lunedì, Giugno 21

Olimpiadi 2022 di Pechino: boicottaggio, perchè no I boicottaggi sono sempre storicamente inefficaci. In più non basta la volontà politica, l'atto concreto è complesso

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Una coalizione di circa 180 gruppi che rappresentano dissidenti tibetani, uiguri e di Hong Kong, nonché organizzazioni per i diritti umani in generale, qualche settimana fa ha rilasciato una dichiarazione che invita al boicottaggio delle Olimpiadi invernali del 2022 a Pechino. Una mossa destinata ad aumentare la pressione sul Comitato Olimpico Internazionale, sugli atleti, sugli sponsor e sulle federazioni sportive.
I Giochi di Pechino si apriranno il 4 febbraio 2022, appena sei mesi dopo la fine delle Olimpiadi estive di Tokyo.
«Il tempo per parlare con il CIO è finito», ha detto Lhadon Tethong del Tibet Action Institute in un’intervista esclusiva con ‘Associated Press‘. «Non possono essere giochi come al solito o affari come al solito; non per il CIO e non per la comunità internazionale». «Se i giochi andranno avanti,Pechino otterrà il sigillo di approvazione internazionale per ciò che stanno facendo».

Tethong ha spiegato che si è lavorato «in buona fede con il CIO per far capire loro i problemidirettamente dalla bocca delle persone più colpite: gli uiguri in cima a quella lista, i tibetani e altri. È chiaro che il CIO è completamente disinteressato a quali siano i reali impatti sul terreno per le persone» .

Il CIO ha ripetutamente affermato che deve essere ‘neutrale’ e restare fuori dalla politica. L’ente con sede in Svizzera è essenzialmente un’attività sportiva, che ricava circa il 75% dei suoi proventi dalla vendita dei diritti di trasmissione e il 18% dagli sponsor. Ha anche lo status di osservatore presso le Nazioni Unite. «Non siamo un governo super-mondiale», ha detto di recente il Presidente del CIO, Thomas Bach.

Il Ministero degli Esteri cinese ha criticato «la politicizzazione dello sport» e ha affermato che qualsiasi boicottaggio è «destinato al fallimento».

Tra le azioni che la coalizione potrebbe mettere in atto, vi sono le pressioni sui 15 principali sponsor del CIO, sulla rete televisiva americana ‘NBC‘, che genera circa il 40% di tutte le entrate del CIO, sulle federazioni sportive, e i gruppi della società civile.

Il CIO ha incluso i requisiti sui diritti umani diversi anni fa nel contratto della città ospitante per le Olimpiadi di Parigi del 2024, ma non includeva quelle linee guida -i Principi guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani– per Pechino. Parigi è la prima Olimpiade a contenere gli standard, a lungo auspicati dai gruppi per i diritti umani.

Il dibattito si è acceso a vari livelli, in particolare negli Stati Uniti e in Canada, e si sono moltiplicate le opzioni onde evitare il boicottaggio globale. Si propone ilboicottaggio diplomatico‘, in forza del quale i leader politici dei Paesi che aderiranno a tale modalità si rifiuterebbero di partecipare ai giochi, l’altra opzione intermedia sarebbe quella del boicottaggio da parte degli sponsor aziendali. La Presidente della Camera USA, Nancy Pelosi, è tra coloro che si sono espressi per il boicottaggio diplomatico. C’è chi sostiene il boicottaggio economico e diplomatico, primo tra tutti il senatore Mitt Romney, che in un editoriale del New York Times ha sostenuto che spettatori americani, oltre alle famiglie degli atleti e degli allenatori, dovrebbero rimanere a casa, e anche le società americane dovrebbero evitare Pechino. Il senatore ha tradotto la proposta in un disegno di legge che la commissione per le relazioni estere del Senato ha approvato a stragrande maggioranza.

Il leader conservatore canadese Erin O’Toole ha invitato il Primo Ministro Justin Trudeau a fare pressione sul Comitato olimpico internazionale per trasferire i Giochi perché inviare atleti in un Paese che sta commettendo un genocidio «violerebbe i principi etici fondamentali universali» .

Il boicottaggio economico non è una decisione auspicabile, anche se ci sono risvolti problematici anche nel non boicottare, secondo molti osservatori. «Una decisione da parte degli sponsor aziendali dei giochi di ritirare le loro sponsorizzazioni e il loro sostegno finanziario avrebbe senza dubbio un peso più sostanziale di un gesto diplomatico, ma metterebbe le società americane (e altre) in un vicolo cieco. La maggior parte di queste aziende ha relazioni commerciali sfaccettate e piuttosto redditizie in Cina. Tali relazioni sarebbero messe in serio pericolo se le autorità della RPC decidessero di vendicarsi (come probabilmente farebbero) contro le aziende che hanno firmato un boicottaggio commerciale. Tuttavia, se la campagna per un tale boicottaggio guadagna terreno, le società mirate potrebbero far arrabbiare i clienti negli Stati Uniti e in altri Paesi occidentali se continuano la loro sponsorizzazione nonostante gli appelli a dimostrare una tangibile insoddisfazione per la situazione dei diritti umani di Pechino», annota il Quincy Institute for Responsible Statecraft.

