mercoledì, Aprile 14

Olimpiadi invernali: la prima medaglia d’ oro per gli italiani Numerosi i colpi di scena dell' edizione del 1948, la prima dopo la Seconda Guerra Mondiale

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Dopo aver parlato dell’ edizione in Germania del 1936, dopo aver fatto il quadro delle prime tre edizioni e della contrarietà del barone Pierre de Coubertin , continuiamo oggi a parlare di Olimpiadi, questa volta di quelle del 1948.

Una delle cose il CIO desiderava di più, alla fine della seconda guerra mondiale, era riprendere quanto prima le Olimpiadi, sia estive sia invernali, per farle ritornare, in un mondo disastrato ed impaurito dal conflitto, quell’evento che favoriva la fratellanza tra genti e popoli, primo ideale di De Coubertin, morto ormai da più di 10 anni.

Nel congresso del 1946 si decise quindi di riprendere subito le manifestazioni avendo come meta il 1948, anno “olimpico” secondo la cadenza quadriennale stabilita sin dal 1986. Si propose, per la V Olimpiade Invernale, Lake Placid negli Stati Uniti, ma il costo delle trasferte per le maggiori nazioni europee era ancora proibitivo, a tre anni dalla fine della guerra, ed allora si ripiegò su Sankt Moritz già sede della seconda edizione. Gli impianti del 1928 erano ancora attivi e l’organizzazione svizzera avrebbe provveduto al resto. Certo, la grandiosità propagandistica dell’edizione di Garmisch del 1936 era solo un lontano ricordo, ma forse era meglio così. Lo spirito olimpico si sarebbe manifestato ancora meglio. Assenti tedeschi e giapponesi, esclusi dal consesso mondiale per i fatti del conflitto, i partecipanti furono in totale 669 (uno in più rispetto a Garmisch) da 28 nazioni. Il programma, dal 30 gennaio all’ 8 febbraio del 1948, riprendeva lo Skeleton, allungava lo sci alpino aggiungendo alla combinata anche le gare singole di slalom e discesa, e venivano proposti come sport dimostrativi la solita Pattuglia Invernale ed il Pentathlon Invernale (che non tornerà mai più).

Organizzazione svizzera, dunque. Tutto preciso, tutto perfetto? Neanche per idea: non bastassero i capricci del tempo (con un vento di scirocco che ha portato al rinvio di parecchie gare), ci si misero anche eventi apparentemente minori a minare la fiducia di spettatori e giornalisti nell’efficienza elvetica: la bandiera olimpica fu rubata, ed in un caso, addirittura, non si trovò la bandiera francese, sostituita all’ultimo con quella italiana e la pecetta “France” scritta sopra: uno smacco non da poco.

Nulla, comunque, rispetto al disastro che il CIO combinò con la squadra USA di hockey su ghiaccio (torneo vinto, tanto per cambiare, dai canadesi). Gli statunitensi avevano portato due squadre, provenienti da due diverse federazioni: una di dilettanti puri, che era quella riconosciuta dal CIO, ed una con anche dei professionisti, espressione ufficiale questa, invece, del Comitato Olimpico nazionale. Alla fine, pur di convincere gli USA a partecipare, dopo lunghe trattative che compresero anche l’ipotesi di far valere il torneo solo come dimostrativo, partecipò la squadra dei dilettanti puri, che si classificò quarta. Ma, alla fine, il CIO decise a sorpresa di squalificarla, in quanto non rappresentava il Comitato Olimpico USA! Insomma: un bel pasticcio, mitigato solo in parte dal riconoscimento di quel quarto posto come classifica dei campionati mondiali.

Nel medagliere, il dominio norvegese stavolta è meno netto: arriveranno sempre primi, con 4 ori tre argenti e tre bronzi, ma a pari merito con gli svedesi, e ad un solo oro da svizzeri e statunitensi. Rispetto alle edizioni anteguerra, i norvegesi dominarono nel pattinaggio veloce, mentre gli svedesi fecero il pieno nello sci di fondo. Ma il personaggio dei giochi, che dimostra come lo sci alpino stesse prendendo sempre più piede come specialità “regina” dei giochi, fu un discesista francese, Henri Orellier.

Era un parigino, e già questo lo caratterizzava, in una disciplina appannaggio degli atleti “di montagna”, come strano, ed era un appassionato della velocità, oltremodo spericolato. Vinse la discesa libera percorrendo venti metri in una curva dalla ripidità mozzafiato, con un solo sci sul terreno, e dando ben 4 secondi di distacco al secondo classificato, distacco ancora non superato nella specialità. Fu proprio la sua passione per la velocità ad essergli fatale dieci anni dopo: abbandonati gli sci per questioni di età, si darà al rally, dove perderà la vita in un incidente nel 1962. Oltre alla discesa, Orellier vinse anche la combinata ed arrivò terzo in slalom, dove al quattordicesimo posto troviamo un italiano che faceva già parlare di se: Zeno Colò.

Già, gli italiani. In una spedizione senza troppe pretese, arriva inaspettatamente la prima medaglia tricolore ai giochi Olimpici invernali, ed è una medaglia d’oro.

Nino Bibbia era uno dei tanti valtellinesi della provincia di Sondrio emigrati con la famiglia in Svizzera in cerca di fortuna. Assieme alla madre aveva un negozio di frutta e verdura proprio a Sankt Moritz. Fu notato, mentre si dilettava nello Skeleton, da un giornalista della Gazzetta dello Sport che lo segnalò al CONI. Il Comitato nazionale italiano lo iscrisse a Skeleton e Bob. «Mi ero proposto anche per il salto con gli sci» – disse poi Bibbia al Corriere dello Sport – «ma neanche mi risposero».

Il 5 febbraio 1948 (le seconde tre manche di Skeleton erano previste per il 4 ma furono posticipate, per le ragioni climatiche dette, di un giorno) Bibbia, su quella pista – la Cresta Run – che conosceva a memoria essendo casa sua, sbaragliò la quotatissima concorrenza, fissando anche il record di percorrenza del 1948. Mentre la madre si lamentava di non avere il suo Nino in negozio, lui stava vincendo i giochi olimpici, rischiando anche di non partecipare alla premiazione proprio perché doveva tornare a vendere frutta. Note di colore a parte, Bibbia in quella specialità di nicchia (riapparve ai giochi solo nel 2002) è stato un campione storico. Tre volte campione del mondo di specialità, è morto novantunenne nel 2013.

Nel pattinaggio di figura, l’atleta protagonista, dopo tante donne, è stavolta un uomo: Lo statunitense Dick Button vince l’oro non ancora diciannovenne (è ancora il più giovane vincitore di categoria), realizzando, avendolo provato una sola volta in allenamento, per la prima volta al mondo un doppio axel.

Finiva così l’edizione della rinascita dei giochi. Con la parte estiva tenutasi a Londra, il mondo cominciava a scrollarsi di dosso gli odi che avevano avvelenato l’umanità per quasi quaranta anni. Tornava ad essere bellissimo vedere la gioventù mondiale gareggiare e vincere contro degli avversari da rispettare e battere, e non da odiare o distruggere.

[Continua]

[vedi le precedenti: PARTE 1 qui PARTE 2 qui PARTE 3 qui]

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