martedì, Maggio 11

Offensiva dell’Esercito nel Nord-Waziristan I militari tentano di approfittare della spaccatura interna ai Talebani: 'Operazione Zarb-e-Azb' con 30mila soldati

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Si chiama ‘Operazione Zarb-e-Azb‘, e sta coinvolgendo almeno 30mila soldati supportati da centinaia di mezzi corazzati, elicotteri e dai bombardamenti dei caccia F-16 della PAF (Pakistan Air Force). Secondo molti osservatori sarebbe la più grande offensiva scatenata dall’Esercito pakistano contro le milizie dei Taliban e dei gruppi tribali che li sostengono da quella completata nel 2009. L’unica differenza, la location: mentre l’operazione ‘Rah-e-Nijiat‘ era diretta contro l’area meridionale del Waziristan, stavolta l’Esercito sembra deciso a stroncare la guerriglia in uno dei suoi covi più impervi, cioè l’area settentrionale della regione.    

La tregua con i miliziani del Tehrik-i-Taliban Pakistan (TPP), sembra dunque definitivamente conclusa. L’8 giugno scorso è stato lo stesso Premier Nawaz Sharif, promotore delle trattative intavolate lo scorso febbraio, ad ammettere sommessamente in diretta televisiva il fallimento dei colloqui di pace e la ripresa delle operazioni militari. Una mossa che segna anche una sua personale sconfitta politica, visti i consensi che aveva guadagnato alle elezioni dello scorso anno promettendo la fine dei raid degli aerei droni della CIA sulle aree tribali del Paese. Ma è anche una evoluzione inevitabile, alla luce della prosecuzione degli attacchi terroristici dei fondamentalisti islamici. Nonostante i portavoce del TPP avessero proclamato l’intenzione di proseguire le trattative, gli attentati e gli attacchi ad obiettivi sia civili che militari sono infatti proseguiti.

E proprio la guerriglia ha reagito preventivamente al discorso del Premier, inaugurando la nuova escalation con un sorprendente attacco al terminal dell’Aeroporto Internazionale Jinnah di Karachi. La sera del 9 giugno, un commando armato ha assaltato la struttura, uccidendo 24 persone e ferendone altre 20 in una sparatoria che ha tenuto impegnate per sei ore le forze di sicurezza. Una azione dallo scopo chiaramente spettacolare, tesa a dimostrare la capacità dei terroristi di colpire anche molto lontano dalle loro basi nell’Ovest del Paese.

La prova di forza non è però rimasta senza risposta. Tonnellate di bombe aeree sono piovute sulle valli infestate dalla guerriglia nel Nord-Waziristan, subito seguite dall’avanzata di ben tre divisioni dell’Esercito, che questa volta sembra davvero disposto a tornare nella regione per rimanere a presidiarle, in maniera simile a quanto già accaduto nel 2009-10 nella tormentata valle dello Swat.

Zarb-e-Azb‘, segna, infatti, la ripresa dell’escalation militar-territoriale permanente inaugurata nel 2008 in risposta alla dichiarazione di guerra dei Taliban pakistani. La fine del regime militare di Musharraf e la vittoria alle elezioni del Partito del Popolo Pakistano, vide infatti la nuova leadership di Islamabad tentare una emarginazione degli elementi vicini agli integralisti, presenti nelle Forze Armate ma soprattutto nell’ISI, i Servizi Segreti militari. I nuovi generali al comando, dopo anni di offensive occasionali seguite a sterili tregue con gruppi tribali e integralisti, decisero infatti di tentare la ri-occupazione permanente. O almeno, la ripresa delle aree nelle quali i gruppi tribali mostravano insofferenza verso gli atti di violenza del TPP.

Il 2009 ha segnato l’anno di gran lunga di maggior successo della ripresa dell’iniziativa da parte dell’Esercito. Due offensive su vasta scala riportarono sotto il controllo governativo l’area di Bajaur, nel nord della zona tribale, e la grande regione della Valle dello Swat. Il Sud-Waziristan fu, invece, sottoposto ad un cordone sanitario steso tutto intorno ai suoi confini, coadiuvato da operazioni all’interno della regione in accordo coi gruppi tribali ostili ai Taliban, che sfibrarono e costrinsero alla macchia buona parte della guerriglia. Nel 2010 ad essere ri-occupate furono le Provincie di Orakzai e Kurram, nella zona centrale della regione che dà accesso al Nord-Waziristan, ma la guerriglia riuscì a contrattaccare e prevenire la prosecuzione dell’offensiva.