«Al momento, sembra esserci un sostegno nazionale e internazionale insufficiente per replicare la politica adottata dall’Amministrazione di Jimmy Carter nel 1980 per un boicottaggio globale delle Olimpiadi di Mosca. Con l’avallo di Pelosi, tuttavia, un boicottaggio diplomatico dei giochi di Pechino è ora una possibilità molto concreta e, date le crescenti richieste bipartisan di prendere posizione contro le violazioni dei diritti umani di Pechino, la combinazione di un boicottaggio diplomatico e commerciale non è più aleatorio».

Secondo il centro studi, «L’Amministrazione Biden dovrebbe respingere sommariamente la strategia di Carter», definendo quella decisione «un’azione tragica e velenosa che non dovrebbe essere ripetuta».

«I politici statunitensi devono riflettere attentamente prima di abbracciare anche una delle strategie di boicottaggio più blande. Un affronto diplomatico indubbiamente trasmetterebbe un adeguato disgusto per la condotta della Repubblica popolare cinese sui diritti umani nei confronti sia di Hong Kong che dello Xinjiang. Potrebbe essere appropriato che il principale potere democratico mondiale prenda una posizione ferma e faccia una tale dichiarazione morale.

Tuttavia, quanto sostegno Washington otterrebbe a livello internazionale per un boicottaggio diplomatico è incerto; persino alcuni governi occidentali potrebbero esitare a inimicarsi Pechino a meno che non ci siano maggiori ragioni per credere che ciò porterebbe a qualche concessione politica meritevole. Le prospettive di un’ampia cooperazione internazionale su un boicottaggio economico sono ancora più problematiche. La brutale realtà è che abbracciare un boicottaggio olimpico in qualche forma potrebbe dare soddisfazione ai leader politici e alle organizzazioni per i diritti umanistatunitensi, ma è probabile che nulla che gli Stati Uniti e i loro alleati facciano rispetto alle Olimpiadi cambieranno le politiche di Pechino sui diritti umani. Sarebbe meglio prendere il testimone attraverso i canali diplomatici e non sul campo di gioco», conclude il Quincy Institute for Responsible Statecraft.

Il boicottaggio avrebbe un impatto problematico sullo sport. Alcuni atleti si sono opposti, sostenendo che un boicottaggio danneggia solo gli atleti. Per la maggior parte degli atleti, competere alle Olimpiadi è l’apice della loro carriera agonistica, sottolinea Russell Field, professore di Sport e Attività Fisica all’Università di Manitoba. «Gli atleti non sono una massa apolitica e risoluta. Alcuni non vogliono sacrificare l’opportunità per cui hanno lavorato per gran parte della loro carriera agonistica d’élite. E alcuni hanno espresso il desiderio di separare sport e politica». Vero però anche, ammette Field, che «presumere che tutti gli atleti sentano che lo sport e la politica dovrebbero essere separati significa ignorare i potenti sviluppi dell’anno scorso, quando gli atleti hanno svolto un ruolo di primo piano nelle proteste ispirate a Black Lives Matter e #MeToo».

«Le Olimpiadi non sono estranee alla politica. Le Olimpiadi sono state a lungo coinvolte anche nella politica internazionale», perchè lo sport moderno è stato politicosin dalla sua nascita alla fine del XIX secolo, dice Field. E «non tutte le azioni di boicottaggio sono uguali», ripercorrendo la storia dei boicottaggi, dal 1936 al 1984, dimostra valenze e risultati diversi dei diversi boicottaggi.

Secondo Ryan Gauthier, docente di diritto alla Thompson Rivers University, i boicottaggi sono sempre storicamente inefficaci. «I due boicottaggi più significativi dei Giochi Olimpici -il boicottaggio guidato dagli americani dei Giochi di Mosca del 1980 e il boicottaggio del blocco sovietico dei Giochi di Los Angeles del 198 – non sono riusciti a raggiungere i loro obiettivi». In più non basta la volontà politica, l’atto concreto è complesso: «I governi non mandano atleti alle Olimpiadi. I comitati olimpici nazionali inviano atleti e dovrebbero operare indipendentemente dal governo del loro Paese», pertanto i governi che decidono il boicottaggio dovrebbero persuadere il loro Comitato Olimpico a non inviare atleti, violando la loro indipendenza. «Il fulcro del dibattito sui diritti umani e le Olimpiadi deve essere il Comitato Olimpico Internazionale. Il Cio, che detiene i diritti sui Giochi, potrebbe esercitare pressioni sulla Cina. Ma è improbabile» che lo faccia. «In primo luogo, non esiste alcuna disposizione nel contratto della città ospitante tra il Comitato olimpico internazionale e la città di Pechino che consenta al CIO di rimuovere i Giochi sulla base di questioni relative ai diritti umani. Inoltre, il CIO non vorrebbe trovare un nuovo ospite dell’ultimo minuto per i Giochi invernali del 2022», ovviamente impresa tutt’altro che semplice.

Secondo Gauthier, «La diplomazia sportiva è la strada migliore. E’ probabilmente più utile utilizzare la partecipazione ai Giochi di Pechino come un modo per aumentare la consapevolezza sui problemi dei diritti umani e una forma di diplomazia sportiva». Certo non c’è da illudersi che le manifestazioni e le proteste degli atleti risolveranno i problemi. «Ma la storia ci mostra che le proteste degli atleti possono avere un effetto potente». 

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