lunedì, Maggio 10

ODA: la 'soft war' tra Giappone e Cina field_506ffb1d3dbe2

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ticad 2013

Africa e Sud-est asiatico, realtà a cui viene generalmente associata l’idea di sottosviluppo e squilibrio sociale, sono diventate negli ultimi anni oggetto di interesse sempre più forte da parte delle potenze economiche mondiali e in particolare da parte dei grandi colossi asiatici. Cina e Giappone infatti hanno finito per coinvolgere queste realtà regionali all’interno della loro ‘soft war’, competendo a colpi di sottoscrizioni di partenariati economici e programmi di aiuto pubblico allo sviluppo; apprestandosi però anche a realizzare uno dei più interessanti esperimenti economico-politico dei prossimi anni.

La scorsa settimana, nel corso dell’ultimo vertice commemorativo per il quarantennale delle relazioni tra il Giappone e i paesi dell’ASEAN, tra i vari punti chiave – oltre alle questioni relative alle istanze sulla sicurezza e al sostegno alla comunità economica (Tokyo ha garantito fondi per circa 14 miliardi di euro, da stanziare nell’arco di cinque anni) – sono emerse anche questioni relative alla comune ‘preoccupazione’ di mantenere intatte la libertà di navigazione e di sorvolo della regione; con riferimento (nemmeno troppo implicito) all’istituzione della zona di identificazione aerea da parte della Cina, lo scorso 23 novembre.

Non è infatti solo il Giappone a dover far fronte a complesse contese di tipo territoriale con Pechino. A partire dai primi anni del Duemila, infatti, la Cina ha approfondito il dialogo economico e diplomatico con i paesi del Sudest asiatico, attraverso la firma del China-ASEAN FTA (Free Trade Agreement), nel 2001; ma allo stesso tempo, aumentando la propria assertività nei confronti delle proprie rivendicazioni nel Mar Cinese Meridionale, ha originato numerosi attriti, in particolare con il Vietnam e le Filippine.

Afferma Céline Pajon, ricercatrice presso il Center for Asian Studies dell’Ifri (Institut francais des relations internationales): “In mezzo alle crescenti tensioni con la Cina, il Giappone sta costruendo la strategia nel Sud-est asiatico. La stabilità nel Mar Cinese Meridionale è un interesse vitale, le economie del Sud-est asiatico sono mercati interessanti per le aziende giapponesi e i paesi dell’ASEAN sono anche partner essenziali nell’ottica di un’azione di equilibrio strategico contro la Cina. Tokyo sta intensificando così la sua cooperazione nell’ambito della sicurezza, come parte di un’offensiva più ampia, per aumentare il suo soft power (attraverso la firma di accordi di partenariato economico e la conclusione di accordi per il trasferimento di alta tecnologia e infrastrutture energetiche)”.

“La strategia giapponese nel Sud-est asiatico comprende ora una maggiore attenzione sulle questioni politico-militari, con l’uso di ODA (Official development assistance) orientate sul settore della sicurezza per fornire, ad esempio, motovedette nelle Filippine, nuovi aiuti militari per addestrare le truppe nella regione e la volontà di costruire un rete di partnership strategiche per sostenere i propri interessi di fronte alla Cina. Questa combinazione di assistenza economica e cooperazione militare costituisce l’inizio di una brillante strategia di potere che è stata ben accolta da parte dei paesi dell’ASEAN”.

“Gli sforzi del Giappone per promuovere il rafforzamento delle capacità marittime dei paesi dell’ASEAN, in coordinamento con le operazioni di riequilibrio degli Stati Uniti in Asia orientale, è visto da Pechino come un tentativo di dividere la regione e circondare la Cina. Nel ‘Grande Gioco’ in corso al momento, i paesi del sudest asiatico si sforzano di mantenere una loro unità e approfittare della competizione tra le grandi potenze, piuttosto che prendere una posizione netta. Sembra tuttavia, in questi giorni, che esista solo una linea sottile tra una sana competizione regionale e un confronto strategico del tutto simile a una nuova Guerra Fredda“.