L’eliminazione di Osama Bin Laden e numerosi altri capi delle fazioni integraliste da parte dei raid statunitensi nel 2009-12, ha indebolito l’unità dei vari clan armati, ma non è riuscita a fare altrettanto sul controllo dei territori ancora infestati dalle milizie e dal TPP. La crisi economica del 2009 e le catastrofiche alluvioni del 2010, che costrinsero alla fuga ben 20 milioni di persone, bloccarono ulteriori iniziative dei militari fino al gennaio 2013, quando una nuova offensiva restituì ad Islamabad anche il controllo della piccola Valle di Tirah.

Quanto queste offensive rappresentino realmente un successo definitivo sui Taliban, è materia di discussione sia politica che militare. Mentre la Valle di Swat e Bajaur sono oggi pacificate e vedono un ritorno anche alla vita economica e sociale della popolazione, il Sud-Waziristan ha continuato ad essere obiettivo dei raid aerei statunitensi fino all’estate del 2013, mentre scontri armati proseguono tutt’ora intorno a Kurram.

 Vi sono, però, anche tesi più accusatorie nei confronti dei militari, riguardo al modus operandi seguito in questa ed altre regioni. Molti osservatori, sia pakistani che non, hanno accusato apertamente i vertici militari di doppiogiochismo, affermando che nel Sud-Waziristan i militanti islamisti di diverse fazioni vengono intenzionalmente lasciati prosperare, nell’ambito di una intesa per il controllo dei confini con l’Afghanistan e del proseguimento dell’infiltrazione di gruppi armati nel Kashmir indiano. In diverse aree del Paese si denuncia da tempo una ambigua suddivisione degli obiettivi dell’Esercito tra Taliban buoni‘ e ‘cattivi‘. Un ‘divide et impera’ che è  utile ai vertici militari non solo per rimanere l’ago della bilancia della politica nazionale in un’ottica da strategia della tensione, ma anche per preparare il controllo del vicino Afghanistan una volta che il ritiro NATO sarà completato. Il tentativo del (precedente) Governo Bhutto di depurare le mostrine dai legami con l’integralismo, sembra dunque riuscito solo a metà.

Quel che in effetti non sembra affatto sconfitto è l’uso del terrorismo. Battuti sul terreno militare aperto, i fondamentalisti hanno proseguito la loro devastante campagna di attentati dinamitardi, suicidi e assalti armati, il cui picco si è anzi registrato proprio nella seconda metà del 2009 in risposta alla sconfitta nello Swat.

Il clamoroso attacco di Karachi ha spinto l’Esercito ad intervenire nuovamente con una offensiva in profondità. Il copione di un quieto vivere con gli islamisti nel bel mezzo di una occupazione militare potrebbe però ripetersi, così come venire smentito. A fare la differenza in questa occasione è infatti l’inaspettata spaccatura verificatasi all’interno dei Taliban stessi lo scorso aprile.

Gli uomini della vecchia leadership del TPP legati al clan Mehsud, afflitto dall’uccisione di padre e figlio maggiore in due raid statunitensi nel 2009 e 2013,  hanno finito per scontrarsi con la nuova leadership di Khan Said Sajna per il controllo del movimento. La spaccatura è presto degenerata in una lotta armata aperta, con scontri armati tra le due fazioni proprio nel Sud-Waziristan. Con la fazione della nuova leadership forte per lo più nel nord della Provincia, è indubbio che gli scissionisti del vecchio clan Mehsud non vedano con dispiacere le bombe dell’Esercito contro gli ex compagni d’arme, che -beninteso- hanno accusato di essere al servizio del Governo di Kabul.

L’esito di questa offensiva militare è dunque quanto mai incerto, ancora una volta per le ambiguità che segnano i rapporti tra i militari pakistani e le cellule dell’islamismo armato nel Paese. La leadership del Premier Sharif potrebbe sfruttare l’eliminazione dei ‘nuovi’ comandanti Talebani per riprendere le trattative con la vecchia guardia, priva dei suoi capi storici e più disposta al compromesso. Ma se, come spesso accade, anche questa offensiva è priva di un controllo della politica sui militari, quello che andrà consumandosi sarà l’ennesima doppia strategia dei generali pakistani e dell’ISI, tesi ad emarginare una fazione integralista solo per favorirne un’altra, utilizzabile come arma per altri scopi, primo tra tutti, il controllo delle vie di accesso all’Afghanistan.

L’unica cosa certa al momento, come sempre nei conflitti del Terzo Mondo, è il massiccio coinvolgimento della popolazione civile. Ben 300mila persone stanno abbandonando le proprie abitazioni per sfuggire ai combattimenti, andando ad ingrossare i già giganteschi campi profughi che ospitano i fuggiaschi di oltre un trentennio di guerre, persecuzioni e catastrofi naturali nella regione.

 

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