venerdì, Luglio 30

Ogni vittoria in Siria è sconfitta in Libano? field_506ffb1d3dbe2

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I recenti avvenimenti in Siria destano forti preoccupazioni in Libano. Nelle ultime settimane, infatti, si è assistito all’accelerarsi dei processi di avanzamento delle forze di  Bashar al-Assad lungo le roccaforti ribelli, con il risultato di un consolidamento delle basi lealiste. Le aree interessate dagli scontri  -il Qalamoun, per quanto riguarda il versante siriano, e la vallata della Bekaa, di rimpetto entro il confine libanese-  rappresentavano, per l’Esercito regolare, zone strategiche, la cui presa, annunciata e prevista da tempo, non era più rimandabile.
La strategia scelta è stata quella di liberare una linea che da Homs  -a Nord del confine libanese- procedesse dritta a Sud verso Damasco, attraverso Qara, Yabroud e Maalula, cioè i principali centri sotto controllo ribelle.

La ragione che ha imposto questa scelta è proprio il confine che corre in parallelo con la linea d’attacco, oltre il quale si trova Arsal, la cittadina libanese-sunnita più prossima, centro di scambio per eccellenza per i rifornimenti ribelli.

Il controllo del confine da parte dell’Esercito di al-Assad è, quindi, fondamentale per la gestione dei flussi di merci in entrata, e l’intesa con le milizie Hezbollah di primaria importanza, sia per ottenerlo che per mantenerlo sui entrambi i lati della barriera.
L’intesa fra al-Assad e Hassan Nasrallah, alleati della prim’ora, continua, quindi, ad evolversi.

Le milizie di Hezbollah, son state le prime a schierarsi pubblicamente a fianco di Bashar al-Asad, rendendo pubblica questa presa di posizione nella primavera 2013 e trovando l’appoggio dell’asse Iran-Russia, che, tutt’ora, costituisce l’asse di potere principale nella crisi siriana.

Se le scelte di Hassan Nasrallah, Segretario di Hezbollah, trovano forti sponde all’interno dei confini siriani, la situazione è completamente diversa all’interno del Libano, anche se le chiavi di lettura degli avvenimenti sono sempre duplici.

Il panorama politico libanese, dal marzo 2011, quando è scoppiata la crisi siriana, ad oggi, è molto cambiato.
Il contagio delle violenze siriane all’interno del Paese è per certi versi logico e fisiologico. Logico per la contiguità storica e culturale che ha da sempre caratterizzato i due confinanti, se si tiene conto che l’indipendenza territoriale è avvenuta poco più di sessant’anni fa, e quella reale nel vicino 2006 quando, a seguito della Rivoluzione dei Cedri seguita all’omicidio dell’ex Premier Rafiq Hariri le truppe siriane hanno abbandonato definitivamente il suolo libanese. Fisiologico, invece, perché la conseguenza naturale di questa contiguità è stata la quasi unidirezionalità dei flussi migratori, che nel primo periodo degli scontri, ha fatto sì che un numero di profughi aumentato fino alla spaventosa cifra di un milione varcasse i confini libanesi alla disperata ricerca di un luogo conosciuto e sicuro in cui trovare riparo.

L’impossibilità di gestire le aree di scambio, la mancanza di un Governo stabile negli ultimi due anni e l’impatto devastante sulle infrastrutture, i servizi e le esportazioni della crisi e dei profughi, ha fatto il resto, esponendo il Paese ad un livello di contagio sempre maggiore.

Le cittadine a nord, Tripoli in primis, hanno dato forti segni di cedimento morale, sfiorando più volte la crisi settaria, in realtà mai realmente consumata, e Beirut si è ritrovata nuovamente bersaglio di una serie di attentati esplosivi contro luoghi chiave ed esponenti politici in qualche modo collegati con gli avvenimenti siriani.

