domenica, Aprile 18

OGM in Europa: l’innovazione ostacolata

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Il dibattito sugli Organismi geneticamente modificati, in Italia e in Europa, è particolarmente acceso e fonte di controversie. Attualmente, nella Ue il tema in questione genera divisioni: la scorsa settimana, infatti, all’interno del comitato d’appello Ue convocato per decidere su tre mais Ogm, si è assistito all’impossibilità di raggiungere la maggioranza qualificata necessaria per approvare o respingere la richiesta di autorizzazione a coltivare nuove piante Ogm o rinnovare l’autorizzazione dell’unica attualmente coltivata, il mais noto la sigla Mon810. La palla passa ora alla Commissione europea, per dare o meno il via libera. Ma questo è solo un esempio di quanto la questione sia complessa.

Sin dagli anni ’90 l’Europa ha iniziato a definire il quadro. Nel 1990, la prima Direttiva europea (n. 90/220/CEE) uniformò l’approccio degli Stati Membri sugli OGM e autorizzò al rilascio deliberato nell’ambiente, per scopi sperimentali e non, 17 organismi diversi, tra cui 14 piante (ad esempio diverse varietà di mais, colza e soia) e due vaccini (quello per la rabbia e quello per la malattia di Aujeszky, ad uso veterinario). Con il Regolamento CE 258/1997 sui nuovi prodotti e nuovi ingredienti alimentari, una serie di prodotti derivati da OGM ma non contenenti OGM,come oli di soia e di cola, amido di mais, sono entrati nel mercato europeo.

A seguito della mobilitazione di numerosi gruppi attivisti anti OGM, a questi primi passi seguì uno stallo e non si ebbero quindi negli anni successivi nuove autorizzazioni. In riferimento alla materia, successivi interventi dell’Europa si sono basati sul principio di precauzione, con la Direttiva 2001/18/CE che, sostituendo la 90/220/CEE, ridefinisce il quadro generale per l’approvazione di un nuovo OGM e due Regolamenti (1829 e 1830/2003/CE) per l’autorizzazione e l’etichettatura degli alimenti e dei mangimi (food & feed) costituiti o derivati da OGM. Si è avuta poi la Raccomandazione 556/2003 che stabilisce dei criteri per la coesistenza tra colture OGM e convenzionali.

Nel nostro Paese, rispetto all’indirizzo comunitario, spesso si sono riscontrate delle chiusure. Emblematico in proposito il caso verificatosi nel 2012, quando il Governo in carica dispose la distruzione dei campi di coltivazioni OGM sperimentati presso l’Università della Tuscia. Ne abbiamo parlato con il prof. Eddo Rugini, docente ordinario di Agraria presso il medesimo Ateneo.

In futuro cosa c’è da aspettarsi da parte dell’Unione rispetto al tema OGM, dato che ad oggi ogni Stato procede secondo un proprio indirizzo?

È un problema complesso dovuto a questioni economiche, etiche, di paura per la salute e per l’ambiente da parte della gente. Il timore maggiore lo manifestano i politici che non avendo il consenso dei cittadini, finora tenuti nella più profonda oscurità nei confronti della scienza, preferiscono rimandare il problema aspettando tempi migliori. La UE preferirebbe far risolvere il problema agli Stati membri, consapevole di non riuscire a raggiungere, chi per un motivo chi per un altro, un accordo ragionevole. Gli Stati membri si trovano nelle stesse condizioni avendo spesso a che fare con le  proprie Regioni, che finiscono per coinvolgere la Magistratura ed infine la Corte di Giustizia europea. Il problema si potrà risolvere quando la gente avrà più fiducia nella scienza, quando gli scienziati, i politici e magistrati si siederanno ad un tavolo e decideranno assieme. Non ci dobbiamo meravigliare più di tanto del caos che regna attualmente, perché la storia ci insegna che ogni innovazione in questo settore ha provocato dissidi e incomprensioni, basti ricordare cosa è successo a Strampelli, il padre della rivoluzione verde, nel 1923 e l’introduzione degli ibridi di mais nel 1948, nonostante i benefici evidenti che le nuove varietà palesemente evidenziavano.  È un errore grave da parte dell’UE delegare su questo tema, come è grave  sottovalutare la ricerca in questo settore come avviene in alcuni Stati, compresa l’Italia.

Si potrebbe arrivare in futuro ad una armonizzazione del quadro oggi così frammentato sulla materia? Ciò potrebbe comportare dei vantaggi? 