Il progetto dell’ASEAN, dunque, si configura da una parte come programma di promozione dello sviluppo dell’area del Sud-est asiatico, dall’altra come baluardo politico-economico, guidato da Tokyo, in funzione di contenimento dell’egemonia cinese. Non sono però assenti, in questo ambizioso progetto di mercato unico, alcune problematiche come quelle sollevate da Mahathir Mohamad, Primo Ministro malaysiano, nel corso di una conferenza tenutasi mesi fa a Bangkok, riferendosi in particolare alle disparità presenti tra alcuni paesi aderenti all’ASEAN, ritenuti «non ancora pronti» ad affrontare le sfide della comunità economica. Il Primo Ministro malaysiano ha inoltre fatto riferimento alla crisi cui è andato incontro il modello dell’Unione Europea, esortando a valutarne l’esempio per trarne lezione.

Altre questioni, come lo sviluppo del commercio tra i Paesi all’interno della comunità dell’ASEAN (sino ad oggi poco significativi rispetto al volume di scambio totale del gruppo con i Paesi esteri); o come la liberalizzazione del commercio e una certa titubanza nella rinuncia a barriere protezioniste (da parte dei paesi meno ricchi della comunità), sono state definite ‘questioni politiche’, altra spia di quella sintomatica disomogeneità – economica, politica e culturale – di cui ancora una volta il modello dell’UE può essere preso ad esempio.

L’interesse di Tokyo si è inoltre recentemente rivolto verso i paesi del continente africano. Un dialogo iniziato negli anni ’90, che aveva dato origine a un programma di assistenza allo sviluppo in cui il Giappone era figurato, sino al sopraggiungere delle difficoltà di bilancio nei primi anni del Duemila, come primo donatore al mondo di aiuti in Africa.

Il recente vertice tra il Giappone e i leader dei paesi africani, riunitisi lo scorso giugno a Yokohama per la quinta TICAD (Tokyo International Conference on African Development), ha fatto emergere tematiche molto simili a quelle trattate nei lavori nel corso degli incontri tra Tokyo e la comunità dell’ASEAN. Sono state infatti evidenziati i temi della crescita economica sostenuta dallo sviluppo delle infrastrutture, delle risorse umane e la promozione del commercio e degli investimenti; il tutto unito alla promozione di una «economia solida e sostenibile», che rivolga l’attenzione anche alla realizzazione di una società equa e inclusiva.

Anche in questo caso non mancano le contraddizioni e le difficoltà: la forte instabilità politica di alcuni paesi (come l’Algeria), una crescita economica costante non garantita, l’aumento della corruzione e lo sfruttamento indiscriminato delle risorse ambientali.

Al momento attuale, il Giappone si trova in coda alla Cina nella ‘gara’ per l’impegno umanitario in Africa. Secondo i dati riportati da Michishita Narushige  (Professore associato presso il National Graduate Institute for Policy Studies, Tokyo) in un suo recente articolo per il quotidiano ‘The Straits Times’, gli scambi commerciali tra Cina e Africa ammontavano a quasi 140 miliardi di dollari nel 2011, contro i 28 miliardi di interscambio tra Africa e Giappone, che ha finito per essere abbondantemente scavalcato dalla Cina anche per quanto riguarda gli IDE (investimenti diretti esteri). Sul piano degli aiuti pubblici, durante il quinto Forum sulla cooperazione tra Cina e Africa, la Cina ha promesso 20 miliardi di dollari in prestiti nei prossimi tre anni, contro i 14 miliardi promessi dal Giappone nel corso del TICAD V. Strenua è la competizione anche sul piano del mantenimento di avamposti diplomatici e lo stanziamento di truppe adibite al peacekeeping nelle aree di conflitto.

Appare chiaro che dietro alle ‘quinte’ della corsa alla promozione di programmi di aiuto pubblico allo sviluppo, emergono con evidenza risvolti legati alla competizione politico-economica (e recentemente anche militare) tra Tokyo e Pechino. Il Giappone, attraverso l’alleanza economica e strategica con la comunità dei paesi dell’ASEAN e i suoi investimenti in Africa, potrebbe essere in grado di rilanciare la propria presenza da protagonista nello scenario della regione Asia-Pacifico e realizzare così il contenimento dell’egemonia cinese.

 

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