martedì, Ottobre 26

Oggi ci vogliamo male: parliamo di ‘Cultura’ field_506ffb1d3dbe2

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Cultura
Per iniziare vi invito a fare un gioco: prendete un tot di vocaboli, attinenti alla Cultura, alla produzione letteraria e quindi all’espressione e alla formazione intellettuale, e leggetene la definizione su un qualunque vocabolario. Poi guardatevi intorno, date una scorsa a quotidiani, cartacei o online non fa differenza, e riviste e riflettete su quanto tra ciò che trovate collocato nella ‘sezione’ Cultura di questi ha attinenza con le definizioni di cui sopra.

Temo che, anche se siete persone ostinate, alla fine avrete raccolto ben poco di solo lontanamente simile a qualcosa diculturale‘.

Oltretutto, a ben guardare, il trasferimento delle testate sul Web e la scontata necessità di dar vita ad un prodotto congruo al nuovo mezzo ha portato alla scomparsa della classicaTerza Pagina‘, quella sezione dei giornali che un tempo era adibita ad ospitare gli interventi e i ‘pezzi’ dedicati a tutto-ciò-che-fa-cultura. Si è conservata la dicitura Cultura per questi spazi dei quotidiani online, ma sovente vi capiterà di trovarvi trattati temi che solo tirati per i capelli possono essere apparentati con quanto, ad esempio, la Treccani scrive a questo proposito: «L’insieme delle cognizioni intellettuali che una persona ha acquisito attraverso lo studio e l’esperienza, rielaborandole peraltro con un personale e profondo ripensamento così da convertire le nozioni da semplice erudizione in elemento costitutivo della sua personalità morale, della sua spiritualità e del suo gusto estetico, e, in breve, nella consapevolezza di sé e del proprio mondo».
Eppure, apparentemente, sopravviviamo lo stesso.
Attenzione perché, in effetti, ho usato il termine ‘sopravvivere’ anziché ‘vivere’.

Se poi allargate il raggio della vostra ricerca, vi accorgerete che anche per le riviste si è precipitati nello stesso vicolo cieco. Le poche sopravvissute alla crisi/recessione/deflazione da pubblicazioni di nicchia si sono trasformate in supermercati della conoscenza ed offrono, quindi, ai loro pochi Lettori uno slide-show di tutto ciò che fa tendenza, ma che difficilmente potremmo far ricadere nella definizione di Cultura di cui sopra.

Infine, andando a setacciare la Rete, tra Social Network e Blog, troveremo sì molti luoghi dedicati alla Cultura, ma nella maggior parte dei casi solo nel titolo. Vedremo decine e forse anche migliaia di ‘pagine’ Web sulle quali si parla di Libri, di Opere d’Arte, di Musica, ecc… Ma in un modo che non esito a definire frammentario e/o granulare. Il fenomeno del Self Publishing, ovvero dell’auto-pubblicazione, che non riguarda solo i libri (ovvero gli e-book), ha in parte collaborato a che la Cultura uscisse dai luoghi che da sempre le erano deputati, ma questa piccola rivoluzione se da una parte ha ampliato l’offerta di materiale artistico dall’altra ha privato queste produzioni sia di filtri qualitativi sia di un organico dibattito culturale.

Restiamo a un primo livello, quando il ‘materiale’ ovviamente lo consente (sic!), quello che, riprendendo in parte la Treccani, potremmo descrivere come una semplice raccolta di nozioni erudite. La presentazione/recensione di un romanzo di valore, di un saggio o della poetica emersa dalla silloge di un nuovo autore si affastellano e si intrecciano alle composizioni di cantautori, interpreti d’eccellenza, creazioni pittoriche o plastiche, filmiche o… Insomma un gran ‘rebelot’ (un gran casino, in Italiano) che si offre in modo granulare a una nostra ipotetica voglia di rielaborazione. Ma quasi sempre, diciamocelo, ce ne mancherebbe persino il tempo.

È un catino che fa acqua da mille buchi, un po’ come succede a molte cose in questo nostro Paese, quindi perché stupirsi? Meglio alimentare la guerra tra e-book e libri tradizionali, tra sovraintendenze e Poli museali, tra grandi Major produttrici di miti musicali e trasmissioni tv per la ricerca di talenti, il tutto condito dai soliti premi letterari, festival e mostre sovvenzionati da regioni, province e comuni.

Così, mentre la tradizione culturale si trasforma in un bailamme, persino peggiore di quello caratteristico in un mercato arabo, i veri artisti -siano essi scrittori, poeti, pittori, scultori, compositori, ecc…-, che per ironia della sorte questo Paese continua ancora a partorire ‘cum abundantia’, che prospettive hanno, quali progetti mettono in cantiere, con quale donchisciottesca ingenuità?

Accade che tra questi, i più dotati di un sano e vitale pragmatismo, abbiano già indirizzato il loro esprit de finesse nella produzione di concrete e remunerative APP (termine con il quale si definiscono oggi le Applicazioni, genericamente software per computer e Mobile che consentono di ottenere un servizio, un’attività), altri siano emigrati all’estero ed altri ancora abbiano rinunciato.

Ogni tanto, poi, accade che dagli esagitati scranni del nostro Parlamento a qualcuno degli eletti torni in mente il tanto logoro Business della Cultura, e che quindi con il malcelato entusiasmo tipico di colui che scopre l’acqua calda o, se preferite, di colui che si appresta a vendere il ghiaccio agli esquimesi, lanci strali e progettualità vaghe, prontamente ripresi da giornalisti e commentatori con titoli a 6 colonne, sulla necessità di finanziare la Cultura dell’Italia per ottenere un pronto innalzamento del PIL. Già il PIL, perché alla fine possiamo partire da qualsivoglia tema, ma sempre al PIL che non cresce arriviamo (sic!).

Così tutti corrono a tirare fuori gli ammaccati gioielli di famiglia, ogni studioso (non importa di cosa) per la durata di un’effimera (mi riferisco all’insetto, ovviamente) rizza le sue antenne e si industria a preparare elenchi, progetti, inventari di interventi, opere a rischio, patrimoni da salvaguardare, e tanti artisti di ogni branca per almeno un giorno tornano a sognare.

24 ore o poco più, poi si torna a legiferare e a decretare su argomenti che in quella sede tutti (o quasi) sono in grado di gestire in modo molto più pragmatico, che per brevità sono usi definire come più squisitamente produttivi… E se a qualcuno era rimasta l’idea che con l’arte, i beni museali, la Cultura (sia del passato che del presente) il PIL potesse crescere, ecco a questo signore basterà rammentare la celebre dichiarazione del passato Ministro dell’Economia, tale Giulio Tremonti, che ebbe a chiarire per i suoi contemporanei e per le generazioni a venire che: «Con la Cultura non si mangia!».

E non fosse per i servizi che, quasi quotidianamente, i sadici corrispondenti dall’estero di tv e giornali ci inviano potremmo dormire sonni tranquilli. Ma quelle informazioni trapelano, così scopriamo come fabbriche in disuso si possano trasformare in frequentatissimi musei, ad esempio in Germania, o come una miniera di sale dismessa possa divenire una attrattiva per un pubblico pagante, ad esempio in Austria, e così via.

Ma è il principio a non essere chiaro qui, in questo Paese degli zombie: la Cultura è l’espressione attraverso la quale un popolo manifesta se stesso, la propria essenza vitale, il senso stesso del proprio passaggio su questo pianeta, il resto è fuffa commerciale, strumentale ideologia politica, mistificazione.

 

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