domenica, Settembre 19

OGM: una via di uscita UE? Una risoluzione che supera la moratoria de facto come clausola di salvaguardia precedente

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Ogm minaccia o opportunità? La UE ha trovato una via d’uscita. Il Consiglio Ue ha approvato a marzo scorso formalmente la direttiva sulla coltivazione degli Ogm, che concede ai singoli Stati membri la possibilità di decidere se coltivare o meno piante transgeniche sul proprio territorio nazionale, notizia accolta allora con soddisfazione da Coldiretti nella figura del suo presidente, Roberto Moncalvo che affermava: “Ora tocca al Parlamento italiano mettere a punto una normativa nazionale che possa dare continuità alla lungimirante scelta fatta dall’Italia di vietare gli Ogm, dato che la nuova normativa che dovrebbe entrare in vigore già a marzo, dopo 20 giorni dalla sua pubblicazione in Gazzetta Ufficiale Europea” aggiungendo che era “un importante e atteso riconoscimento della sovranità degli Stati nonostante il pressing e alle ripetute provocazioni delle multinazionali del biotech“. Coldiretti ha ricordato che in Italia quasi 8 cittadini su 10 (il 76%)  si oppongono al biotech nei campi.

La nuova direttiva è un tentativo di trovare un compromesso da parte dell’esecutivo comunitario, intenzionato a superare uno status quo che vede ancora solo il mais MON 810 di Monsanto nei campi del vecchio continente, a causa del ricorso alle clausole di salvaguardia da parte degli Stati membri. Un buco normativo quindi alle regole sulla maggioranza qualificata al Consiglio europeo (nonostante un numero di Stati membri superiori alla media fosse sempre contrario alla coltivazione di OGM) non si è mai riusciti a vietarne la coltivazione definitivamente, restando in una condizione di stallo. La Commissione, per la quale valeva il silenzio assenso previo parere positivo dell’EFSA, tramite l’agenzia europea per la sicurezza alimentare non ha mai bocciato un OMG e ai governi è restato invocare soltanto la clausola di salvaguardia. La Commissione ha iniziato a ritardare le autorizzazioni, avallando una moratoria de facto che è valsa all’UE una condanna nel 2006 da parte del tribunale della WTO, che fa capo all’autorità sanitaria degli Stati Uniti, poi su ciò si è pronunciata anche la Corte di Giustizia europea, nel 2013.

Con la nuova direttiva 2015/412 si tenta di accontentare tutti: Stati più scettici, come l’Italia a favore della libertà di scegliere il no alla coltivazione, e governi più entusiasti, come quello spagnolo o britannico, d’accordo a colture non ancora autorizzate.

Il testo di legge consente agli Stati membri di richiedere l’esenzione totale (o delle restrizioni alla coltivazione) durante la fase di autorizzazione o rinnovo senza fornire motivazioni, a meno che la società produttrice non le richieda. Nel caso di colture già autorizzate, gli Stati membri possono imporre unilateralmente restrizioni queste colture se  sono «collegate a obiettivi della politica ambientale o agricola o ad altri fattori preminenti quali l’assetto territoriale urbano e rurale, la destinazione dei suoli, gli impatti socio-economici, la coesistenza e l’ordine pubblico», anche se si profila da parte della società e della Commissione un possibile contenzioso in materia «più difficile da sostenere come veto per l’intero Paese per la limitatezza dei casi di giustificazioni per motivi di tutela ambientale ai sensi della direttiva e perché le norme sono solo restrizioni locali».

(tratto dal canale Youtube di ‘European Parlament’, ‘Parlamento Europeo’)

 

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