È auspicabile arrivare ad una armonizzazione del quadro legislativo, la frammentazione infatti è sempre deleteria; diminuisce , tra l’altro, il potere contrattuale commerciale con altre potenze extraeuropee, aumentando i conflitti interni di ogni genere. È ben nota la debolezza europea in vari settori, che deriva dalla mancanza di regole condivise, quali ad esempio quello militare, fiscale e bancario; questa condizione rappresenta una ulteriore frattura, che impedisce la possibilità di avere un interlocutore unico. Ogni Paese membro cerca di trarre il proprio vantaggio nell’immediato, trascurando quello collettivo e a lungo termine. Un accordo interno permetterebbe di suddividere con maggior attenzione le coltivazioni negli ambienti più adatti, dislocati  in varie parti dell’UE, a vantaggio della qualità e della redditività, con una maggiore facilitazione per il rispetto del principio di coesistenza, giocando ad  esempio sulle distanze geografiche. Se la UE non si impegna ad armonizzare il quadro normativo, corriamo veramente il rischio di veder  coltivare OGM ovunque, in modo particolare se solo alcuni Paesi adottano piani di coesistenza, che tra l’altro non sono poi obbligatori,  con il rischio di usare poche varietà OGM a discapito della biodiversità e delle produzioni tipiche. La UE si deve impegnare di più a sostenere il miglioramento genetico con l’impiego di tutti i metodi conosciuti e a far capire, attraverso una efficiente comunicazione, che le OGM non sono tutte uguali; ognuna ha infatti una storia a sé e la valutazione del rischio va determinata caso per caso.

Che senso ha ostacolare le coltivazioni ma lasciare la possibilità di importare OGM, come avviene in Italia?

È uno dei paradossi del sistema Italia. Stiamo assistendo all’imposizione di tutta una serie di divieti e non ci accorgiamo dei paradossi  e degli inganni perpetrati ai nostri danni: vietato coltivare gli OGM, ma si importano e si consumano; vietato allevare animali per la sperimentazione, ma usiamo quelli allevati altrove; vietato usare i blastociti  (cellule staminali) italiani, ma usiamo quelli di importazione,  mettendo in luce in tal modo tutta la nostra ipocrisia. Siamo costretti ad importare OGM perché senza mangimi non possiamo allevare neanche quella piccola parte di animali destinati alla trasformazione o al consumo diretto, che vanno a formare il noto “made in Italy”. Nelle nostre produzioni di mais, per esempio, con gli ibridi tradizionali, oltre ad  esserci una resa unitaria inferiore, molte migliaia di tonnellate di granella sono destinate alle centrali termoelettriche, in certe annate, perché non edibili,  a causa della presenza di tossine al di sopra dei limiti imposte dalla legge. Le tossine, rilasciate dai funghi sulle gallerie provocate dalle larve degli insetti fitofagi, se non controllate accuratamente con trattamenti chimici , che di certo non distinguono gli insetti dannosi da quelli utili, riducono la biodiversità animale, oltre a portare a dispendio di soldi e rischi per la salute degli operatori e delle popolazioni prossime alle coltivazioni. Al contrario le PGI (piante geneticamente ingegnerizzate) uccidono esse stesse gli insetti dannosi con la tossina Bt che è innocua per gli animali superiori.  Queste piante attualmente autorizzate alla coltivazione, assieme a quelle del cotone e soia,  essendo resistenti oltre ad alcuni fitofagi anche al Glifosate, diserbante usato in tutti i tipi di coltivazioni (PGI e non PGI), alimentano polemiche circa la presunta tossicità per gli animali e l’uomo.  Semmai si dimostrasse la tossicità, riguarda la molecola dell’erbicida e non la pianta o i suoi prodotti, come si vuol far credere, tanto che le PGI sono state costituite proprio con lo scopo di usarne in minor quantità. Tuttavia, la parola degli scienziati rimane inascoltata a causa del fatto che  le stesse multinazionali producono entrambi, erbicida e piante PGI resistenti allo stesso. Oggi è possibile produrre piante in grado non solo di difendersi meglio da stress biotici e abiotici ma anche di non trasmettere il trans-gene via polline, o di farlo esprimere sulla pianta in maniera sito-specifica, nel caso in cui si tema per la presunta tossicità del prodotto destinato all’alimentazione. Oggi di queste tipologie di piante ce ne sono, ma sono nei frigoriferi di diverse Istituzioni di ricerca pubblica, e se ne potrebbero avere di più, basterebbe volerlo,  basta incentivare  la ricerca pubblica che oltre ad esercitare un’azione di stimolo, di  controllo e di garanzia su quella privata: potrebbe dedicarsi a salvaguardare e a migliorare quelle varietà che vanno a costituire le produzioni locali (talvolta chiamate prodotti tipici locali) e di nicchia, vanto del nostro Paese; potrebbe dedicarsi prevalentemente  a migliorare le piante arboree, dal ciclo vitale molto lungo e non propagate per seme, al fine di ridurre l’impiego di fitofarmaci a vantaggio della salute; potrebbe inoltre produrre varietà adatte alla coltivazione anche in biologico, supportando quella corrente di pensiero che vedrebbe di buon grado l’impiego di PGI nella coltivazione in biologico (orgenic plants) . Ma tutto questo alla ricerca privata interessa di meno, a causa di ritorni economici meno remunerativi.

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