Ma se da un lato il Presidente della Repubblica Michel Sleiman, l’ex Primo Ministro Saad Hariri ed una serie di altri esponenti filo-sauditi non hanno avuto dubbi nel collegare questi fatti all’esposizione pubblica del Partito di Dio (Hezbollah) nel sedare la rivolta siriana, un punto di vista unico è apparso, la scorsa settimana, sulle colonne del quotidiano berutino ‘Daily Star’ in un servizio dal titolo ‘Iran official: Hezbollah Syria move logical’ che raccoglie l’intervista a Mohsen Razaee, Segretario del potente Consiglio per il Discernimento della Repubblica Islamica dell’Iran, cioè l’Assemblea per la Revisione della Costituzione della Repubblica d’Iran, in passato comandante della Guardia della Rivoluzione. In questa rara intervista rilasciata a media stranieri, Razaee utilizza un aggettivo fino ad ora mai accostato alla posizione di Nasrallah: logico.
Razaee ritiene che «Quello che Hezbollah sta facendo in Siria è del tutto legittimo, logico e razionale. Quando Israele attaccò il Libano nella Guerra dei 33 giorni, fu la Siria a fornire aiuto. Se la Siria non li avesse aiutati, non avrebbero avuto successo. Così, ora, è il loro turno di restituire l’aiuto».

Razaee critica i libanesi che non sostengono lo schieramento di Hezbollah, ponendoli dalla parte del torto e sostenendo che le scelte fatte dalle milizie Hezbollah sarebbero motivate dalla necessità di mettere in sicurezza il Libano, poiché, se i ribelli riuscissero sconfiggere l’Esercito regolare arrivando al potere e spartendo il potere conquistato con la frangia estremista dei combattenti, essi sarebbero in grado di annettere parte del Libano alla Siria.

La sicurezza dei due Paesi, nell’ottica del Segretario, non può prescindere l’una dall’altra, e quindi, considerata la necessità che l’opposizione ribelle moderata continua ad avere dei combattenti più radicali, la scelta del Partito di Dio non può che rivelarsi logica.

Ma se in una visione di lungo periodo questo ragionamento non può essere contestato, per lo meno a causa dell’impossibilità di prevedere le conseguenze dei più recenti avvenimenti, quanto consegue l’ingerenza delle milizie libanesi è constatabile sull’immediato secondo molti osservatori.
L’intervento nella presa di Yabroud, infatti, oltre ad aver scatenato una nuova serie di bombardamenti lungo le zone di confine della Bekaa, ha anche causato la fuga incontrollata proprio di quei ribelli radicali ed estremisti menzionati da Razaee che, non potendosi addentrare verso il cuore dei territori siriani controllati o riconquistati dall’Esercito regolare, si sono diretti proprio all’interno dei confini libanesi.

Il rischio quindi, ora, per la popolazione libanese, si trasforma sempre più nella realtà di dover far fronte a gruppi di guerriglieri all’interno dei propri confini, che, privi un’organizzazione gerarchica che riesca a gestirli, potrebbero attuare operazioni di disturbo nei confronti di chi ha contribuito allo smantellamento delle loro postazioni.

Durante gli ultimi dieci giorni, il funzionario di massima sicurezza del Partito di Dio, Wafiq Safa, ha visitato per due volte Sidone, città simbolo della resistenza anti-israeliana e roccaforte del partito, incontrando Sheikh Maher Hammoud, predicatore sunnita pro-Hezbollah nella cittadina che, a sua volta, ha incontrato Samir Shehadeh, capo delle forze di sicurezza interna Information Branch del sud.

Il tema delle riunioni è stata la sicurezza: l’intesa per una maggiore facilità di spostamento nell’area sud del Paese di personaggi politici e per la distensione dei rapporti con le Brigate della Resistenza -milizia alleata di Hezbollah, per la quale sarebbe stata richiesta l’esenzione dai check-point, al fine di agevolare gli spostamenti, dietro promessa di mediazione dei rapporti, tesi, fra le Brigate e gli ufficiali delle Forze di Sicurezza Interne.

L’ allerta sulla sicurezza interna, divenuto argomento di primaria importanza per i vertici di Hezbollah, sarebbe diretta conseguenza della caduta della città siriana di Yabrouk per mano dell’Esercito siriano e dei combattenti miliziani libanesi, e la città di Sidone, nello specifico, sarebbe sotto controllo da parte del partito a seguito di allarmi diffusi dall’intelligence, che l’avrebbe inserita nella lista degli obiettivi sensibili.

Il timore è che la ‘grande vittoria’ di Yabroud, identificata come il sito di lancio missilistico verso la Bekaa ed area di preparazione delle auto-bombe deflagrate in Siria e Libano negli ultimi mesi, possa, sì  aver creato un cordone di sicurezza per il regime in Siria, ma innescato una polveriera in Libano.

 

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