martedì, Settembre 28

Ocse: economie industrializzate in ripresa field_506ffb1d3dbe2

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La maggior parte delle nazioni industrializzate dovrebbe registrare un’accelerazione della ripresa. Lo dicono tutti gli indici economici principali dell’Ocse sulle prospettive future dell’attività industriale. In Italia il Superindice, come viene chiamato in gergo tecnico, delle aspettative per i prossimi sei mesi si è attestato a quota 101,3, in miglioramento di un decimo di punto. Le conclusioni si basano sul Composite Leading Indicator (CLI), che si pone come obiettivo quello di anticipare i passaggi di svolta nell’attività economica.

«L’indice CLI continua a indicare una stabilizzazione della crescita economica negli Stati Uniti e nel Regno Unito e una crescita più sostenuta della media del trend in Giappone». Nell’Eurozona nel suo complesso e in Francia e Italia l’Organizzazione di Cooperazione e Sviluppo Economica prevede un abbrivio positivo. In Germania l’indice mostra segnali di «crescita in rafforzamento», si legge nel comunicato. Le cifre rese noto indicano anche che un processo di riequibrio dell’economia globale, con la crescita fin qui entusiasmante dei mercati in via di Sviluppo che è destinata a rallentare il passo.

Dal versante macro interno italiano non arrivano notizie altrettanto positive. Nel 2013 la produzione industriale è crollata in media del 3% rispetto all’anno precedente. Sempre su base annuale nel solo mese di dicembre, invece, la produzione è calata dello 0,7%. Detto questo si è registrato un miglioramento del trend ultimamente: nel trimestre ottobre-dicembre, l’indice ha registrato un aumento dello 0,7% rispetto al trimestre precedente. Per gennaio, il Centro Studi di Confindustria (CSC) stima un aumento della produzione industriale dello 0,3% rispetto a dicembre.

«Gli indicatori qualitativi anticipatori segnalano il proseguire di una tendenza positiva (seppur debole) della produzione», si legge in una nota del CSC. Infatti, «la componente ordini del PMI manifatturiero, in area di espansione da sette mesi, indica in gennaio un significativo incremento (il secondo più ampio in quasi tre anni), pur se in rallentamento rispetto al picco di dicembre (53,9 da 54,3); quella relativa agli ordini esteri mostra un forte progresso della domanda (indice a 55,6 da 57,1), grazie alle maggiori commesse provenienti soprattutto dagli Usa». Rispetto al picco pre-crisi (aprile 2008) il livello di attività rimane inferiore del 24,4%.

Oltre alle prospettive puramente economiche, a Roma l’attenzione è concentrata anche su un altro elemento: la crisi di liquidità del settore bancario, il quale ha approfittato dei finanziamenti a tassi vantaggiosi della Bce per accumulare titoli di Stato sovrani anziché concedere prestiti a imprese e famiglie. La mole dei crediti bancari italiani a rischio insolvenza ha toccato un nuovo record: a dicembre il tasso di crescita sui dodici mesi è risultato pari al 24,6% (con una crescita di 1,9 punti rispetto al 22,7% di novembre). Si tratta di un nuovo massimo dal 1998.

I dati sono stati comunicati da Bankitalia, il cui governatore, Ignazio Visco, ha ventilato l’ipotesi di una bad bank al fine di risolvere la questione dei crediti deteriorati degli istituti italiani. Si tratterebbe di una sorta di mezzo soprannominato ‘veicolo-lavatrice’ in cui convogliare e smaltire tutta la ‘spazzatura’ del sistema il cui controvalore supera i 300 miliardi di euro.

Secondo il ‘Financial Times’, che cita fonti di governo, l’ipotesi non troverebbe però sponda nel premier Enrico Letta. Le fonti citate dal quotidiano della City sostengono che «l’idea di una bad bank potrebbe essere controproducente per l’Italia» e che il timore del premier sarebbe quello di «accelerare il processo di un downgrade da parte delle agenzie di rating nei prossimi mesi».

Anche il Ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni ha  che non ci sono risorse pubbliche per un progetto di questo tipo. Bad bank o meno, secondo il direttore generale dell’Abi, Giovanni Sabatini, che ne ha parlato con l’agenzia Bloomberg, dall’analisi della Bce sulle banche italiane potrebbero emergere carenze tra i 10-15 miliardi di euro. Una cifra a suo dire gestibile e in linea con le stime di Bankitalia. In dicembre le sole sofferenze lorde delle banche italiane (categoria che riguarda esclusivamente i crediti accordati a un debitore in stato di insolvenza anche non certificata) a dicembre ammontavano a 155,8 miliardi, 6,2 miliardi in più dei 149,6 di fine novembre e ben 30,9 in più rispetto ai 124,9 miliardi di fine 2012.

Intanto imprese e famiglie continua a fare i conti con una forte stretta del credito. A dicembre, sempre secondo Bankitalia, i prestiti delle banche italiane al settore privato hanno registrato una contrazione su base annua del 3,8% (-4,3% a novembre). Quelli alle famiglie sono in particolare scesi dell’1,2% (-1,5% nel mese precedente), mentre quelli alle società non finanziarie sono diminuiti, sempre su base annua, del 5,3% (-6% a novembre). Dal canto suo il Comitas, l’associazione delle microimprese italiane, ricorda come «la causa della crescita delle sofferenze è delle banche stesse. Negli ultimi anni, infatti, gli istituti di credito da un lato hanno fortemente ridotto il credito concesso a imprese e privati, dall’altro hanno incrementato la revoca dei fidi, rendendo insolventi aziende e cittadini».

Dall’Europa intanto la responsabile della Supervisione delle banche in Europa invoca le leggi della natura del capitalismo finanziario: le banche più deboli devono chiudere per fare posto ai grandi colossi bancari. Il concetto espresso da Daniele Nouy, nominata da poco alla guida della del Single Supervisory Mechanism è che con la globalizzazione le banche più piccole dovranno scomparire.

«Una delle principali lezioni della crisi attuale è che non esistono asset immuni dal rischio, dunque anche gli asset sovrani non sono liberi dal rischio. Questo è stato dimostrato, dunque dobbiamo reagire», ha detto in una intervista rilasciata al ‘Financial Times’ Nouy. Il riferimento è a quel legame ben noto e vizioso tra i debiti governativi e gli istituti di credito che rappresenta il nodo della crisi e che Nouy vuole spezzare, chiedendo agli istituti finanziari di detenere maggiori quantità di capitale a fronte dei titoli di debiti sovrani che ingolfano i loro bilanci.

«Dobbiamo accettare che alcune banche (europee) non hanno un futuro. Dobbiamo consentire che alcune spariscano in modo ordinato, e non necessariamente tentando di fonderle con altri istituti». Nel frattempo in Svizzera ha generata una ridda di polemiche il voto popolare di ieri per imporre un tetto ai lavoratori immigrati. Nestlé, Ubs e Credit Suisse sono fra le aziende poco contente del risultato del referendum. Il 50,3% della popolazione dei vari cantoni si è espressa a favore dell’imposizione di un limite alle quote degli immigrati lavoratori dall’Unione Europea, che al momento rappresentano circa un quinto della sua forza lavoro.

 

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