mercoledì, Settembre 22

Occorre un progetto italiano per andare sulla Luna di Donald Trump! Quale sarà il progetto lo capiremo meglio quando il Governo avrà consolidato le sue figure chiave -per il momento ci è nota la nomina di Riccardo Fraccaro alla guida del Comint- e quando le altre Nazioni avranno dichiarato le loro intenzioni

0

Cinquant’anni fa quattro uomini americani lasciarono le impronte dei loro moon boot sulla Luna: erano gli astronauti di Apollo 11 e Apollo 12: Neil Armstrong, Buzz Aldrin, Charles Conrad, Alan Bean. Le missioni 14, 15, 16 e 17 completarono, fino al 1972, uno dei programmi più significativi della scienza e della tecnica dell’intera storia dell’umanità.
Erano tempi difficili: la Guerra Fredda, i conflitti del sud-est asiatico e le turbolenze mai sopite tra civiltà piene di cose diverse, tenevano alta la tensione di un scontro che avrebbe fatto di tutto per farci convivere meno pacificamente sul nostro piccolo pianeta Terra. 

Lo sbarco umano sul nostro satellite naturale è stato l’epilogo della corsa allo spazio tra Unione Sovietica e Stati Uniti che nelle loro esibizioni non si erano risparmiati i colpi.
Ricordiamo il discorso che il Presidente John Fitzgerald Kennedy pronunziò nello stadio della Rice University di Houston il 12 settembre 1962, al cospetto di una folla di circa 40.000 persone e quello più istituzionale al Congresso, il 25 maggio 1961, quando fu comunicato l’ambizioso obiettivo di portare astronauti americani sulla Luna entro la fine degli anni Sessanta. Pur essendo un’impresa estremamente dispendiosa e impegnativa –sintetizziamo quanto affermò il giovane Presidente irlandese- l’azione sarebbe stata l’unica possibilità per gli Stati Uniti di battere i rivali sovietici nella corsa allo spazio

Le parole del capo del Paese che, anche a seguito di questa impresa, sarebbe diventato il più potente e il più avanzato del mondo, sono rimaste come scolpite sulla pietra. Molta retorica, è vero, ma anche quel pragmatismo tipicamente americano che merita un po’ di riflessioni. Ora fa niente sapere che dietro ogni discorso di un leader c’è sempre la mano di un ghostwriter. Nel caso di Kennedy, per la cronaca, il più accreditato era il suo consigliere Ted Sorensen, un avvocato democratico del Nebraska che ha prodotto un’ampia biografia del Presidente assassinato a Dallas.
«Abbiamo deciso di andare sulla Luna in questo decennio e di impegnarci anche in altre imprese; non perché sono semplici, ma perché sono ardite, perché questo obiettivo ci permetterà di organizzare e di mettere alla prova il meglio delle nostre energie e delle nostre capacità, perché accettiamo di buon grado questa sfida, non abbiamo intenzione di rimandarla e siamo determinati a vincerla, insieme a tutte le altre». Frasi che nella loro interezza meritano il rispetto della solennità. Però, come hanno scritto diversi osservatori, nelle parole del Presidente cattolico traspariva una nuova immagine della storia e dei rapporti tra le Nazioni in cui doveva essere evidente una posizione di preminenza della sua nuova terra di approdo, pur non palesando nessuna delle forme di sovranismo sfoggiate dal suo attuale successore o, peggio ancora, da qualche modesto imitatore al di qua dell’Atlantico.
Da parte nostra riteniamo che vi sono molti modi di essere più bravi. Lo stesso Kennedy quando era in campagna elettorale non smetteva di ricordare che gli storici nemici dell’America avevano molti più ingegneri, molte più industrie, molte più armi di ogni genere e per questo dovevano essere temuti. 

