sabato, Ottobre 16

Ogm, un rischio economico Burdese: “Le coltivazioni Ogm in Italia non hanno senso, è un mercato dove non possiamo competere”

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ogm

In un periodo di forte crisi economica, che ha visto scendere il Pil nazionale e che ha portato le famiglie a dover centellinare il proprio stipendio per arrivare a fine mese, c’è stato un settore che, con i numeri, ha dimostrato di saper tenere testa a un periodo di difficoltà. Si tratta del settore più antico dell’economia italiana e mondiale: l’agricoltura. Anche in fase di recessione, infatti, l’agricoltura italiana ha saputo puntare sulla qualità dei prodotti che fanno il Made in Italy, per il quale siamo famosi in tutto il mondo, ottenendo riconoscimenti di qualità per un gran numero di prodotti. Da qualche anno, però, la qualità del cibo prodotto dalle nostre terre sembra essere minacciato dalla volontà di alcuni agricoltori e soprattutto delle multinazionali, di immettere nell’ecosistema delle colture Ogm, organismi geneticamente modificati, che aumenterebbero le produzioni a rischio però della qualità del cibo che arriverebbe ogni giorno sulle nostre tavole.

In Italia la battaglia contro gli Ogm vede un forte schieramento rappresentato da alcune istituzioni, molti contadini e associazioni di categoria che difendono a spada tratta il diritto e dovere della tutela delle colture italiane. A livello europeo non tutti gli Stati membri sono contrari all’inserimento di colture Ogm, ma ancora l’Europa non ha una solida identità politica unitaria in grado di mettere delle regole chiare sull’argomento e quindi, al momento, ogni Stato è libero di prendere le decisioni che ritiene più opportune. Attualmente, l’unico tipo di coltura Ogm ammessa a livello europeo è il mais Mon810, che l’Italia, in virtù della sua autonomia, ha vietato con un decreto ministeriale.

Un divieto che non a tutti è andato a genio, tanto che un agricoltore friulano ha fatto ricorso contro la decisione assunta dai Ministeri della salute, dell’ambiente e dell’agricoltura, tentando in vari momenti di seminare mais Mon810 nelle sue terre, con il rischio di contaminare in modo irreversibile anche le terre dei suoi vicini. Il Tar del Lazio, però, ha bocciato il ricorso presentato dall’agricoltore friulano, ribadendo il divieto di colture ogm in Italia, secondo quanto previsto dal decreto ministeriale che ha scadenza nel gennaio 2015.

Una sentenza che è stata definita «storica» da Greenpeace, associazione che fa parte della Task Force composta da 39 associazioni per un’Italia libera da Ogm, soprattutto per la chiarezza del messaggio che contiene. «Quando sussistono incertezze riguardo all’esistenza o alla portata dei rischi per la salute delle persone» si legge nella sentenza del Tar del Lazio «possono essere adottate misure protettive senza dover attendere che siano esaurientemente dimostrate la realtà e la gravità di tali rischi». I rischi per la salute e per l’ambiente che comporterebbero l’immissione di semi Ogm in agricoltura sono molti, ma non ancora del tutto verificati. Per questo secondo Greenpeace, «si tratta di un risultato importante che sottolinea la necessità di garantire un corretto bilanciamento tra interessi tanto delicati quanto fondamentali: la libertà di iniziativa economica non può essere elevata a principio supremo se risultano in pericolo la salute delle persone, il benessere degli animali e l’ambiente».

La sentenza rende, però, il divieto di semina Ogm in Italia valido fino alla scadenza del decreto ministeriale, dopo di che dovranno essere prese delle decisioni chiare sul futuro dell’agricoltura italiana. In questa prospettiva, la Task Force “Per un’Italia libera da Ogm” sta sollecitando il Governo italiano a impegnarsi nel semestre europeo per adottare a livello comunitario una chiara regolamentazione sugli Ogm che rafforzi la procedura di valutazione dei rischi e il diritto degli Stati membri di vietare la coltivazione Ogm. Una volta approvata una legge che vieta in via definitiva la semina di organismi geneticamente modificati, gli agricoltori potranno essere effettivamente tutelati e l’agricoltura italiana potrà garantire i prodotti di qualità che fino ad oggi le hanno consentito di essere uno dei settori più competitivi a livello internazionale.

