giovedì, Settembre 23

Olimpiadi Invernali: Grenoble ’68, i giochi di Jean-Claude Killy e Franco Nones Alla prima competizione olimpica trasmessa a colori dalla televisione partecipano 1293 atleti da 37 nazioni. Viene introdotto il primo test antidoping e l' Italia è quarta nel medagliere

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La decisione di rimanere in Europa, per la decima edizione dei Giochi Olimpici Invernali, fu presa il giorno prima dell’inizio delle Olimpiadi di Innsbruck. Stavolta, tra le varie pretendenti ci fu battaglia vera, ed a spuntarla fu Grenoble, città francese di 160 mila abitanti, spuntandola sull’eterna sconfitta – fino ad allora – Calgary, sulla giapponese Sapporo, su Oslo e su Lake Placid negli Stati Uniti.

Edizione, anche questa, molto ben organizzata: per la prima competizione di questo tipo trasmessa a colori dalla televisione, ci furono poche variazioni rispetto ad Innsbruck nel 1964 dal punto di vista sportivo: si aggiunse solo la staffetta nel biathlon, portando le competizioni a 35; tuttavia, apparvero molte innovazioni dal punto di vista regolamentare: venne introdotto, per la prima volta, il controllo antidoping e venne fatta anche un’analisi sul sesso dei concorrenti. Per quanto riguarda l’antidoping, era ancora viva nella memoria di tutti la tragedia del ciclista Jensen, morto durante le Olimpiadi di Roma dopo aver ingerito notevoli quantità di anfetamine, mentre l’analisi del sesso riguardava lo spiacevole protocollo di qualche anno prima che prevedeva, prima che tale procedura venisse messa in campo, un imbarazzante controllo manuale. I test furono tutti negativi, anche se la campionessa di discesa della coppa del mondo 1966, Erika Schinegger, non fu ammessa prima dei giochi in quanto in possesso di attributi maschili interni. Tutto vero, del resto. Erika adesso è Erik Schinegger, ed è felicemente padre.

Dal 6 al 18 febbraio 1968, 1293 atleti (nuovo record) da 37 nazioni si sarebbero dati battaglia. C’era anche una nazione in più rispetto ad Innsbruck 1964: si trattava della Germania Est, che finalmente anche il CIO riconosceva come entità sportiva a parte, senza costringere gli atleti a correre sotto una fantomatica bandiera della “Germania Unificata”. Tutto era pronto per una meravigliosa cerimonia di apertura che vide cantare Aznavour e vide tutto il pubblico sentire, amplificato, il battito cardiaco dell’ultimo tedoforo mentre accendeva il tripode olimpico. Tutte cose molto da grandeur francese.

Dal punto di vista sportivo, si vide di nuovo la Norvegia sul tetto del medagliere: grazie soprattutto alle gare di fondo, dove vinsero 4 medaglie sulle 7 complessive, la nazione scandinava riuscì a sopravanzare di un oro (6 a 5) l’Unione Sovietica, che conferma oltretutto l’oro nell’Hockey. Terzi nel palmares complessivo i padroni di casa della Francia e quarta, a sorpresa e per la prima volta così in alto nel medagliere, l’Italia. Tutte e due le nazioni avevano preso 4 ori, per l’Italia si trattava di un bottino superiore a tutte le altre edizioni dei Giochi Invernali messe assieme.

E in un’edizione che vide tantissimi vincitori in tutte le specialità senza che nessuno – tranne un campione che incontreremo più avanti – emergesse chiaramente, furono proprio gli atleti francesi ed italiani ad essere protagonisti dei giochi: di Eugenio Monti abbiamo già parlato, in questa edizione si prese finalmente la sua rivincita. A 40 anni suonati riuscì a vincere entrambe le medaglie d’oro nel Bob. Nella specialità a due, prima dell’ultima delle quattro manches previste, doveva recuperare 10 centesimi di secondo all’equipaggio della Germania occidentale: non solo riuscì a recuperarne esattamente 10, ma lo fece anche con il miglior tempo assoluto di tutte e 4 le manches, situazione che, a parità di tempo, gli sarebbe valsa la medaglia d’oro. Oro che fu bissato nel Bob a 4, dove però le manches furono solo due causa i soliti problemi meteorologici. Gli stessi problemi impattarono anche sulla gara di slittino femminile. Dopo tre manches, le tre tedesche dell’Est erano tutte nei primi quattro posti della classifica con solo l’italiana Erika Lechner, terza, a dar fastidio alle valchirie. Ma un controllo effettuato al termine della manche rivelò che le atlete della Germania orientale avevano riscaldato le lamine del loro slittino (cosa proibita) e furono squalificate. La nostra Erika si trovò così in testa alla classifica prima dell’ultima manche. Che, per questioni meteorologhe, non fu disputata, regalando così un oro all’Italia. Ma l’oro, forse, più bello, fu quello di Franco Nones nella 30 Km. di fondo, primo europeo “del sud” a vincere una gara di fondo alle Olimpiadi.

Il finanziere della val di Fiemme, allora ventisettenne, era praticamente sconosciuto in patria ma veniva considerato un buon “outsider” nel giro dei fondisti. Non tanto, comunque, da vincere in scioltezza una gara dura come quella dei 30 chilometri staccando di quasi un minuto la concorrenza. Quella spedizione in terra francese per le olimpiadi fu, per l’Italia, un gustoso antipasto di quella che sarebbe stata, dopo pochi anni, l’abbuffata di trofei – non solo olimpici – fatta dalla “valanga azzurra” di sci alpino.

Ma il vero protagonista delle olimpiadi fu comunque un francese, che non era neanche uno “di montagna”. Jean Claude Killy era nativo infatti di Saint-Cloud, un paese dell’ Ile de France. Già affermato campione in tutte le specialità e tra i favoriti della vigilia, riuscirà a bissare il record di Cortina 1956 di Toni Sailer, vincendo tutte e tre le gare in programma: in discesa vinse per soli 9 centesimi, in slalom gigante, rifilando oltre due secondi a tutti, ed in slalom speciale, infine, in quella che fu la sua vittoria più controversa. Primo dopo la prima manche, non fa una seconda frazione memorabile, tanto che il danese Mjoen lo precede di oltre mezzo secondo, ma verrà squalificato per salto di porta. Tocca poi all’austriaco Schranz, che parte con un ritardo di 32 centesimi. Ma dopo un poco si ferma, chiedendo di ripetere la manche perché un “uomo nero” gli aveva tagliato la strada. Il comitato soddisfa la sua richiesta, e in questa manche Schranz da il meglio di se, rifilando oltre 8 decimi a Killy e vincendo la gara con mezzo secondo di stacco. Ma due ore dopo, una decisione quasi “incredibile”: Schranz è squalificato per aver saltato una porta nella prima discesa della seconda manche, quella dell’”uomo nero”. Figuriamoci le polemiche …

Nella giornata finale, un spettacolo meraviglioso: le prime dieci coppie classificate nel pattinaggio di figura si esibiscono in un contest senza medaglie, danzando in una passerella chiamata, curiosamente, “pattinaggio ritmico”. Uno spettacolo senza precedenti, che lascia tutti incantati e che fa dire al presidente del CIO Brundage: “E’ sport, cultura, arte, bellezza”.

De Gaulle e Pompidou possono essere contenti: la grandeur francese ha incantato il mondo. Gli 86 milioni di franchi investiti nella manifestazione (1,5 milioni il ricavo) dallo stato francese sono stati ben spesi.

[Continua]

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