mercoledì, dicembre 19

Se oggi parlassimo di sesso?

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Sesso. Provate a pronunciare questa parola in una conversazione tranquilla, tra amici. Con molta probabilità scatenerete risolini e ilarità generale. Provate poi a parlare di sessualità femminile, di autoerotismo e di vulva, lì allora potreste scorgere disprezzo, pregiudizio ed ignoranza.

L’obiettivo del progetto Se parlo di sesso, attivo online dal 14 febbraio, che si concluderà con un documentario entro la fine del 2017, è proprio quello di raccontare la sessualità delle donne nell’Italia di oggi, tra porno di massa, maschilismo interiorizzato e nuove libertà. Il film, diretto dal regista Silvio Montanaro, prende le mosse dal libro, In viaggio con la valigia rossa. Indagine casuale e semiseria sulla sessualità delle italiane di oggi (Zona, 2015), nel quale l’autrice e ideatrice del progetto Francesca D’Onofrio racconta, con autoironia e stupore, la propria trasformazione professionale: da psicoterapeuta, con anni di lavoro sociale alle spalle, a consulente di un brand che commercializza sex toys (La Valigia Rossa) e altri prodotti per il piacere e la salute sessuale femminile attraverso incontri con gruppi di donne nelle case.

Un osservatorio originale e privilegiato sulla sessualità femminile degli anni Duemila, dunque, perché queste rappresentanti sui generis si trovano a dover rispondere a domande a volte sorprendenti, sollevare coltri di pregiudizi, smascherare condizionamenti sociali interiorizzati, dare nome e parola a un desiderio sessuale – quello femminile – che continua a essere represso o frainteso, cioè inteso solo come la capacità di dare piacere all’uomo. Quattro di loro – Errica, Chiara, Letizia, Silvia – e quattro città – Lecce, Modena, Roma e Milano – saranno le protagoniste di questo film itinerante, nel solco dei Comizi d’amore di Pasolini negli anni Sessanta e dei Comizi d’amore ’80 di Cecilia Mangini e Lino del Fra, realizzati dalla RAI all’inizio degli anni Ottanta.

Abbiamo intervistato proprio Francesca D’Onofrio chiedendole della sua esperienza professionale con il mondo della sessualità femminile e cercando di capire perché è importante “parlare di sesso” nel 2017.

Il punto di partenza è la sua storia professionale, raccontata in un libro da cui prenderà ispirazione il film. Come ed in che momento ha iniziato ad interessarsi di benessere e sessualità femminile e perché?

Ho lavorato moltissimo e per molti anni nelle scuole per quanto riguarda l’educazione sessuale, quindi avevo questo tipo di background formativo. Poi ad un certo punto, circa quattro anni e mezzo fa, assolutamente per caso ho “inciampato in una valigia rossa”, come dico sempre. Sono stata invitata ad un addio al nubilato che consisteva in una presentazione della Valigia Rossa: ho assistito con estrema curiosità all’incontro, una serie di perplessità, molte sorprese e poi ho deciso di inviare il mio curriculum all’azienda. Fatto il percorso necessario per entrare a fare parte della Valigia Rossa, ho cominciato a fare questo lavoro, supportato ovviamente dalle mie conoscenze pregresse dovute alla mia formazione. Eppure per certi versi questo lavoro si presentava come totalmente nuovo e sicuramente diverso: si tratta appunto di lavorare con donne adulte che scelgono di avere delle informazioni su una serie di prodotti e in contemporanea parlano di sé e parlano di sesso. Questa è la grande ricchezza di questo lavoro. Tra le sorprese c’è stato il fatto che comunque ho incontrato in certe situazioni le stesse perplessità e gli stessi dubbi che incontravo quando andavo a lavorare a scuola con gli studenti. Tra l’altro dubbi, perplessità e disinformazione che io trovavo quasi venti anni prima:  ho cominciato a lavorare circa negli anni 90’ e paradossalmente la situazione non sembra cambiata di molto.

Nel film vedremo la storia di quattro donne diverse, nella storia personale e nella provenienza, dal Nord al Sud, ma tutte accomunate dalla Valigia Rossa. Quanto limita ed influisce il contesto socio-culturale sulla libera scelta sessuale della donna? Qual è secondo lei il pregiudizio dominante nel nostro Paese?