Roberto Burdese, presidente di Slow Food, una delle associazioni della Task Force contro gli Ogm, spiega l’importanza della sentenza del Tar del Lazio e della battaglia portata avanti per impedire l’immissione di colture Ogm e quindi la contaminazione delle colture italiane con organismi geneticamente modificati.

Dottor Burdese, quale è la situazione attuale di rischio di semina di mais Mon810 in Italia?

Diciamo che c’erano due possibili scenari in attesa che il Tar si esprimesse. Il ricorso è stato respinto e quindi il divieto di semina di Ogm deciso dal Ministero della salute, insieme a quello dell’ambiente e dell’agricoltura, rimane in vigore e, anzi, viene rafforzato dalla sentenza. Il decreto, però, scadrà a gennaio 2015 e prima di allora il Governo dovrà decidere se rendere permanente questo divieto o se prendere altri provvedimenti. In questo momento in Italia è vietata la semina del mais Mon810, l’unico seme ogm autorizzato in Europa. Se il Tar avesse accolto il ricorso dell’agricoltore friulano e avesse fatto decadere il decreto del governo ci saremmo trovati in una situazione di vuoto, dal momento che l’agricoltore si sarebbe sentito libero di seminare quello che voleva, creando una situazione di caos perché non ci sono regole di coesistenza. In pratica, il mais modificato contamina il mais biologico dell’agricoltore vicino e quindi si limiterebbe la vendita di un prodotto biologico con una conseguente perdita di profitto, ma non c’è ancora una regola sulla perdita di valore e su chi ne sia responsabile. Con la sentenza del Tar siamo nello scenario migliore per l’agricoltura italiana. Per quanto riguarda le infrazioni a questo divieto che possono essere state fatte, è difficile sapere in Friuli è stato seminato o meno, ma con il Tar che ha accolto questo decreto non si può seminare mais Mon810, è contro la legge e chi lo fa va incontro a delle conseguenze. Da questo momento si può essere d’accordo o meno vcon il divieto, ma c’è una legge e bisogna rispettarla.

Quali rischi comporterebbe l’immissione di colture Ogm nell’agricoltura italiana?

Ci sono diverse opinioni sul perché non si dovrebbero coltivare Ogm, dalla questione ambientale a quella economica, fino ai possibili, ma non ancora dimostrati, danni alla salute. Ci sono diversi fronti di rischio, alcuni già dimostrati e altri no. Per noi di Slow Food, quello che è evidente è che, per il valore del Made in Italy si tratta prima di tutto di una questione di opportunità economica e di mercato. Gli Ogm, infatti, sono pensati per un modello di agricoltura in cui ci sono grandi distese a disposizione che possono essere lavorate in maniera meccanica, simile alla produzione industriale, che produce non cibo ma una materia prima che deve poi essere trasformata. La coltura Ogm è concentrata su cotone, mais, colza e soia, sementi utilizzate soprattutto per la produzione industriale. L’Italia, per la sua storia e per le caratteristiche del territorio, non ha alcuna ragione di andare a competere su quel mercato, perché non possiamo essere competitivi sul prezzo. A quel punto, al di là dei rischi ambientali che potrebbero esserci, non c’è ragione per cui dovremmo produrre Ogm invece che biologico, che ci consente di produrre meno ma mirando a una fascia di prezzo medio-alto producendo cibo e non materia prima per l’industria. Se facciamo coltivazione Ogm incriniamo il nostro sistema biologico, perché entra senza controllo, e andiamo a contaminare le nostre colture tipiche del Made in Italy, modificando il dna dell’ambiente e della biodiversità. A quel punto è difficile tornare indietro, perché i tempi per liberarcene saranno lunghissimi. Non ha senso, quindi, compromettere il nostro patrimonio storico per andare a competere su un mercato in cui non abbiamo nessuna possibilità di emergere.

Cosa sta facendo l’Europa per impedire le colture Ogm?

