sabato, Maggio 15

OCSE, Italia in ripresa

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Manca poco. Da metà 2015 l’economia italiana dovrebbe tornare a crescere. Lo sostiene l’OCSE, l’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, secondo cui l’Italia «dovrebbe tornare alla crescita per la metà del 2015, e accelerare nel 2016». In particolare, nel rapporto diffuso oggi si legge che «il Pil dell’Italia, dopo il -0,4% del 2014, crescerà dello 0,2% nel 2015, e dell’1% nel 2016».

Le motivazioni fornite da Parigi fanno riferimento alla politica monetaria della BCE, «che dovrebbe migliorare le condizioni finanziarie e facilitare una risalita dei prestiti bancari, che dovrebbe aumentare gli investimenti». Secondo l’OCSE, infatti, «gli investimenti lordi, calati del 2,7% su base annua nel 2014, cresceranno dello 0,1% nel 2015 e del 2% nel 2016».
La risalita prevista dall’organizzazione parigina sarà possibile grazie anche dal mercato italiano, in particolare quello dell’export, le cui stime sono «del +1,7% nel 2014, +2,7% nel 2015 e +4,6% nel 2016 per le esportazioni lorde, e rispettivamente del +0,1%, +0,2% e +0,5% per quelle nette».

Più tenue sarà la risalita dei consumi privati, che cresceranno «dello 0,3% nel 2015 e dello 0,5% nel 2016».

Infine, relativamente alla domanda interna, è previsto «per il 2014 un calo dello – 0,4%, mentre sarà stabile nel 2015, e crescerà dello 0,6% nel 2016».

E un giudizio positivo arriva anche sui primi passi fatti in materia di riforme e di stretta sui conti. Il programma intrapreso dall’Italia «dev’essere portato avanti con determinazione, insieme all’efficace implementazione delle riforme precedenti, affinché sia sostenibile la crescita più forte».

Per ottenere quest’obbiettivo l’OCSE approva anche il ricorso ad una maggiore flessibilità nei conti di bilancio, invocato anche dalla Francia. Nel rapporto, infatti, si legge che «il ritmo di riassetto strutturale dei conti più lento rispetto agli impegni precedenti proposto da Francia e Italia nelle loro leggi di bilancio 2015 pare appropriato, perché può dare alle riforme strutturali già concordate e alle politiche monetarie accomodanti una possibilità di rilanciare l’attività economica».

E una schiarita arriva anche sui dati relativi alla disoccupazione. Dal 2016 dovrebbe scendere, pur rimanendo sopra la soglia del 12%. Secondo l’Economic Outlook dell’OCSE, infatti, «la disoccupazione comincerà a diminuire nel 2016, ma resterà a livelli elevati, mentre gli aumenti dei salari sembrano destinati a rimanere modesti». In particolare la stima prevede un «tasso di senza lavoro al 12,4% nel 2014, 12,3% nel 2015 e 12,1% nel 2016».

Le note dolenti riguardano invece la crescita del debito pubblico. «Continuerà a crescere nei prossimi due anni, passando dal 130,6% del Pil nel 2014 al 132,8% nel 2016 e al 133,5% nel 2016» si stima da Parigi, e ciò «costituisce una vulnerabilità significativa per il Paese». Catherine Mann, capo economista Ocse, ha precisato ai giornalisti che «questo aumento del rapporto debito/Pil, è fortemente legato alla debolezza della crescita».

Fonti dell’organizzazione parigina hanno però sottolineato che, in ogni caso, «non ci sono al momento preoccupazioni per la traiettoria del debito italiano, che in tutti gli scenari esaminati risulta sostenibile sul medio termine». Ciò perché i recenti interventi strutturali «hanno avuto un impatto positivo sul livello di indebitamento, e se l’Italia continuerà a fare quello che ha fatto negli scorsi anni, in termini di controllo della spesa e interventi strutturali, le stime prevedono una progressiva riduzione del debito».

Tuttavia da Château de la Muette, sede dell’organizzazione, si nutrono perplessità sulla situazione economica generale dell’Eurozona. «Se la domanda non riparte, alcune economie, e in particolare l’eurozona, potrebbero restare bloccate in una stagnazione persistente». Per questo motivo sono necessarie «tutte le leve macroeconomiche e di politica strutturale per offrire alla crescita il maggior supporto possibile».

Va dunque evitato il circolo vizioso secondo cui «la domanda deficitaria dovuta all’insufficiente stimolo da parte delle politiche mina la crescita potenziale, che a sua volta indebolisce ulteriormente la domanda aggregata».
Per questo, «all’unione monetaria servono interventi sia sul fronte monetario che su quello strutturale». «Servono ulteriori misure non convenzionali per mantenere i tassi d’interesse a lungo termine bassi e aumentare le aspettative sull’inflazione, e così aiutare a raggiungere l’obiettivo di inflazione e sostenere l’economia».

