima storia viene dal pattinaggio di figura, e comincia poco più di un mese prima dell’inizio dei giochi. Gli USA; nel singolo femminile, riponevano speranze nelle due pattinatrici Nancy Kerrigan e Tonya Harding, rispettivamente terza e quarta due anni prima in Francia. Ma il 6 gennaio del 1994, la Kerrigan subisce un’aggressione, venendo presa a bastonate sulle ginocchia. Per lei rischia di essere la fine del sogno olimpico, anche perché non potrà partecipare ai campionati nazionali che assegnavano i posti per Lillehammer. Una breve indagine scopre che il mandante dell’aggressione è l’ex marito della Harding. Mentre la Kerrigan recupera, e la federazione USA le concede comunque il posto in squadra, la Harding si professa innocente, scaricando tutto sull’ex marito, che per vendicarsi pubblica un video hot dove la Harding compare in camera da letto con lui. Insomma, un plot degno di una serie televisiva di Shonda Rhimes, tanto più che tutto sembrava portare verso il più classico degli happy ending: la Harding che casca durante l’esercizio finale e la Kerrigan che incanta il pubblico con la sua prova ed il suo sorriso.

Sennonché arriva l’ucraina di 16 anni Oksana Bajul a vincere l’oro per un solo decimo di punto. Insomma, la vita reale sportiva rompe la perfetta sceneggiatura. Peccato, forse Nancy Kerrigan avrebbe meritato quell’oro, di certo per Tonya Harding sarà la fine. Cacciata dalle competizioni a vita dopo le Olimpiadi in quanto riconosciuta mandante quantomeno morale di quell’aggressione.

La seconda storia è sempre made in USA, e vede stavolta protagonista un pattinatore di velocità, Dan Jensen. Quarto nei 500 metri 10 anni prima a Sarajevo, è il favorito per la distanza più corta nel 1988, ma la notizia che la sorella – malata terminale di leucemia – è morente lo sconvolge e cade. Nel 1992 ci riprova, ma uno svarione lo fa arrivare quarto. Sembra che ci sia la stessa storia a Lillehammer: nei 500 scivola ed arriva ottavo. A quasi 28 anni, cosciente che questa è la sua ultima occasione, gareggia allora anche nei 1.000, e qui avviene il miracolo: è primo, e con il record del mondo.

Nell’hockey su ghiaccio c’è, oltre alla sorprendente vittoria della Svezia in finale sul Canada, da notare anche la finale per il quinto posto tra Repubblica Ceca e Slovacchia, che solo due anni prima formavano una sola nazione.

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