Allora, iniziamo dicendo che il panorama socio-culturale influisce tantissimo. Tant’è vero che riscontriamo enormi differenze tra il Sud e il Nord, tra le città e le periferie. La differenza è lampante: lo si evince dalla quantità di lavoro delle consulenti del Nord Italia rispetto a quelle del Sud. Tra i pregiudizi, anche e soprattutto delle stesse donne, c’è il fatto che il piacere della donna è un piacere che non possiamo ancora permetterci. Molte donne lo associano addirittura al piacere del loro compagno. Da lì, a cascata, il fatto che una donna che usi un vibratore debba essere una “poco di buono”, così come quelle che parlano di sessualità in modo aperto e tranquillo vengono accusate di essere “facili” invece di essere viste semplicemente come donne consapevoli. In generale non essere accompagnata nel sesso dal proprio partner viene vissuto dalla donna ancora in maniera negativa. E per percepire questo non è necessario essere una consulente della Valigia Rossa, basta chiacchierare con un gruppo di amiche. Ritengo che tutto sia imputabile a una scarsa conoscenza che le donne hanno di sé stesse e della loro sessualità che genera un senso di inadeguatezza che rende difficile comprendere e accettarsi. C’è ancora in piedi il tema della differenza tra l’orgasmo vaginale e l’orgasmo clitorideo, una cosa che non esiste, ma le donne continuano a vivere come “problema” il provare un orgasmo clitorideo. In alcune realtà la situazione è ancora questa. Fortunatamente non possiamo fare di tutta l’erba un fascio: ho avuto la possibilità di incontrare donne che parlano di sesso, si conoscono, studiano, leggono e sono assolutamente ben informate e consapevoli. Ma mi rendo conto di quanto lavoro ci sia ancora da fare.

Sorprende pensare di trovarsi nella società della sessualità ostentata e del porno dal click facile e trovarsi qui a parlare di sessualità e di ignoranza nei confronti del sesso, soprattutto della popolazione femminile. Perché questa discrepanza, questa dissonanza tra ciò che si mostra e ciò che è la realmente?

Vorrei chiarire subito alcune differenze fondamentali. Il “porno dal click facile” è e rimarrà una forma di intrattenimento. Molta della sessualità che viene sbandierata in giro serve per fare marketing. Un’altra parte di sessualità serve per tenere le donne legate al ruolo di “veline”. L’informazione, l’educazione e la consapevolezza sono un’altra cosa, e non passano assolutamente attraverso il linguaggio pornografico. È impressionante constatare quanti ragazzi giovani, adolescenti, si informino sui siti pornografici. In mancanza di altri strumenti, giustamente, pensano che quello che vedono sia qualcosa di reale, al punto da pensare di aver acquisito nuove conoscenze. In realtà è solo intrattenimento, il porno non forma. E quindi la discrepanza sta in questo: la mancanza di un collegamento da quella che è la conoscenza “di base” a quella che è la necessità di un ascolto, della creazione di un discorso. La sessualità non fa parte ancora del discorso pubblico, non se ne parla in maniera serena. Se se ne parla lo si fa in maniera ironica e scherzosa, che però non riflette tranquillità e consapevolezza ma grande imbarazzo. Con il lavoro che facciamo cerchiamo di creare delle situazioni molto giocose, dove però le risate e il divertimento sono accompagnati da tanta informazione.

“Nessuno ne parla ma tutte lo fanno”. Parlo di autoerotismo femminile. Da dove nasce questa ipocrisia? Perché non se ne parla? Perché è stigmatizzato?

La questione autoerotismo è abbastanza complessa. Intanto il “nessuno ne parla ma tutto lo fanno” non è sempre vero. Molte donne non si masturbano e le ragioni sono molto diverse. Molte sono state rimproverate da bambine, ed il rimprovero in alcuni casi della nostra vita può tramutarsi in un blocco, trasformando in un evento grave e traumatico un momento in cui la bambina stava scoprendo il suo corpo e sé stessa. Un’altra ragione è legata ancora una volta alla difficoltà di arrogarsi il “diritto al piacere”: a prescindere dal fatto che possa essere considerata una pratica piacevole o meno, a frenare è il pensiero “non ho bisogno di nessuno per farlo”. Questo amplia la possibilità di essere totalmente indipendenti. Questo è ancora un tabù. E tutto questo è motivo della scarsa conoscenza di sé stesse.

Nel teaser un uomo giudica una donna che fa uso di un vibratore come “malata mentale”. Ritorna spesso, anche se sotto altre luci, il concetto di sessualità sana e sessualità malata. Da consulente della Valigia Rossa come spiega questi concetti?

Da mio punto di vista la sessualità malata non esiste. Mi spiego: sono state riconosciute alcune patologie della sessualità chiamate parafilie però, dando un occhio alla storia della sessualità, ci accorgiamo che il concetto di patologia cambia rispetto ai vari periodi storici. Anche l’omosessualità non molti anni fa era considerata una malattia, così come nell’ Antica Grecia la pedofilia era ritenuta una pratica del tutto normale e non deviante.  Vediamo quindi mutamenti nella storia e nella cultura e allo stesso tempo notiamo nascere e morire una serie di devianze a livello sessuale. Quindi inutile fare distinzioni tra ciò che può essere “sano” e ciò che può essere “malato” nel sesso. L’importante è che ci sia accordo e consenso tra entrambi i partner.

