sabato, Maggio 8

Olimpiadi Invernali: Innsbruck ’76, il mancato triplo oro di Rosi Mittermaier Con 37 nazioni e quasi 1.300 atleti partecipanti fu una vera festa di sport, quella che si tenne nella cittadina austriaca dal 4 al 15 febbraio 1976

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Per la prima volta, una città prescelta come sede dei Giochi si rifiuta di ospitare la manifestazione. Per le XII Olimpiadi invernali, infatti, era stata Denver ad essere selezionata, sei anni prima, quale sede dei giochi del 1976. Ma un movimento popolare, timoroso degli impatti sull’ ambiente che l’organizzazione dei Giochi avrebbe avuto, promosse un referendum popolare per bloccare i finanziamenti pubblici da destinare alle Olimpiadi. Referendum che diede come risultato quasi il 60% di no. Nel novembre del 1972 il CIO doveva quindi ricominciare tutto daccapo.

Va detto, ad onore del Comitato Olimpico, che la scelta fu rapida: già nel febbraio 1973 fu scelta come sede Innsbruck, che aveva già ospitato i Giochi nel 1964, e che quindi aveva tutte le infrastrutture quasi pronte. Quelle Olimpiadi furono molto ben organizzate, e si era confidenti di aver fatto la scelta giusta. I risultati daranno ragione al CIO: 37 nazioni, e quasi 1.300 atleti partecipanti. Quelli che il Comitato Organizzatore aveva proposto come “The simple games”, in aperta controtendenza con il gigantismo esibizionista dei giochi di Sapporo, furono un successo. Erano riusciti a trasformare la difficoltà di dover organizzare i Giochi Olimpici in poco meno di tre anni in una grossa opportunità. Fu una vera festa di sport, quella che si tenne nella cittadina austriaca dal 4 al 15 febbraio 1976.

Furono anche le Olimpiadi del trionfo dello sport dell’Est Europeo: l’ URSS stravinse in medagliere con ben 13 medaglie d’oro, seconda fu la Germania Est con 7. 20 competizioni su 37 furono vinte da queste due nazioni, lasciando le altre un massimo a tre medaglie d’oro.

I sovietici si imposero nel biathlon, nell’ hockey ancora orfano del Canada, nel pattinaggio di figura a coppie, sia come esercizio sia come danza, in 4 delle 8 specialità del pattinaggio di velocità ed in 4 delle sette specialità dello sci di fondo, mentre i tedeschi dell’Est fecero proprie tutte le gare di Bob e Slittino.

Va detto, però, che in quei giochi, per la prima volta, apparve l’ombra del doping: Galina Kulakova, oro in tutte e tre le discipline dello sci di fondo quattro anni prima, verrà squalificata dalla gara dei 5 chilometri, dove aveva vinto il bronzo, per aver assunto efedrina tramite uno spray nasale. Curiosamente, però, non venne espulsa dalle Olimpiadi, consentendogli quindi di conquistare due altre medaglie: il bronzo nella 10 Km e soprattutto l’oro nella staffetta.

Nel pattinaggio di figura il vero protagonista è un italiano, che però non era un atleta, ma un allenatore: il milanese Carlo Fassi, infatti, che fu un discreto pattinatore negli anni ’50, si rivelò un trainer di prim’ordine, portando all’oro nel pattinaggio di figura entrambi i suoi atleti: la statunitense Dorothy Hamill e, soprattutto, il britannico John Curry. Ma mentre per la ragazza USA il giudizio fu unanime, per Curry il verdetto fu più contestato: due dei giudici, quello sovietico e quello canadese, non gli danno il massimo punteggio, considerando il suo stile di pattinaggio “troppo effemminato”. E forse c’entrava qualcosa il fatto che un giornale tedesco, il Bild-Zeitung, avesse qualche mese pubblicato un articolo dove il britannico venisse indicato come gay.

Curry, come il vincitore di quattro anni prima Nepela, morirà a 44 anni, nel 1994, di AIDS, tre anni dopo aver fatto ufficialmente il suo coming out.

Essendo in Austria, comunque, la vera regina delle discipline non poteva che essere lo sci alpino. Che fosse così lo si vide in maniera chiara durante la gara di discesa libera maschile: circa 70.000 persone erano assiepate lungo i tre chilometri del percorso, tutti a tifare per l’idolo di casa, Franz Klammer, che sarebbe partito con il pettorale numero 15. In quel momento primo era lo Svizzero Russi, e secondo l’italiano Plank (questa curiosa “inversione” dei cognomi tra svizzeri ed italiani è una costante degli sport invernali). Alla partenza, il boato della folla farà “tremare la montagna”, come dicono, con ben più di un tocco di retorica, le cronache. Fatto sta che Klammer vince, mandando in delirio un paese intero, relegando al secondo posto lo svizzero ed al terzo il nostro Plank. A dimostrare quanto fosse forte il supporto allo sciatore austriaco, ci sono le parole di Russi: “Mentre guardavo in alto aspettando la discesa di Klammer, al traguardo, sentivo l’energia che si muoveva sulla montagna: settantamila austriaci che impazzivano per lui. Voglio vincere questa garapensavoma se lo farò avrò rovinato la festa a tanta gente. E in quel momento sono diventato una specie di tifoso di Franz”.

Nello slalom, una mezza delusione per la nostra valanga azzurra, che cominciava proprio nel 1976 il suo declino: in gigante Thoeni, primo dopo la prima manche, non sarà altrettanto efficace durante la seconda, arrivando quarto. Medaglia di bronzo fu uno svedese che già stava facendo parlare bene di se, e che entrerà nella leggenda di questo sport: Ingemar Stenmark, che proprio nel 1976 avrebbe vinto la sua prima coppa del mondo di sci gareggiando solo nei due slalom e rinunciando alle discese. E’ ancora oggi il primatista di vittorie in coppa del mondo con 86 gare. Nello slalom speciale, invece, ci fu si doppietta azzurra, ma sul gradino più alto del podio ci andò Piero Gros, capace di recuperare dal quinto tempo della prima manche. Per Gustav Thoeni, che in quell’edizione dei giochi fu portabandiera italiano, un argento agrodolce.

In campo femminile, invece, la protagonista, in assenza della cinque volte vincitrice della coppa del mondo Moser Proll, fu la tedesca occidentale Mittermaier. In quello che è stato il suo anno di grazia (vincerà anche la coppa del mondo), mancherà il record di Toni Sailer e di Jean-Claude Killy nel vincere tutte e tre le gare di sci alpino per soli 12 centesimi in gigante. Vincerà la discesa (sua prima vittoria in carriera nella specialità) e lo slalom speciale, dove a tre decimi arriverà l’azzurra Claudia Giordani.

Quelle dello sci alpino furono le uniche medaglie azzurre. Quattro in tutto, un oro due argenti ed un bronzo. Poco, considerando la popolarità che questi sport stavano cominciando ad avere in Italia. Andrà ancora peggio nel 1980.

[Continua]

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