venerdì, Maggio 7

OGM in Europa: l’innovazione ostacolata

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Quali diverse strade si potrebbero percorrere?

Produzioni unitarie maggiori, prodotti più sani e con caratteristiche nutraceutiche complete, ottenibili in tempi più brevi con le PGI, porterebbero anche ad avere più aree verdi a disposizione per salvaguardare la biodiversità e ridurre i consumi di carne, con un risvolto positivo sull’effetto serra generato  dagli allevamenti. Quindi non ci sono scuse per non coltivarle nel nostro Paese, ma ancora siamo troppo attenti ad ascoltare i detrattori delle PGI i cui fini sono diversi e spesso legati a questioni  etiche ben diverse da quelle di natura salutistica, ambientale o economica. Finora è stato fatto capire al consumatore che l’Italia non ha bisogno di PGI per la tipologia di coltivazione che si opera e che OGM è sinonimo di scarsa qualità. Il messaggio dei media, infatti, è che le piante GM sono state concepite per una coltivazione di tipo industriale, mentre in realtà è una tipologia di miglioramento genetico che favorisce un minore impatto ambientale . Viene percepito il messaggio secondo cui tutto ciò che è naturale è buono, invece è solo naturale; le piante per la loro sopravvivenza si migliorano adattandosi all’ambiente, con strategie diverse da quelle impiegate dall’uomo: per esempio  producono prodotti secondari (allergeni, tossine di vario tipo, etc..) per difendersi dai loro predatori, uomo compreso, mentre l’uomo vuole che producano cibo adatto al proprio consumo.

Il principio di precauzione che si ritiene di dover applicare quando si parla di OGM si fonda su un presupposto di tipo deontologico oppure economico? 

Spesso deontologico. Gli OGM vanno considerati uno diverso dall’altro per cui per alcuni,  a priori, con una certezza che si avvicina al 100%  si potrebbe procedere alla coltivazione dopo la necessaria sperimentazione di campo operata dai costitutori, fase successiva a quella di laboratorio. Per l’Italia il problema è che non è permesso fare nemmeno la sperimentazione di campo in quanto, pur non essendoci leggi specifiche che ne  vietino la sperimentazione, di fatto non si può fare, perché mancano i presupposti: le regioni infatti, non hanno individuato i siti di sperimentazione e il Ministero delle Politiche Agricole alimentari e forestali non ha approvato i protocolli di sperimentazione, come la UE aveva chiesto agli Stati membri, entro il 2007.

L’Europa come sarà influenzata nel definire una linea in tema di OGM dalle tensioni commerciali con l’amministrazione Trump?

Sembra sia saltato il Tpp (Partenariato Trans-Pacifico), uno dei più grandi accordi commerciali, voluto da Obama, che era incentrato sul taglio di dazi e delle tariffe su migliaia di prodotti agricoli e industriali, creando un mercato unico. Sicuramente non si farà il Ttip (Partenariato transatlantico sul commercio e gli investimenti) con l’Europa, per cui trovare una linea comune non sarà facile almeno per il momento, tuttavia molti Paesi della UE tra cui l’Italia ha una assoluta necessità di importare prodotti OGM per l’alimentazione animale, per continuare a salvaguardare il traballante “made in Italy”: poco si può fare la voce grossa per superare il protezionismo di Trump. In fondo, oggi, alle multinazionali che producono gli OGM, fino a quando esse avranno il monopolio, interessa vendere i semi per la coltivazione, meno importa loro dove questi vengono impiegati per la coltivazione. Forse la nuova tecnologia del “genome editing”, che viene presentata all’opinione pubblica come realmente è, cioè una tecnologia di miglioramento avanzato e non in modo confuso come avvenuto con le PGI, potrà mitigare l’opposizione dell’opinione pubblica. Ciò è dovuto al fatto che questa nuova tecnologia, pur consistendo in modificazioni genetiche, apporta un miglioramento più “mirato” rispetto a quello che era stato fatto con le PGI, meglio conosciute come OGM. Tuttavia la “deregulation”, avviata negli USA, cioè la riduzione dei test e quindi dei relativi costi per sostenerli, che oggi ammontano a più di 50 milioni di dollari per rilasciare un OGM, favorisce le multinazionali perché le Istituzioni di ricerca pubbliche non possono sostenere tali costi.

