giovedì, Settembre 23

Ogni femminicidio è una pena capitale India, Iran, Italia: tre Paesi dove le donne sono vittime di uomini carnefici

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 Reyhaneh-Jabbari

 

L’esplosione dell’informazione amplifica fatti che si replicano da migliaia di anni: la donna come preda, come bersaglio, come bottino di guerra, come capro espiatorio ci è stata persino ammannita, sin dall’infanzia, nei libri di storia come un qualcosa di ‘normale’, da tran tran.

Era (ed è), infatti, il tassello imprescindibile per assicurare all’umanità di non estinguersi. Tant’è che ora che, senza ipocrisie, si parla di matrimoni gay, c’è comunque bisogno di un utero in affitto (come, d’altronde, di donatori di spermatozoi). Persino alle elementari ce l’hanno fatto studiare come episodio storico commendevole quel Ratto delle Sabine che diede il la all’espansionismo quasi millenario dell’antica Roma…

Nello studio di Istituzioni di Diritto Romano (ancora un ricordo grato vola Lassù, al Professor Antonio Guarino, recentemente scomparso) mi sono imbattuta in Festo, che descrive la cerimonia matrimoniale comprendente appunto una simulazione di Ratto dal grembo materno o, per un’orfana, da quello di una parente anziana: «Rapi simulatur virgo ex gremio matris, aut, si ea non est, ex proxima necessitudine, cum ad virum trahitur, quod videlicet ea res feliciter Romulo cessit».

Quasi si dà una patente di liceità a questa prevaricazione di genere e ci vorrebbe un grande antropologo culturale per elencare nelle diverse civiltà la replica di un simile meccanismo predatorio, di controllo di un genere su un altro.

Se ora, però, comincia a suscitarsi l’indignazione generale, anche in uomini più illuminati e consapevoli, ciò avviene in virtù della diffusione capillare delle informazioni.

I reiterati casi di stupri di branco contro bambine e donne in India  -recentemente ho letto che ci si è accaniti contro una bimba di tre anni-; l’impiccagione di Reyhaneh Jabbari in Iran, considerata colpevole di aver ucciso il suo stupratore; il ritrovamento, a nove mesi dalla misteriosa scomparsa, del corpo di Elena Ceste a Costigliole d’Asti hanno un filo conduttore che emerge quotidianamente dalle cronache e che testimonia una sorta di volontà maschile di ribadire la propria supremazia, il mantenimento di uno statu quo di asservimento della figura femminile, per secoli mantenuta sotto il tallone, con gli strumenti più beceri: l’impossibilità d’accesso all’istruzione e al potere economico; l’isolamento rispetto alla socializzazione; la sottile emarginazione derivante dall’impedire il sorgere di ogni autostima.

Per qualcuno  -non per tutti- era svincolata da tale servaggio solo la figura materna.

Dunque, qualunque donna ribelle o potenziale tale, in certi contesti, persino quelli all’apparenza più evoluti, è un nemico dell’ordine costituito, anche nel microcosmo familiare, e, in caso di ‘ingovernabilità’, un avversario da eliminare.

Se ripercorriamo con la mente i tanti casi di femminicidio che ogni anno affollano le cronache nazionali (e internazionali: non è un fenomeno, ahimé, solo italiano), il paradigma si replica con una prevedibilità sbalorditiva: talvolta persino con la masochistica complicità delle vittime, che hanno introiettato un senso della colpa di non essere ‘abbastanza’ subalterne.

E’ accaduto fin troppe volte che abbiano mansuetamente subito botte e aggressioni, spessissimo subendo in silenzio, e le esperienze custodite negli archivi delle Associazioni contro la violenza alle donne raccontano monotonamente di sensi di colpa; di convinzione che le cose debbano andare così perché non si hanno vie d’uscita o perché si lede l’interesse dei figli.

Tante, troppe volte, in particolare quando il delitto si consuma all’interno di un nucleo familiare, è lo zenith di un percorso che ha radici lunghe, che sfugge ad una società distratta, costituita da una sommatoria di egocentrismi.

Ma esiste anche, in giro per il mondo, il blocco maschile che ‘punisce’ la lesa maestà femminile, qualora qualcuna osi alzare lo sguardo verso ambiziosi traguardi, persino quello di difendersi dallo stupro.

Sono declinazioni di una stessa mentalità: troppe volte, nella presunta evoluta Italia, quando una donna ha raggiunto una posizione di preminenza, la reazione è: ‘cherchez l’homme’.

Purtroppo, questo meccanismo è in parte vero, perché per accedere a certe posizioni, occorrono comunque i placet degli uomini di potere (il blocco ai vertici raramente vede presenze femminili), che costruiscono la rete cooptante.

In più, si verifica un fenomeno selettivo per cui le stesse donne che arrivano nei luoghi decisionali, volontariamente o involontariamente, assumono atteggiamenti tipicamente maschili, in termini di aggressività, di competitività, di ‘vendersi per quello che non si è e non si sa fare’, costituendo a proprio supporto una conventio ad excludendum, che privilegia non il merito, ma la fedeltà.

La fedeltà di un qualcuno meno brillante o dotato, infatti, rappresenta la maniera più semplice per mantenere la supremazia, blindandosi contro possibili sgambetti.
E’ una regola, questa, applicata da sempre nell’universo di potere maschile, pur rivelandosi fallace innumerevoli volte.

Tutto questo avviene nei luoghi di lavoro, dove femminicidi metaforici si verificano quotidianamente. Quanto ai numerosi capitoli cruenti, scaturenti dalla distorta dinamica dei rapporti uomo/donna, essi appaiono il risultato di una neoplasia culturale che sembra allargarsi in continue metastasi: tante quante, ogni giorno, i giornali registrano in vittime femminili di questa storia di eterno olocausto.       

 

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