martedì, Maggio 24

Ogni tre giorni un suicidio in carcere Ogni suicidio, ovviamente, è una storia a sé: storie che parlano di solitudine, disagio psichico, trattamento sommario con psicofarmaci, disperazione per il processo o per la condanna, abusi… E poi il sovraffollamento nelle carceri: più cresce il numero dei detenuti, più alto il rischio che il recluso si abbandoni a scelte definitive e disperate....

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Carcere di Castrovillari, provincia di Cosenza. Un detenuto attende che il suo compagno di cella esca; una volta solo, si toglie la vita impiccandosi. Quando gli agenti della Polizia penitenziaria intervengono, la tragedia ormai si è consumata.

   Carcere di Regina Coeli, Roma. Un detenuto originario della Georgia si toglie la vita. Era ristretto nel Centro Clinico in isolamento perché percosso da altri detenuti. Era in carcere per furto.

  Carcere di Sondrio: un detenuto trentenne, D.S., arrestato pochi giorni fa con l’accusa di aver fatto un paio di rapine, si toglie la vita all’interno della sua cella impiccandosi con un lenzuolo annodato alle sbarre.

   Carcere di Terni: un detenuto di 54 anni, originario di Enna, si toglie la vita impiccandosi nella propria cella. Recentemente si era visto respingere la richiesta di scarcerazione; era stato arrestato nell’aprile del 2021 nell’ambito dell’operazione antimafia “Caput silente” condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta. Da quasi un anno era in carcerazione preventiva.

  La media dei suicidi in carcere è di uno ogni tre/quattro giorni. Quelli ufficiali sono 12 dall’inizio dell’anno; ma potrebbero essere 14: due detenuti sono morti per aver usato la bomboletta del fornello per cucinare, e non è accertato ufficialmente che si tratti di suicidio.

  Ogni suicidio, ovviamente, è una storia a sé: storie che parlano di solitudine, disagio psichico, trattamento sommario con psicofarmaci, disperazione per il processo o per la condanna, abusi E poi il sovraffollamento nelle carceri: più cresce il numero dei detenuti, più alto il rischio che il recluso si abbandoni a scelte definitive e disperate.

  Suicidi a parte, c’è il problema della denegata giustizia.

  Circa mille persone ogni anno vengono incarcerate per poi risultare innocenti. Dati diffusi dal Partito Radicale: dal 1992 al 31 dicembre 2020 si sono registrati 29.452 casi. L’Italia è il quinto Paese dell’Unione Europea con il più alto tasso di detenuti in custodia cautelare: il 31per cento, un detenuto ogni tre. A parte i devastanti effetti di carattere psicologici, irrisarcibili, c’è anche un grave danno economico. Si è calcolato che i 750 casi di ingiusta detenzione nel 2020 sono costati quasi 37 milioni di euro di indennizzi: dal 1992 a oggi lo Stato ha speso quasi 795 milioni di euro.

  Non bastasse, ecco i paradossi, che lasciano l’amaro in bocca perché tocchi con mano che vivi nella giustizia di Pinocchio. La legge italiana prevede che ci si possa avvalere della facoltà di non rispondere: un diritto riconosciuto a ciascun imputato. Se lo si esercita, questo diritto si rischia poi di pagarlo salato: a processo finito, e ad errore giudiziario accertato (e con sovrammercatol’ingiusta detenzione subita), se si prova a chiedere un risarcimento allo Stato c’è la concreta possibilità che la richiesta sia respinta.

  Lo Stato, infatti, replica che l’essersi appellato al diritto di non rispondere ha contribuito a far cadere nell’errore gli inquirenti. E’ un assurdo: non è l’imputato che deve provare la sua innocenza, ma chi lo accusa che deve provare che le contestazioni hanno un fondamento. Eppure chi non riesce a provare la colpevolezza, rigira la frittata sostenendo di non averlo potuto fare perché l’imputato non ha “collaborato”.

  L’associazione Errorigiudiziari.com, che da vent’anni raccoglie storie e vicende di ingiusta detenzione ed errori giudiziari, ha realizzato un’analisi delle decisioni più frequentemente adottate dalle Corti d’appello e dalla Cassazione. Se ne ricava, appunto, che essersi avvalsi della facoltà di non rispondere al momento dell’interrogatorio, avere frequentazioni poco raccomandabili, o non possedere una memoria di ferro per ricordare, con minuziosa precisione, date e orari che interessano alla tesi accusatoria può, una volta assolti, inficiare il diritto al risarcimento. Si paga, insomma il fatto di non essere pienamente collaborativi; per questo il risarcimento può essere negato o decurtato. Si chiama, in gergo, “colpa lieve”. Altra “colpa lieve” essere stato in carcere in passato, o avere precedenti penali; ma anche una personalità valutata “negativa”.

  I numeri rivelano una realtà sconcertante: si stima una media di un migliaia di vittime di malagiustizia ogni anno; e ogni anno si spende una media di due milioni e mezzo di euro in risarcimenti. Ma si deve considerare che il 70 per cento delle richieste di risarcimento non viene accolto; e questo dà l’idea delle dimensioni del fenomeno. Non solo: ci sono circa 20mila casi di ingiusta detenzione non dichiarati negli ultimi anni: chi subisce un arresto o un processo ingiusto poi non ha la forza economica o psicologica per ingaggiare una nuova battaglia giudiziaria per il risarcimento.

  Questa la situazione, questi i fatti.  

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