sabato, Settembre 25

Okinawa, accordo sulla base militare USA field_506ffb1d3dbe2

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Marine Corps’ Air Station Futenma military base

Lo scorso 27 dicembre Washington e Tokyo hanno realizzato un nuovo fondamentale passo avanti nello sviluppo dei reciproci rapporti strategici e diplomatici. È passato infatti sotto l’approvazione di Nakaima Hirokazu, Governatore di Okinawa, il progetto di ricollocamento della controversa base militare statunitense, la Marine Corps’ Air Station Futenma, attualmente situata nella città di Ginowan, prefettura di Okinawa, in una zona meno densamente popolata a nord dell’isola (presso il villaggio di Henoko, sempre entro la prefettura di Okinawa). Chuck Hagel segretario alla Difesa statunitense, ha definito questo accordo «una pietra miliare» nell’alleanza tra il Giappone e gli USA, un’alleanza che ritiene ormai in grado di «gestire problemi complessi per affrontare le sfide di sicurezza del ventunesimo secolo». Il Primo Ministro giapponese Abe Shinzo ha incoraggiato l’approvazione del Governatore Nakaima promettendo di destinare alla prefettura un sostanzioso pacchetto di aiuti economici.

Ma al di là dei facili entusiasmi legati al ‘risultato diplomatico’, vi è la consapevolezza che quello che porterà al trasferimento definitivo della base di Futenma (se mai si giungerà realmente a tale obiettivo), sarà un percorso in salita e non scevro di problematiche. Lo stesso Nakaima, riguardo la rapida realizzazione del progetto, ha rilasciato dichiarazioni che hanno il sapore di scetticismo: «sia il sindaco che l’assemblea comunale di Nago sono contrari al trasferimento a Henoko, e così le possibilità di realizzare la mossa non sono molte» ha affermato durante la conferenza stampa del 27 dicembre. «È necessario considerare tutti i piani possibili per spostare (la base di Futenma) al di fuori della prefettura, anche se in via provvisoria, in modo che le operazioni alla base possano terminare entro cinque anni».

Ha poi aggiunto che «il Primo Ministro ha promesso di fare tutti gli sforzi necessari per mettere fine alle operazioni», ma senza fare esplicitamente riferimento a un vero e proprio trasferimento della base. Come riporta il quotidiano giapponese ‘Asahi Shimbun’ in un editoriale, Abe avrebbe infatti parlato, almeno pubblicamente, solo del trasferimento degli MV-22 Osprey, velivoli multiruolo da combattimento, da qualche parte al di fuori della prefettura di Okinawa. In tal caso, non occorrerebbe un vero e proprio ‘ricollocamento’ della base di Futenma a Henoko. Se per Abe e Obama il raggiungimento dell’intesa è motivo di entusiasmo, per Nakaima si tratta invece di una questione più delicata, dato che vi è direttamente in ballo il suo successo politico.

L’accordo arriva dopo circa 17 anni di stallo nello svolgimento delle trattative, ostacolate di volta in volta da una serie di difficoltà logistiche, incidenti diplomatici, ripensamenti ma soprattutto dalla forte conflittualità presente tra il governo centrale di Tokyo e gli abitanti dell’isola di Okinawa. La base militare è infatti da anni al centro di numerose polemiche e bersaglio di proteste da parte della popolazione locale, che ha più volte denunciato gli episodi di violenza da parte dei marines che prestano servizio all’interno della base, l’emergenza legata all’inquinamento ambientale e lo scarso livello di sicurezza.

Il rapporto conflittuale tra la gente di Okinawa e i militari americani risale al periodo bellico, all’epoca dell’assalto anfibio ricordato come ‘Operazione Iceberg’ (1945), che vide contrapporsi l’esercito degli Alleati alle forze del Giappone imperiale e in cui persero la vita circa 66,000 militari giapponesi. Okinawa rimase sotto il controllo degli Stati Uniti fino al 1972, anno in cui essa tornò sotto la sovranità giapponese. Ma gli americani, in accordo con le autorità nipponiche, mantennero la propria presenza militare sull’isola (a spese del governo giapponese) generando i primi moti di insofferenza nella popolazione e contribuendo ad allargare lo iato già presente tra gli ‘uchinanchu’ (nome autoctono degli abitanti di Okinawa) e il governo centrale.