Un altro tema a cui ci si approccia nel film è quello dell’educazione alla sessualità. E si parla in riferimento alle giovanissime, quelle che dovrebbero essere più esplicite ed informate grazie al web ed invece sembrano le più frenate e spaventate. La Valigia Rossa lavora in questo senso ma le Istituzioni? Non crede che l’educazione alla sessualità debba essere un compito della sfera pubblica?

All’interno del progetto Se parlo di sesso abbiamo lanciato una petizione che porti l’educazione sessuale nelle scuole. In Italia non c’è una legge che regoli questo insegnamento: c’è stato un periodo, post anni settanta, in cui se ne occupavano i consultori, quindi strutture pubbliche; allo stesso modo molti Presidi di scuole pubbliche si accollavano l’onere di portare l’educazione sessuale nelle loro scuole. Ma la libera iniziativa non è una buona soluzione. Tra l’altro con tutti i problemi, economici e non, che sta vivendo la Scuola italiana sono in pochi a voler investire su questo argomento, che tra l’altro trova spesso il disaccordo dei genitori. Abbiamo pensato di lanciare questa petizione perché ci sembra un punto di partenza fondamentale: prima di tutto per debellare la disinformazione e poi perché vorremmo muovere persone e pensieri intorno a questo argomento. Questo è ciò che ci interessa maggiormente. Intanto, “purché se ne parli”.

“Una donna che prende parte ad una riunione della Valigia Rossa è già una donna intraprendente” dice una consulente. Vale un po’ per tutto ma ancor di più nella sessualità è la curiosità che aiuta ad aprire la mente. Le donne curiose fanno un po’ paura alla società, non trova?

Probabilmente sì. Una donna che prende parte ad una riunione della valigia rossa, così come una donna che decide di lavorare con la valigia rossa, è una donna intraprendente perché si trova a dover sfidare i giudizi delle persone che le stanno più accanto. Molte consulenti o clienti non riescono a trovare amiche disposte a prendere parte alle riunioni perché queste sono spaventate, hanno imbarazzo e hanno paura del giudizio esterno.

Un punto chiave che viene toccato è l’ignoranza, non tanto in termini di “pratiche” sessuali ma in relazione alla fisiologia ed anatomia femminile. Perché esiste tutta questa diffidenza a scoprire sé stesse? Come lo giustificano le donne che si rivolgono a lei come consulente?

In realtà non è un problema di diffidenza, è un problema culturale. Non c’è nessun incentivo a scoprirsi, nessun genitore ad oggi chiederebbe alla propria figlia di toccarsi per capire come è fatta. Ti parlo di donne che avevano avuto una o più gravidanze che non sapevano dell’esistenza di un canale uretrale e di uno vaginale. Internet è superfluo se la donna non è motivata ad informarsi sulla propria anatomia: chi, se non per casi particolari, andrebbe a ricercare quali nervi attraversano le nostre mani? Stessa cosa vale per la vagina.

Nel teaser si affronta anche il concetto di normalità. Come una consulente della Valigia Rossa presenta una realtà “normale” (quella dei sex toys e degli strumenti del piacere femminile) a donne che l’hanno sempre considerata “speciale” se non addirittura anormale o sbagliata?

Più che di normalità parlerei di naturalezza. Nel momento in cui noi consulenti riteniamo naturale ciò di cui parliamo trasmettiamo la stessa sensazione alle nostre clienti. Basta usare un linguaggio semplice, mai volgare: l’importante è che ciò di cui parliamo sia naturale per noi, poi potremmo discutere di qualsiasi cosa.

Qual è l’obiettivo ultimo, la mission di questo film?

Vorremmo raccontare la sessualità femminile in Italia con il nostro osservatorio privilegiato che è la Valigia Rossa. Far raccontare alle donne le loro storie e le storie delle altre donne per fare un po’ il quadro della situazione: far emergere le differenze, le abitudini, gli imbarazzi perché si possa rendere naturale ciò di cui parliamo. E affinché si possa parlare di sesso per quello che è, qualcosa di naturale, che fa parte dell’essere umano, del suo benessere fisico e psicologico. Perché non parlarne?

Quando potremo vederlo? Cosa fare nel frattempo?

Il documentario lo vedremo a fine anno. Per metà aprile contiamo di continuare con le riprese. Nel frattempo si può sostenere il progetto seguendo il suo andamento attraverso il sito, www.separlodisesso.it, e firmare la petizione che si trova sul sito alla sezione “Azione”. Inoltre abbiamo già partner Istituzionali che ci sponsorizzano, quindi ne stiamo cercando altri che ci possano sostenere. Infine, posso solo chiedere a chi ci legge di parlarne, diffondere queste informazioni, seguire i contenuti del sito sempre aggiornati, diffondere la nostra missione.

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