martedì, Maggio 18

In Occidente, dopo il successo dell’ AfD, il fronte populista si rafforza? L' intervista al Professor Marco Tarchi, politologo della Facoltà di Scienze Politiche Cesare Alfieri dell'Università di Firenze

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Non è passato in secondo piano, neanche a distanza di qualche giorno, l’ esito delle elezioni federali tedesche. Profonde riflessioni ha suscitato il risultato che ha visto, considerando i partiti maggiori, la CDU-CSU aggiudicarsi il 33%, perdendo ben 8 punti dalle ultime elezioni; la Spd il 20,5%, con un calo del 5,2%. Il boom è stato registrato dalla Afd (Alternative Für Deutschland) che ha conquistato, guadagnando il 7,9%, il 12,6%, con cui è riuscita ad entrare per la prima volta in Parlamento.

 «Non ci gireremo attorno, avremmo voluto naturalmente un risultato migliore. Siamo però la forza maggiore del Paese, e contro di noi non può essere formato alcun governo. Non era scontato rimanere primo partito dopo 12 anni di responsabilità. Formeremo un nuovo esecutivo», ha detto fin dal primo momento Angel Markel. «Abbiamo lasciato la questione rifugiati e immigrazione alla destra. E ora dobbiamo cambiare. Ci impegneremo contro l’estremismo affinché la Germania rimanga Germania» ha sostenuto il leader della CSU, Horst Seehofer.

Che sia stata la sola questione immigrazione a garantire il successo dell’ AfD non sembra corretto. A contribuire vi sono stati diversi altri elementi. Non secondaria è stata la debolezza del candidato socialdemocratico Martin Shulz incapace di presentare un programma convincente e di affermarsi in discontinuità rispetto a quanto era avvenuto nell’ ultima legislatura, durante la quale l’ SPD aveva governato, nella Grande Coalizione, con la CDU-CSU.  Di sicuro, i partiti tradizionali hanno subito un’emorragia di consensi, grazie a cui l’ AfD ha avuto una buona riuscita.

La clamorosa ascesa dell’ AfD arriva a quasi un anno dall’ elezione alla Casa Bianca di Donald Trump, che si era proposto ai cittadini americani come l’ anti-establishment, come l’unico in grado di fronteggiare l’ elite il cui simbolo era Hillary Clinton; ma avviene a pochi mesi dall’ arresto che le forze populiste avevano subìto in primavera, in Olanda e in Francia, sebbene avessero raggiunto risultati non indifferenti.

Pochi mesi di Amministrazione sono bastati al Presidente americano per defenestrare Steven Bannon, coordinatore della sua campagna elettorale poi divenuto membro del  Consiglio per la Sicurezza Nazionale, inseguendo, forse, un tentativo di “normalizzazione” a cui tendere anche mediante una modifica delle posizioni prese in campagna elettorale. Quale prospettiva attende i populisti europei?

Una volta conosciuto il risultato, «combatteremo per le nostre nazioni e per i nostri popoli» ha twittato  il leader olandese Geert Wilders mentre Marine Lepen «complimenti ai nostri alleati dell’ Afd per questo risultato storico! » . «Elezioni in Germania, la voglia di cambiamento cresce!» è stata la constatazione di Matteo Salvini. Giorgia Meloni ha poi precisato che l’ «affermazione di Afd rappresenta un voto contro la deriva mondialista e filo immigrazionista e contro il processo di islamizzazione della Germania».

«Noi siamo l’unico argine a quelli che sono gli estremismi in Europa, fermo restando che poi il voto mostra anche che i partiti tradizionali sono in declino» sono state le parole del Vicepresidente della Camera dei Deputati Luigi Di Maio, alla sua prima uscita dopo essere stato designato candidato Premier del Movimento 5 Stelle.

«Ieri una nuova America, oggi Coblenza, domani una nuova Europa» era stato lo slogan dei populisti europei riunitisi a fine gennaio. Dopo le elezioni tedesche, qual è lo stato di salute del populismo in Occidente? Come possono i partiti tradizionali affrontare le forze populiste? Lo abbiamo chiesto al Professor Marco Tarchi, politologo della Facoltà di Scienze Politiche Cesare Alfieri dell’Università di Firenze dove insegna Scienza Politica e Teoria politica.

L’ AfD, Alternative für Deutschland, ha superato il 12% dei voti ed è in procinto di fare il suo ingresso nel Parlamento, la prima volta in Germania. Più di 90 i seggi conquistati. «Abbiamo lasciato la questione rifugiati e immigrazione alla destra. E ora dobbiamo cambiare. Ci impegneremo contro l’estremismo affinché la Germania rimanga Germania» ha constatato Horst Seehofer, leader della CSU. E’ stata la questione migratoria il punto di forza dell’ AfD?

È stato certamente uno dei temi cruciali che hanno contribuito al suo successo, inserito però in una cornice più ampia che ha avuto come asse fondamentale il richiamo all’identità del popolo tedesco, una questione che per decenni ha costituito un vero e proprio tabù ed è stata accuratamente esclusa dal dibattito pubblico, ma da tempo covava sotterraneamente in larghi strati dell’opinione pubblica, certamente preoccupati del costante afflusso di elementi stranieri, portatori di codici culturali e modelli di comportamento estranei alle tradizioni e alle abitudini locali. Non è un caso che questa rapida risalita dell’AfD, solo pochi mesi fa data da sondaggi e osservatori in flessione, si sia accompagnata alla decisione dei nuovi vertici del partito di mettere la sordina alla polemica anti-euro e promuovere questa svolta “patriottica”.

Che tipo di populismo è l’AfD?

Un nazional-populismo, che certamente non ha nulla a che vedere con quel nazionalsocialismo a cui in queste ore, polemicamente, tanta parte della stampa e del ceto politico lo vorrebbe accostare. Pur con caratteristiche proprie che lo differenziano per taluni aspetti – ad esempio, sul terreno della politica economica è più liberale e conservatore del Front national di Marine Le Pen –, lo si può considerare parte integrante di quella famiglia di partito in fieri che si è raccolta nel gruppo Europa delle nazioni e delle libertà al Parlamento europeo (anche se uno solo dei deputati eletti in quella sede nel 2014 vi aderisce, essendo gli altri confluiti, a seguito di una scissione dell’ala liberale, confluiti tra i Conservatori e riformisti).

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