Una seconda forte ondata di proteste si ebbe nel 1995, dopo un grave episodio di stupro di una bambina di 12 anni da parte di un gruppo di giovani marines. In seguito si diede inizio alle trattative per lo spostamento della controversa base di Futenma nell’area centro-settentrionale dell’isola, presso la baia di Henoko, dove è già presente la struttura militare di Camp Schwab. Ma risultò subito chiaro che l’intero processo di smantellamento e trasferimento della base (e i relativi costi) si sarebbe rivelata una questione ben più complessa del previsto.

Dopo un tentativo di accordo, nel 2006, per il trasferimento della base in un’area rurale a poca distanza dalla città di Ginowan, risoltosi in un niente di fatto, si giunse all’ennesima manifestazione di protesta quando, nel 2010, circa 17,000 okinawani espressero il proprio dissenso nei confronti dell’allora Primo Ministro Hatoyama Yukio. Il Primo Ministro, poi dimessosi, aveva fatto della ‘questione Okinawa’ il manifesto del suo programma elettorale, ma fu poi costretto a tornare sui propri passi disattendendo le aspettative della popolazione, che accusò il governo centrale di ‘tradimento’.

Nell’aprile del 2012 Giappone e Stati Uniti hanno invece avviato un piano per la progressiva restituzione al governo giapponese delle terre occupate dalla base di Futenma e la riduzione del numero del personale militare statunitense presente a Okinawa, circa 9,000 Marines, nell’ottica di una ridistribuzione della presenza militare americana in altre aree strategiche della regione, come Guam e l’Australia. Ma la questione del vero e proprio spostamento della base era rimasta indefinita.

Il raggiungimento dell’accordo – i cui termini e piani di realizzazione pratica rimangono però dai connotati vaghi – è già di per sé un risultato importante, tanto per Tokyo quanto per gli USA, il cui progetto di rimodellamento della sicurezza nella regione dell’Asia Pacifico (il cosiddetto ‘pivot’) passa sempre di più attraverso lo sviluppo dei rapporti con i propri interlocutori asiatici (incoraggiando allo stesso tempo le alleanze reciproche) e attraverso la possibilità di assicurarsi l’utilizzo di strutture strategiche, come porti e piste di volo (piuttosto che basi militari che ospitano cospicui contingenti militari).

Okinawa rappresenta in quest’ottica un avamposto fondamentale, affacciandosi sul tormentato scenario del Mar Cinese Orientale, a pochi passi dalle contestate isole Senkaku/DiaoyuMa se dal punto di vista diplomatico e strategico l’accordo su Okinawa appare un successo, resta da considerare l’impatto che esso avrà a livello politico e sociale sulla realtà dell’isola. Dopo poche ore dalla firma, circa duemila persone si sono radunate per protestare contro la decisione di Nakaima. La maggioranza della popolazione di Okinawa preme infatti per lo smantellamento definitivo della base di Futenma e per l’eliminazione della presenza militare americana all’interno del territorio.

Le autorità governative americane ma soprattutto quelle giapponesi dovranno tener conto di questo aspetto. Tokyo dovrà inoltre prendere in considerazione la voce delle centinaia di giapponesi ‘continentali’ trasferitisi nell’isola a seguito del disastro nucleare del marzo 2011, per sfuggire al rischio di contaminazione radioattiva.

Attualmente Okinawa ospita circa il 75% del totale delle strutture militari americane presenti in Giappone. Una presenza che gli autoctoni percepiscono come una ‘imposizione’, anche e soprattutto da parte del governo centrale. Il termine ‘discriminazione’ viene sempre più spesso utilizzato dagli abitanti di Okinawa per riferirsi alla propria condizione rispetto a «quelli del continente», ossia i giapponesi. Il distacco politico e culturale, oltre che geografico, tra il governo centrale di Tokyo e quello che fino a non molto tempo fa era conosciuto come l’indipendente ‘Regno delle Ryukyu’ (passato sotto la sovranità giapponese nel 1879) appare evidente. Così come appare evidente che nessun piano operativo concreto riguardante la base di Futenma potrà essere attuato senza un reale consenso e supporto delle istituzioni politiche dell’isola e dei suoi abitanti.

 

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