C’è una responsabilità dei media nella questione del creare o meno consenso attorno agli OGM?

La comunicazione finora, almeno in Italia, è stata molto scarsa, spesso  distorta, ingannevole e faziosa,  condotta sovente  da persone poco competenti, tanto che il  consumatore è ancora  convinto, a suon di spot e campagne varie, che gli OGM siano sinonimo di scarsa qualità, di malignità, di “schifezza”.  Non c’è stato quasi mai un dibattito con persone di scienza o, se presenti, quasi sempre sono stati messi in cattiva luce ed è stata data loro poca visibilità da cialtroni e persone lontane dal concetto di scienza. È necessaria una comunicazione corretta e con dibattiti scientifici  condotti da persone libere e competenti, è altresì indispensabile creare una consapevolezza diffusa del valore della ricerca. Per ottenere fiducia e appoggio dall’opinione pubblica è indispensabile fornire conoscenze scientifiche ed  essere pronti ad ascoltare aspettative, dubbi, paure, emozioni e punti di vista diversi; far capire che non si lavora solo per il profitto dell’agricoltore , ma per il benessere di tutti; far capire che se certe convinzioni  (tutti ce le hanno, anche gli scienziati) non sono supportate dai fatti, si deve cambiare senza grossi traumi e non, come piuttosto spesso accade, reagendo alzando un muro e rifiutando il confronto. È necessario infine considerare le tecniche di questo tipo di ingegneria genetica come tutte le altre tecniche di miglioramento genetico, con pro e contro. Dai media si è percepito che solo agli OGM sono stati attribuiti difetti che in realtà si riscontrano in tutti i metodi di miglioramento genetico, mentre non è stato evidenziato che è una tecnica più veloce che impone profonda conoscenza per arrivare prima a contrastare le malattie e al rinnovo delle varietà, necessarie per contrastare i rischi cui vanno incontro le piante a causa dei recenti e  repentini cambiamenti climatici. Si è percepita un’assenza di ragionevolezza scientifica, si è dato più importanza ad una scienza piuttosto che ad un’altra,  a discapito dell’importanza che la scienza può assumere in campo agronomico, magari in favore di trasmissioni relative a gare culinarie o similari. Il compito dei media è di far capire alla gente che gli esseri viventi si sono sempre modificati sia sotto stimoli ambientali che con l’intervento forzato dell’uomo; accelerare  l’evoluzione per certe colture destinate all’agricoltura (confinata in aree ristrette e soggette ad essere sostituite rapidamente) non vuol dire  coinvolgere  tutto l’ambiente. Bisogna inoltre sottolineare il concetto di “agricoltura biologica”, che non è sinonimo di qualità ma di coltivazione a basso impatto ambientale, ma non per questo si può associare al concetto di “produzione di qualità”. Bisogna far capire che la pianta PGI di mais Bt produce da sé la tossina (assolutamente innocua per i mammiferi), mentre in agricoltura convenzionale e biologica, per combattere lo stesso insetto è necessario irrorare sulla pianta direttamente il batterio che produce la stessa tossina, per cui la frutta biologica  contiene  sia il batterio che è stato spruzzato come insetticida, sia la tossina da esso prodotta. È necessario far capire alla gente che se solo poche PGI sono in coltivazione, ciò è dovuto alle difficoltà burocratiche e agli alti costi per la valutazione del rischio, fuori dalla portata delle istituzioni scientifiche pubbliche e alle scarse risorse finanziarie dedicate. Questi fatti hanno ridotto il numero di varietà che potrebbero essere coltivate a discapito della disponibilità di una maggiore varietà di cibo sulle nostre tavole, sopperito in parte da vecchie varietà vegetali non più efficienti come lo erano state in passato: in altre parole  c’è stato un impedimento al progresso scientifico, soprattutto in Italia dove è vietato anche sperimentare in campo. Si drammatizza tutto e non si vuole cambiare, in Italia, perché c’è paura della innovazione, sebbene i politici e non solo parlino a sproposito di innovazione, senza evidenziare che per averla è necessario investire.

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