domenica, Novembre 28

'Oil crash', la nuova guerra del petrolio

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In questo calcolo hanno indubbiamente influito anche questioni di politica interna, come le storiche rivalità tra Cia e Pentagono e tra i Rockefeller, proprietari de facto della Exxon-Mobil e quindi strettamente legati al business del petrolio convenzionale, e i fratelli Koch, da sempre considerati i burattinai del Partito Repubblicano, entusiasti sostenitori dello slogan pro-trivellazioni noto come ‘drill, baby, drill’ e grandi beneficiari della ‘rivoluzione dello shale’ assieme a numerosi piccoli e medi imprenditori. I Koch hanno individuato nell’eccentrica figura di Donald Trump (repubblicano) il candidato ideale a rappresentare i loro interessi minacciati dalla politica dell’amministrazione Obama, che con l’“oil crash” concordato con i sauditi, il giro di vite sulle norme ambientali e il sabotaggio di progetti cruciali come l’oleodotto Keystone Xl – concepito per far arrivare in Texas il petrolio delle sabbie bituminose dell’Alberta – ha ridimensionando il volume d’affari delle Koch Industries e limitato in maniera considerevole la capacità di queste ultime di insidiare lo strapotere dei Rockefeller. Il crollo del prezzo del petrolio risponde tanto alle esigenze dei Rockefeller, che vedono così rafforzata la propria posizione nell’establishment a scapito della concorrenza, quanto agli obiettivi geopolitici perseguiti ostinatamente dall’Amministrazione Obama. La ragione per cui Trump si è mostrato tanto critico nei confronti dell’Arabia Saudita e della politica estera in generale condotta dai democratici negli ultimi anni è legata proprio al suo ruolo di rappresentante degli interessi della fetta di grande impresa statunitense in competizione con i Rockefeller che ha tutto da perdere dal fallimento della ‘rivoluzione dello shale’.

Quella di manipolare il prezzo del petrolio a scopi politici è del resto una tecnica che i Rockefeller hanno avuto modo di affinare a partire dalla seconda metà del XIX Secolo, quando il fondatore della Standard Oil John Davison Rockefeller depresse artificiosamente il corso del greggio inondando i mercati con il proprio petrolio a basso costo, così da erodere i margini di guadagno dei concorrenti non altrettanto solidi e costringerli infine a dichiarare bancarotta. A quel punto, rilevò le imprese in difficoltà, consolidando la propria supremazia nel settore petrolifero al punto da indurre le autorità Usa a introdurre norme anti-cartellistiche che portarono, nel 1911, alla frantumazione della Standard Oil in 34 società distinte. L’alterazione del prezzo del petrolio a cui si è assistito a partire dal 2014 testimonia che «sulla scena mondiale, i Rockefeller sperano in un graduale strangolamento di coloro che si oppongono all’egemonia statunitense, cercando allo stesso tempo di fomentare una crisi interna per conservare la propria posizione di vantaggio».

Non a caso, il prezzo del petrolio ha continuato a scendere per effetto del rialzo dei tassi di interesse operato della Federal Reserve e dell’ingresso – per quanto progressivo – sul mercato internazionale dell’Iranian crude oil conseguente alla revoca delle sanzioni a Teheran. Così, nel gennaio 2016, il prezzo del Brent e del West Texas Intermediate ha sfondato la soglia psicologica dei 30 dollari per barile.

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Si tratta di un livello del tutto anomalo – era stato raggiunto l’ultima volta nel lontano 2003 – che, come osserva il giornalista russo Mikhail Leontyev, risente della revisione in negativo delle aspettative sulla quotazione del petrolio da parte di Goldman Sachs. «I 20 dollari per barile di petrolio indicati dalla Goldman Sachs non erano una previsione ma un obiettivo. I Ministeri dell’Economia fanno le loro previsioni, mentre la Goldman Sachs fa il mercato. I contratti petroliferi coprono solo il 2% del mercato delle materie prime, il resto è composto solo da titoli speculativi, future e altri derivati. I prezzi dei future non sono determinati dalla domanda e dall’offerta, ma dalle ‘aspettative’, mentre il mercato è controllato dalle più grandi banche degli Stati Uniti, insieme alle agenzie di rating, dagli esperti ‘indipendenti’ e dai media». Una conferma indiretta a questa tesi è arrivata dall’autorevole analista William Engdahl, il quale ha rivelato che: «l’ultima volta che Goldman Sachs e compari di Wall Street fecero una previsione drammatica sui prezzi del petrolio fu nell’estate 2008. All’epoca, tra crescenti pressioni sulle banche di Wall Street per l’amplificarsi del crollo immobiliare dei sub-prime statunitensi e a ridosso crollo di Lehman Brothers, Goldman Sachs profetizzò che il petrolio avrebbe ben presto raggiunto i 200 dollari al barile. Quando il greggio toccò il picco massimo di 147 dollari, scrissi un’analisi in cui sostenevo che era probabile accadesse l’esatto contrario, a causa dell’enorme eccesso di offerta sui mercati petroliferi mondiali che, curiosamente, era stato denunciato solo da Lehman Brothers. Una fonte cinese mi confidò che le banche di Wall Street, come Jp Morgan Chase, erano impegnate a sospingere il prezzo a 200 dollari allo scopo deliberato di convincere Air China e altri grandi acquirenti cinesi di petrolio a comprare fino all’ultima goccia di greggio disponibile prima che arrivasse a quotazioni insostenibili, e così il prezzo del petrolio salì ai massimi per poi crollare fragorosamente a 47 dollari per barile nel dicembre 2008». Secondo Engdahl, le previsioni al ribasso sul prezzo del petrolio che Goldman Sachs ha pubblicato nel gennaio 2016 potrebbero quindi preannunciare un sensibile rialzo dei prezzi, causato dall’acuirsi della crisi tra Arabia Saudita e Iran, dall’obsolescenza degli impianti estrattivi di Teheran che compromette la possibilità di aumentare sensibilmente l’offerta mondiale e dalla problematica e sempre più instabile posizione in cui si trova la famiglia reale al potere a Riad.

Il crollo del prezzo del petrolio ha del resto inferto colpi non letali alla Russia – che ha dimostrato una resilienza impressionante – abbattendosi però come un boomerang tanto sull’industria statunitense dello shale quanto sulla stessa economia saudita, che dipende tra l’80 e il 90% dalla rendita petrolifera. La drastica contrazione delle entrate ha reso infatti sempre più insostenibili le spese folli della numerosissima famiglia reale e i costi crescenti della sciagurata aggressione allo Yemen, che ha assorbito un vero e proprio fiume di denaro. Nell’agosto 2014, le riserve valutarie a disposizione di Riad ammontavano a 747 miliardi di dollari (cifra record), ma la crescita esponenziale delle uscite ha cominciato ad eroderle al ritmo di non meno di 12 miliardi al mese. Secondo un’analisi realizzata da ‘Bloomberg’, la tendenza riduzione delle riserve valutarie saudite è andata consolidandosi al punto di divenire strutturale.

 

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