giovedì, Agosto 5

Odissea migranti in Marocco field_506ffbaa4a8d4

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Sulle sponde meridionali del Mediterraneo si trovano i cancelli della fortezza Europa. Uno di questi cancelli, il più occidentale e il più prossimo alle coste europee – spagnole, per la precisione – è il Marocco.

Il Marocco è al tempo stesso un Paese di emigrazione, un paese di transito e, sempre di più, un Paese di immigrazione. Tralasciando gli immigrati regolari (dai collaboratori domestici di nazionalità filippina ai pensionati francesi), il fenomeno degli immigrati irregolari riguarda un numero indefinito di persone le cui stime vanno dai 25 ai 45 mila. La maggior parte di essi provengono dall’Africa sub-sahariana e puntano a raggiungere l’area Schengen. L’Europa, intrappolata negli strascichi della crisi economica del 2008, adotta una politica sempre più rigida e severa rispetto alla permeabilità dei propri confini. Il Marocco, sensibilmente più povero e esso stesso terra di emigranti, diventa un ospite tanto improbabile quanto riluttante. Tuttavia, dopo essere stato esposto allo scrutinio e alle critiche internazionali, il Regno ha deciso di adottare una nuova linea politica rispetto all’immigrazione.

Sul territorio marocchino esistono due enclave spagnole: Ceuta e Melilla, la prima sullo stretto di Gibilterra, la seconda sulla costa mediterranea orientale, verso il confine algerino. Il Marocco considera queste due città territorio occupato e ne reclama l’annessione. Da parte sua, il governo spagnolo ha provveduto alla costruzione di due barriere di separazione, due vere e proprie recinzioni lunghe rispettivamente 8 e 12 chilometri e costate 30 milioni di euro (pagati dalla Comunità Europea). Le barriere hanno lo scopo dichiarato di tenere gli indesiderati fuori dal territorio europeo. Esse vengono periodicamente prese d’assalto da gruppi di disperati contro cui sia la polizia spagnola che quella marocchina utilizzano spesso una forza smisurata con conseguenze anche drammatiche. Nel 2005, ad esempio, almeno 11 migranti morirono nel tentativo di attraversare il confine, e centinaia rimasero feriti. Negli anni successivi, gli incidenti si sono ripetuti. Emblematico il caso di un migrante, ‘Clemént’ lasciato morire in seguito ai traumi e alle ferite riportate negli scontri contro le forze marocchine e spagnole nel tentativo di entrare a Melilla, era il 2013. All’uomo, un migrante camerunense, vennero negate cure mediche e morì in pochi giorni nella foresta di Gourougou, dove si rifugiano i migranti. La regista e giornalista italiana Sara Creta, che stava lavorando in quel periodo a un reportage sulla situazione dei migranti in bilico tra Marocco e Spagna insieme alla collega camerunense Sylvin Mbarga, si ritrovò per caso a filmare l’agonia e la morte del migrante camerunense. Il suo documentarioNumber 9: Stop violence at the borders’ venne ripreso dalle maggiore testate giornalistiche e servì per una campagna di denuncia contro la violenza perpetrata nei confronti dei migranti africani che tentano di entrare in Europa attraverso Ceuta e Melilla.

L’attenzione internazionale portò allora ad una reazione istituzionale. Dapprima, Marocco e nove Stati membri UE (Belgio, Francia, Germania, Italia, Olanda, Portogallo, Spagna, Svezia e Regno Unito) firmarono una Dichiarazione Congiunta fondante la Partnership per la mobilità tra Regno di Marocco e Unione Europea e suoi Stati Membri (giugno 2013). Voci critiche si sono levate in merito agli accordi tra Marocco e UE in materia di migrazione. Di fatto, commentava lo studioso marocchino Abdelkrim Belguendouz, lEuropa chiede al Marocco di essere il suo gendarme di confine. Ruolo che non può e non deve ricoprire.

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