E lui stesso non ha mai nascosto  -che lo pensasse o meno resterà un mistero- che il suo progetto potesse trasformarsi in un’idea comune in grado di unire due superpotenze, anziché dividerleNoi ora lo affermiamo, che lo spazio deve essere la nuova frontiera per tutti, un territorio inesplorato da raggiungere e conquistare con coraggio e spirito pionieristico. Se fosse anche senza bramosia di predominio sarebbe tanto meglio.
Su questa linea abbiamo sempre ritenuto che l’argomento è tanto complesso –e parimenti dispendioso- da non poter essere consumato come lusso di una sola Nazione e dunque non ci meravigliamo nello scoprire che già nel 1963 un’ipotesi di condivisione fu argomento da trattare alle Nazioni Unite: «Perché il primo volo umano sulla Luna dovrebbe essere una questione di competizione nazionale?» Parole fuori dal tempo, a quei tempi! 

I più attenti lettori non si lasceranno ingannare da queste espressioni solo superficialmente ‘buoniste’. Se in qualunque attività umana, sociale o industriale mancasse la competizione verrebbero meno tutti gli stimoli di progresso. Dunque, nessuno osa immaginare, noi per primi, che la collaborazione venga posta al mercato senza parcellizzarne il suo peso. Quanto invece ci preme sottolineare è che certi successi non avvengono mai per caso o in assenza della dovuta preparazione.
Nei mesi scorsi siamo stati costretti a richiamare un Ministro del passato (e presente!) governo che ha esaltato la genialità dei fratelli Wright, i padri del volo a motore, ma solo perchè i loro percorsi scolastici non erano stati conclusi con un titolo accademico. Noi riteniamo che per essere bravi è necessaria la costruzione di percorsi formativi solidi, senza immondi passaggi da clientele e baronie e con una pianificazione realizzata da personale capace e specializzato. Lo ripetiamo e ne siamo intimamente convinti.
L’Italia gode di molte aree che ancora si sono salvate da taluni minacciosi compromessi dettati da portaborse e faccendieri, razza assai popolosa nei nostri comuni, tant’è che molti giovani escono preparati dalle università nazionali e trovano subito impiego qualificato. Prevalentemente all’estero, naturalmente perché in Italia la bravura da tempo non è considerata titolo di merito. 

E torniamo alla Luna; quel dono della natura a cui Giacomo Leopardi sussurrava «Io venia pien d’angoscia a rimirarti». Sembra plausibile che tra qualche anno ci sarà una nuova batteria di spedizioni verso la nostra compagna di viaggio. Che si pensi a basi fisse o ad avamposti situati in orbite solidali al suo movimento –Lunar Orbital Gateway– sono ancora in corso numerose valutazioni. Ma se, dopo una riduzione dei budget della Nasa il vice Presidente americano Mike Pence –che ha la delega della Casa Bianca alle attività spaziali dell’Unione- ha dichiarato incompatibile potersi recare senza un’iniezione di denaro, a metà di quest’anno l’amministratore dell’ente spaziale Jim Bridenstine ha comunicato che con l’incremento di 1,6 miliardi di dollari di finanziamento aggiuntivo, potranno iniziare i lavori di progettazione e sviluppo del razzo Space Launch System, della navicella Orion e di un lander per equipaggio umano.
Non entriamo nel dettaglio che pure sarà interessante conoscere ma che ci allontanerebbe dall’argomento che stiamo proponendo anche se, va detto, vi è stata qualche contestazione alla proposta dopo che è trapelato che il finanziamento aggiuntivo alla Nasa proviene dal Pell Grant Reserve Fund, un fondo di supporto per gli studenti meno abbienti. E anche alcuni senatori dell’Alabama, vedendo l’ingresso di alcuni investitori privati nel business, temono un depauperamento delle loro industrie storiche pertanto non hanno valutato molto bene le soluzioni trovate. «La mia amministrazione è impegnata a ristabilire il predominio e la leadership della nostra Nazione nello spazio per i secoli a venire». Questa l’affermazione del presidente Donald Trump. Credibile almeno per i prossimi anni. 

Ma la partita non è chiusa per le altre Nazioni industrializzate. E nemmeno per l’Italia, che pure ha collaborato da lungo tempo con la Nasa in accordi bilaterali che hanno portato alla realizzazione di programmi importanti.
E poi ci consentiamo un’informazione che vale più di un aneddoto. Abbiamo parlato all’inizio del nostro articolo degli scarponi indossati dagli astronauti per calpestare il suolo lunare. Sono in pochi a ricordare che l’industriale veneto Giancarlo Zanatta seppe cogliere immediatamente l’idea e trasformò quei calzari in straordinari accessori da usare dopo aver sciato.