Compito dei governi nazionali è, nell’ambito delle regole di bilancio dell’Ue, quello di «rallentare il consolidamento fiscale strutturale rispetto ai piani precedenti, per ridurre il freno alla crescita e consentire agli stabilizzatori automatici di operare liberamente».

Il rapporto a tutto campo dell’OCSE mette altresì in guardia dal rischio deflazione, assai concreto nel caso in cui la crescita non riparta. Le previsioni d’inflazione per l’unione monetaria sono stimate nell’ordine dello «0,5% nel 2014, 0,6% nel 2015 e 1% nel 2016».

Meno fiduciosa sul futuro dell’Italia è Moody’s. L’agenzia di rating, infatti, ritiene che l’Italia e la Spagna rimangano vulnerabili nonostante gli sforzi della BCE. «L’Italia è uno dei Paesi dell’Eurozona più esposti a un potenziale cambiamento nei flussi finanziari, dato un fabbisogno lordo di finanziamento del debito stimato a circa il 29% del Pil nel 2015» si legge nel rapporto di Moody’s. E «anche la Spagna è vulnerabile con un 20%, che la colloca al secondo posto nell’Eurozona».

Sul fronte del Commercio va segnalato il lieve calo delle vendite registrato dall’ISTAT per il mese di settembre. Nel rapporto dell’istituto nazionale di statistica, infatti, si legge che «le vendite al dettaglio segnano a settembre 2014 una lieve diminuzione (-0,1%) rispetto al mese precedente. Rispetto a settembre 2013 l’indice grezzo del valore totale delle vendite registra una diminuzione dello 0,5%». «Nel confronto con agosto 2014, le vendite segnano un aumento per i prodotti alimentari (+0,3%) e una diminuzione per quelli non alimentari (-0,3%). Rispetto a settembre 2013, l’indice del valore delle vendite di prodotti alimentari resta invariato, mentre quello dei prodotti non alimentari diminuisce dello 0,9%».
Per quanto riguarda invece la media del trimestre luglio-settembre 2014 «l’indice mostra una flessione dello 0,6% rispetto ai tre mesi precedenti. Rispetto alla forma distributiva, nel confronto con il mese di settembre 2013, le vendite diminuiscono sia per le imprese della grande distribuzione (-0,3%) sia per quelle operanti su piccole superfici (-0,8%). Inoltre, nel primi nove mesi del 2014, l’indice grezzo diminuisce dell’1,3% rispetto allo stesso periodo del 2013. Le vendite di prodotti alimentari segnano una flessione dell’1,3% e quelle di prodotti non alimentari dell’1,2%».

Sul fronte occupazionale va segnalato l’acuirsi della vertenza in atto nel sistema bancario italiano, che ha portato alla convocazione dello sciopero per metà gennaio.

Oggi, infatti, è avvenuta la rottura delle trattative sul rinnovo del contratto tra ABI, l’associazione delle Banche, ed i sindacati di categoria. I segretari di Fabi, Fiba Cisl, Fisac Cgil e Uilca hanno ribadito che al tavolo per il rinnovo del contratto con l’Abi, rappresentata da Alessandro Profumo, non c’è stata l’apertura attesa e le «pregiudiziali» sono rimaste invariate. Il dito viene puntato soprattutto contro «il blocco della ristrutturazione degli scatti e la revisione del calcolo del Tfr; oltre che l’area contrattuale, l’inflazione e gli inquadramenti».
Sul piano internazionale va segnalata il balzo compiuto dagli USA, il cui PIL ha fatto registrare un incrementi del +3,9% nel terzo trimestre.

«A spingere sono i consumi, cresciuti del 2,2% rispetto all’1,8% precedentemente stimato. Le esportazioni sono salite del 4,9%, mentre le importazioni sono scese dello 0,7%. La crescita americana negli ultimi due trimestre (+4,6% nel secondo trimestre e +3,9% nel terzo) rappresentano i sei mesi migliori dal 2003».

«La crescita solida e in linea con altri indicatori che hanno mostrato un miglioramento nel mercato del lavoro» è il commento della Casa Bianca. «Dalla crisi finanziaria gli Stati Uniti sono emersi più forti di altri paesi e i recenti dati mettono in evidenza che gli Stati Uniti continuano a trainare la ripresa globale».

Le borse europee riducono i loro guadagni nel finale, dopo i dati sulla fiducia dei consumatori Usa, che a novembre arretra più del previsto. In precedenza i listini erano saliti sulla scia del Pil Usa, rivisto al rialzo a +3,9% nel terzo trimestre. Wall Street è piatta. Francoforte chiude in rialzo dello 0,77% a 9.861,21 punti, Londra guadagna lo 0,02% a 6.731,14 punti e Parigi cresce dello 0,32% a 4.382,31 punti. A Milano l’indice Ftse Mib sale dello 0,42% a 20.009,83 punti e Madrid avanza dello 0,41%.

 

 

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