L’Europa in questo momento sta ragionando contro gli Ogm, ma non basta per prendere una decisione, specie se ci sono alcuni grandi Paesi che stanno dall’altra parte. La palla passa sempre alla Commissione, che tante volte decide per il si andando contro al Parlamento europeo e alla maggioranza dei Paesi europei. Sta diventando elemento critico. A livello di Commissione europea si sta discutendo di modificare la direttiva per dare autonomia ai singoli Stati. Il problema è che attualmente stanno girando due versioni di questa direttiva: una che dà completa autonomia agli Stati e un’altra che, invece, dice che gli Stati sono autonomi ma che devono rispettare alcune regole, mettendo paura di scegliere per il no e di andare contro gli interessi di una multinazionale che ha un bilancio puiù solido e che può far valere in qualche modo i propri interessi a scapito del Paese.

Che valore ha la sentenza del Tar del Lazio?

Crediamo anche noi che si tratti di una sentenza storica, come l’ha definita Greenpeace, con il quale abbiamo combattuto fianco a fianco contro l’agricoltore italiano che ha fatto ricorso al Tar. Si tratta di una sentenza storica anche nel merito delle valutazioni che contiene, in cui si mette in chiaro che il decreto di divieto era scritto bene, era corretto e deve rimanere in piedi. Per la prima volta c’è l’espressione chiara di una valutazione positiva da parte del Tar sulla battaglia che stiamo portando avanti da tempo.

Cos’altro si dovrà fare in Italia per scongiurare il rischio di colture Ogm?

Sarà decisivo il semestre dell’Italia all’Unione europea. In quel periodo abbiamo la possibilità di guidare il percorso a livello europeo. Noi siamo favorevoli alla libertà di ogni Stato di decidere, nella versione però di una vera autonomia libera da qualsiasi impedimento o minaccia. Su questo fronte sembra esserci la possibilità di avere la Francia a sostegno di questa tesi, e se l’Italia guida l’Europa accanto alla Francia, si può provare a costruire la maggioranza che serve per rendere effettiva la direttiva. Se nel semestre italiano  si riesce a cambiare la direttiva, dando una vera autonomia ai Paesi membri, a gennaio 2015, quando il decreto ministeriale giungerà al termine, l’Italia potrà fare una legge per sancire in maniera definitiva il divieto di Ogm nel Paese. Il governo in questo momento è compatto nel sostenere il no agli Ogm, ma non tutte le proposte di autonomia sono buone. A quel punto si deciderà per via politica e non per sentenza.

Cosa ne pensa della campagna dei semi open source?

Noi siamo assolutamente favorevoli alla libertà di circolazione dei semi. Si tratta di un’altra battaglia fondamentale per l’Europa e per il mondo. Nel modo più assoluto ci siamo impegnati su quel fronte. Siamo per garantire il diritto e il dovere dell’agricoltore di produrre sementi, ma anche di autocertificarle, garantendone la sanità e la qualità. Un altro passaggio fondamentale è incoraggiare l’iscrizione al registro pubblico per la tutela delle varietà autoctone. Le multinazionali, infatti, registrano i propri semi e l’Europa poi dice che i semi non registrati non possono essere commercializzati. Una volta registrati dagli agricoltori, nessuna multinazionale può rubare la qualità di quei semi facendo pagare poi i diritti. È necessario garantire lo scambio libero del seme.

L’agricoltura ha dimostrato di essere un settore forte. Cosa si può fare per mantenere la sua produttività, qualità e redditività?

Le istituzioni politiche e finanziarie possono agevolare il credito, soprattutto ai giovani e a tutti gli agricoltori che hanno difficoltà ad accedere al credito, più di altre categorie. C’è poi il problema di accesso alla terra, ma anche di tutela del suolo. Bisogna arrestare la cementificazione e serve una legge urgente per questo. Poi ci sono tutte le battaglie da fare in Italia e in Europa: quella dei semi, quella degli ogm e quella dell’etichettatura, anche per tutelare l’attività dell’agricoltore. C’è poi un lavoro che possiamo fare tutti, ovvero smettere di considerare il cibo come una merce qualsiasi che deve costare il meno possibile. Mangiamo meno, riduciamo gli sprechi ma non riduciamo il budget per il cibo. Basta mangiare cibi freschi, italiani e di qualità garantita. In questo modo, senza spendere di più, si può comprare meglio e sostenere gli agricoltori. Finché noi il cibo lo paghiamo poco danneggiamo ambiente, la salute e roviniamo gli agricoltori. Chi ci guadagna, invece, è chi sta tra l’agricoltore e noi. Non è solo una questione politica per i politici ma per tutti i cittadini.

 

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