Ora, però, ravvediamo nelle dichiarazioni così imperiose un cambio di attenzione anche per quel che riguarda la produzione industriale. Perché nell’ambito della Luna c’è molto da fare e gli Stati Uniti, pur soffocati dall’impianto autarchico prospettato, non potranno muoversi da soli anche in vista di una più corposa esplorazione che sta spingendo le missioni umane su Marte. La Nasa, infatti, sta stringendo accordi commerciali con partner nuovi per esternalizzare alcuni compiti che finora erano stati affidati in house. 

Trump insiste sull’ingegnosità americana che ha attirato importanti innovazioni nei campi della scienza, della tecnologia, dell’ingegneria, della matematica e della difesa. Ma se le sue affermazioni sono veritiere, lui stesso non vive una vita facile all’interno delle sue istituzioni. La Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti al momento è controllata dai democratici e per quanto il partito rappresentato dall’asinello sia tradizionalmente favorevole al filone lunare, l’istituzione è stata piuttosto scettica nell’approvazione dei bilanci. Il Senato è a maggioranza repubblicana, più vicina a Trump ma anche quel territorio non ha dato molto seguito ai dettagli forniti dalla Nasa, inclusi i fondi per Artemis  -si chiamerà così, lo ricordiamo, la futura missione umana sulla Luna.
Non è poi una novità, diciamolo. il Congresso negli anni passati ha rifiutato più volte finanziamenti lunari alla Nasa: nel 1989 a George Bush senior, mentre il programma di George W. Bush lanciato nel 2004 venne cancellato sotto la presidenza di Barack Obama nel 2010. Inoltre Trump dovrebbe anche ricordare che buona parte degli addetti alle attività spaziali made in US non sono autoctoni e qualcuno dei tecnici chiave sono originari e ancora oggi provengono dall’Italia. 

E dunque, cosa può fare l’Italia in questo contesto? Lo potremo capire meglio quando il Governo avrà consolidato le sue figure chiave -per il momento ci è nota la nomina di Riccardo Fraccaro alla guida del Comint, altresì è questione di ore l’ufficializzazione del Consigliere del capo del Governo, ne supponiamo, per altro, il nome, ma per correttezza attendiamo la conferma, non ultimo perché più che ‘sversare’ la notizia preferiamo commentarla-, e quando le altre Nazioni avranno dichiarato le loro intenzioni in merito alla partecipazione per le alleanze industriali di casa nostra.
In questo contesto riteniamo possibile, per non dire necessario, pensare a programmi nuovi, che diano una precisa connotazione nazionale a dei prodotti che possano far parte del futuro lunare della Terra. Non saremo noi per questo a dare suggerimenti. Non da queste righe almeno. Ma ricordiamo ai nostri Lettori che le competenze nazionali sono ancora una realtà, sia in campo missilistico che delle infrastrutture, che dei sistemi satellitari, dei moduli abitati e delle sonde, e che ancora un’autonomia di scelta consentirebbe al Paese di mostrare la sua capacità reattiva verso argomentazioni che si consumano ora all’Eliseo a Parigi o al Bundeskanzleramtsgebäude -parola difficilissima che in fondo è semplicemente la sede ufficiale del cancelliere federale della Germania, dove opera attualmente Angela Merkel- ma mai ufficialmente e concretamente a Roma, ovvero in altre straordinarie città della nostra Italia. 

Se il Governo di Washington intende accelerare i tempi, facendo capire al mondo che gli americani sono pronti a tutto per farlo, sarebbe opportuno che da italiani accettassimo la sfida dell’agenzia più famosa del globo, offrendo i termini della continuità e dell’innovazione senza intaccare l’ambizione americana di arrivare prima degli altri Stati rivali. «Siamo pronti per la sfida!», ha commentato Bridenstine. Ci piacerebbe che un politico italiano, un capitano d’industria, un consigliere militare o un amministratore del settore sapesse raccogliere dignitosamente quel guanto rilanciando un’immagine che merita molto più di quello che oggi offre di sé.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->