martedì, Settembre 28

Olimpiadi invernali: la fiamma olimpica si accende nella patria dello sci moderno Tra i protagonisti, i campioni italiani Zeno Colò e Giuliana Minuzzo. Tornano i tedeschi e i norvegesi conquistano 7 ori su 22 totali

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Dopo aver ricordato le prime tre edizioni, la contrarietà del barone Pierre de Coubertin , l’ edizione in Germania del 1936 e i giochi di Sankt Moritz del 1948 prosegue il nostro viaggio nella storia delle Olimpiadi: oggi parleremo dell’ edizione del 1952.

Oslo, scelta come sede dei sesti giochi olimpici invernali del 1952, poteva essere scelta già quattro anni prima, quando la sede dei giochi Olimpici estivi era Londra. Del resto, l’Inghilterra non aveva strutture per potersi permettere l’organizzazione dei giochi sulla neve, e si cercavano quindi sedi alternative.

Fu la Norvegia stessa a chiedere di avere assegnati invece i giochi del 1952 ‘rubandoli’ così a Cortina d’Ampezzo per 18 voti a 9 nel ballottaggio finale. Poco male, la cittadina italiana si sarebbe rifatta nell’edizione successiva.

I giochi invernali di Oslo furono così abbinati a quelli estivi di Helsinki, avendo così quattro anni in più per preparare l’evento nella migliore maniera. Non che non ci fossero le strutture, nella capitale norvegese: la pista di sci nordico era quella che aveva visto la nascita di questo sport, ed era quindi già pronta, ed il trampolino per il salto, costruito nel 1883, veniva considerato un monumento mondiale dello sport, capace di contenere, nel suo stadio, oltre 100.000 persone. Ma la logistica per ospitare quasi settecento atleti (694, per l’esattezza) da 30 nazioni, assieme a delegazioni, giornalisti e spettatori andava adeguatamente pianificata e realizzata per evitare disorganizzazioni come quelle capitate 4 anni prima in Svizzera. Ed i risultati di tale sforzo premiano i norvegesi: alla fine dei giochi, il CIO nel suo report mostrerà un guadagno di oltre un milione di corone norvegesi di allora, circa un milione e settecentomila euro attuali.

Per la prima volta comparve il braciere olimpico nei giochi Invernali. Le edizioni sulla neve diventavano sempre di più simili a quelle estive, abbandonando quel ruolo di fratello minore cui sembravano destinati, vista la “regionalità” degli sport. Ritornano i tedeschi, anche se solo quelli dell’Ovest, ma che rappresentano le Germania tutta (oltre che la Germania Est, all’epoca esisteva ancora il Saarland, a protettorato francese). Si arriverà al paradosso di avere come inno per le vittorie tedeschi non quello nazionale, ma l’inno alla gioia della IX sinfonia di Beethoven. Un’umiliazione, per la Germania, che durerà dal punto di vista sportivo fino al 1954, quando la vittoria ai mondiali di calcio ridarà dignità al popolo tedesco facendo suonare in quell’occasione l’inno “vero”.

Giochi invernali, anche questi, con il “problema” del bel tempo. Le date scelte, dal 14 al 25 febbraio 1952 coincisero infatti con un’ondata di caldo che fece addirittura comparire l’erba sulle piste da sci, causando rovinose cadute. Come al solito, e stavolta a maggior ragione visto che erano i padroni di casa, furono i norvegesi a fare la parte del leone nel medagliere, con 7 ori conquistati sui 22 totali. Scomparso di nuovo lo Skeleton, fa la sua prima apparizione, nello sci alpino, lo slalom gigante. Sci alpino che era ancora abbastanza snobbato dai padroni di casa, che vedevano nel “fondo” il solo vero sci, e che fu appannaggio dei paesi dell’Europa centrale, dove invece questa disciplina era diventata ormai la più seguita e praticata.

E qui, dopo il mezzo fallimento di quattro anni prima, si erge a protagonista l’italiano Zeno Colò.

All’epoca trentaduenne, era proprio in quel periodo all’apice mondiale: si presentava da protagonista dopo che nel 1950, ai mondiali in Colorado, aveva ottenuto due medaglie d’oro in discesa e slalom gigante, ed una d’argento nello slalom speciale. Era capace, con la sua per l’epoca rivoluzionaria posizione ad uovo, di raggiungere i 160 Km/h, e se consideriamo che gli sci erano di legno e si scendeva senza casco, possiamo immaginare quali rischi si correvano.

Non era un nativo delle Alpi, ma veniva dalle montagne toscane dell’Abetone, dove assieme alla moglie gestiva un ristorante. Deluso dalla gara di slalom gigante, dove arriverà solo quarto, si rifece immediatamente il giorno dopo, 16 febbraio, in discesa, rifilando oltre un secondo alla medaglia d’argento. Il suo talento ed il suo carattere gioviale lo fecero amare da tutti, tanto che fu portato in trionfo dagli sconfitti. La sera, invece di festeggiare, andò a motivare gli atleti italiani che dovevano ancora gareggiare, infondendogli quel coraggio che servirà poi a Giuliana Minuzzo per conquistare il bronzo nella discesa libera femminile, prima italiana a conquistare una medaglia nei Giochi Olimpici Invernali.

Solito dominio canadese nell’ Hockey, norvegese nel pattinaggio di velocità e nel salto con gli sci, e finlandese nello sci di fondo. Nel pattinaggio di figura Dick Button stravince di nuovo, con un’altra spettacolare esibizione: è il primo, infatti, a proporre il triplo axel nell’esercizio libero. Primo per tutti e nove i giudici.

Più interessanti, invece, le gare di Bob: i tedeschi vinsero entrambe le gare (bob a due ed a quattro) principalmente per la maggior stazza dei propri atleti. Fu proprio grazie a tali vittorie che il CIO decise di stabilire un limite massimo per il peso nelle due specialità: 200 chili per il bob a due, e 410 per il bob quattro. Per fare un paragone, il peso dei tedeschi nelle gare del 1952 era di 210 e 472 chili, rispettivamente.

Si chiudevano così quelle Olimpiadi, le uniche invernali fino ad oggi ad essere ospitate dalla capitale di uno stato, con il messaggio del presidente del CIO di allora, lo svedese Edstrom: «Rimane nella nostra memoria uno splendido spettacolo sportivo, una grande sfilata dei più grandi atleti, donne e uomini, degli sport invernali provenienti da trenta nazioni e da quattro continenti. […] Lo spirito Olimpico ha davvero pervaso tutti i partecipanti». Il mondo, nel 1952, aveva molta più fiducia nel futuro. Il peggio, per quella generazione, era ormai alle spalle.

[Continua]

[vedi le precedenti: PARTE 1 qui PARTE 2 qui PARTE 3 qui PARTE 4 qui]

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